Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il 10 luglio 1943 lo sbarco alleato in Sicilia rende evidente che l’Italia va verso una sconfitta militare nella II guerra mondiale. Il 24 luglio si riunisce il Gran Consiglio del fascismo, l’organo supremo del regime. Nel corso della seduta Dino Grandi presenta un ordine del giorno che accusa il regime fascista di aver portato la nazione sull’orlo della sconfitta, e chiede “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni, i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali”. Nella notte del 25 luglio, il documento viene votato dalla maggioranza dei gerarchi presenti. Poche ore dopo Mussolini viene fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale, ma di lì a pochi giorni il fascismo e Mussolini si riproporranno alla guida della Repubblica Sociale Italiana.


Questo articolo “ritrovato”, apparso su The Economist il 31 luglio del 1943, è un documento fondamentale per capire quali interrogativi – circa le sorti dell’Italia nel prosieguo della guerra – agitassero l’opinione pubblica straniera, e gli analisti, nei giorni successivi alla caduta di Mussolini. Nella fattispecie, questo articolo non firmato – e probabilmente da attribuire a Geoffrey Crowther, direttore della testata fra il 1938 e il 1956 – mostra chiaramente le poche certezze di quei giorni di luglio. Geoffrey Crowther (barone Crowther, 13 maggio 1907 – 5 febbraio 1972), fu economista, giornalista, uomo d’affari. Stimatissimo da Keynes, che lo raccomandò più volte nel corso della sua vita, durante la Seconda guerra mondiale ricoprì anche diversi incarichi governativi.

Geoffrey Crowther

Il fascismo, si scriveva nell’articolo che proponiamo (Fall of a Dictator), non aveva più niente da offrire. Era ormai chiaro al re, alle forze armate e alla popolazione come l’impero fosse perduto, come lo fosse la Sicilia, come lo fosse la guerra. Se fosse stato in grado di difendere ulteriormente l’Italia, Mussolini avrebbe forse mantenuto un po’ più a lungo il potere. Poiché non aveva potuto, e avendo perduto anche qualsiasi forma di sostegno popolare, la sua strada era segnata. Al contrario, a proposito di come trattare l’Italia e con il nuovo governo Badoglio i dubbi erano molti e legittimi. Erano tanti gli interrogativi e anche le ipotesi presenti sul campo, e del resto con Badoglio non si era marcata nessuna particolare frattura, in termini ideologici. Agli stessi italiani, poi, toccava valutare quanto i Savoia si fossero compromessi nel corso di vent’anni di tolleranza del fascismo. Piuttosto, pareva grave e evidente come vent’anni di regime, e di assenza di un libero confronto politico, avessero fatto tabula rasa di leader riconosciuti.  Ciò che stupiva positivamente, invece, era poter rilevare che, a differenza di quanto era accaduto molte altre volte nel corso della millenaria storia europea, almeno per una volta un dittatore e una dittatura si erano “sgonfiati” in un arco di tempo tutto sommato breve, diversamente da altre tirannie capaci di opprimere anche i nipoti e i pronipoti delle prime vittime del loro sistema.

 

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