Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

Cosa chiedevano le masse in rivolta dalla Sicilia all’Europa durante quella che sarebbe stata definita la Primavera dei Popoli del ’48? Disordine e diritti. Poiché i secondi divengono effettuali quando effettuale è l’azione del collettivo di rivendicazione e il primo non dura più che il tempo di formare un nuovo ordine, gli effetti delle istanze democratiche-radicali si sarebbero misurati decenni più tardi, mentre quelle liberali videro un significativo avanzamento. Il progresso delle une e delle altre non sarebbe stato tuttavia possibile senza il formarsi dei moderni Stati nazionali. In questo senso, con l’emergere della globalizzazione e la messa in discussione del ruolo dello Stato moderno, il rapporto fra istanze liberali e democratico-sociali rimane ad oggi irrisolto.

 

 

Riferendosi alla rivolta di Francoforte del Settembre del 1848 Friedrich Engels si espresse così: “The people, who are unorganized and poorly armed, are confronted by all the other social classes, who are well organized and fully armed”1. L’anno che entrò nel linguaggio comune con la celebre espressione “fare un quarantotto”, fu anche quello nel quale “il Manifesto del Partito Comunista” vide le stampe. Tuttavia, lo spettro lì indicato era ancora di là da venire: quelle del ’48 furono sollevazioni di istanze eterogenee e non attribuibili alla questione di classe. L’unica forma, embrionale, di coscienza collettiva si andava sviluppando come quella patriottica-nazionale. In quel panorama, l’intuizione mazziniana assumeva un rilievo significativo: egli riteneva che la sollevazione popolare su territorio italiano potesse avvenire compiutamente solo per fini patriottici di indipendenza e unità, e quindi in modo interclassista; solo in un secondo tempo, divenire una vera e propria rivendicazione sociale. I miti fondativi della patria, che egli seppe cogliere anche grazie alla sua sensibilità morale, erano in questo senso effettuali prima della dimensione della coscienza di classe e lo saranno anche dopo perché, a differenza delle grandi ideologie novecentesche, agendo nell’inconscio, più agevolmente contribuiscono a costruire quelle comunità immaginate che Anderson2 ben descrive.

In Italia, e non solo, le comunità immaginate si materializzarono letteralmente3: simbolo del loro conflitto furono le barricate. Queste, nell’atto di inserire disordine nell’ordine restaurato, dividevano in modo pre-cosciente le parti: “una folla, quale erasi mai veduta, empié il Duomo e le vie circostanti […]. Si sarebbe detto che il popolo fosse arrolato tutto in una vasta congiura; e il popolo nulla ne sapeva: eppure ad ogni più nuova proposta improvvisamente si moveva tutto come una sola persona.”4 La moltitudine posta da una parte della barricata sembrava così potente da suscitare le speranze di coloro che ritenevano sufficiente la sollevazione scomposta per incendiare la scintilla rivoluzionaria: “Nothing illuminates the way, nothing lifts the veil of the horizon, nothing resolves problems like a great social upheaval,” 5 commentava Blanqui.

La borghesia liberale, al fine di affermare la propria autonomia, aveva bisogno anch’essa di fare disordine, e subito conseguentemente di costruire uno Stato inteso come amministrazione pubblica, non interventista negli affari privati, in linea con Benjamin Constant6 all’indomani della rivoluzione francese, ma che fosse il dispositivo-argine al potere teocratico e assoluto. Attraverso una significativa eterogenesi dei fini, sarà proprio nell’ambito della statualità, nonostante la definizione che ne diede Marx di “comitato d’affari della borghesia”, che la moltitudine si sarebbe fatta popolo. Infatti, senza l’istanza liberale di costruzione dello Stato di diritto e di costituzionalizzazione della politica, difficilmente le masse sarebbero riuscite ad autorappresentarsi, cosa che fecero grazie alla costruzione del perimetro di comunità relativamente omogenee come quelle degli stati moderni.

Baldassarre Varazzi. Episodio sulle cinque giornate

 

Non è un caso che la tregua nel conflitto Capitale-Lavoro si sia ottenuta nel ‘900 durante i trenta gloriosi che, grazie all’adozione del sistema di Bretton Woods, scaturivano da un sistema di equilibrio fra polo del “capitale-mercato liberale” e quello della democrazia come potere pubblico di intervento dello Stato a protezione della società. Nell’Europa occidentale le masse erano nel frattempo diventate effettuali grazie alla coscienza collettiva che si era fatta partito e dunque soggetto di contesa all’interno del potere pubblico, generando politicamente i riformismi progressisti e socialmente quella classe media che è stata al contempo fondamento e conseguenza del compromesso.

È per questo motivo che Francis Fukuyama, campione del pensiero liberaldemocratico, al punto da considerarlo così insuperabile da decretare la fine della storia nel 1989, ha più di recente implicitamente ma profondamente rivisto la sua tesi7, sostenendo che la globalizzazione finanziaria (cioè l’estensione illimitata della libertà economica a scapito della redistribuzione sociale) avesse a tal punto aumentato le diseguaglianze del mondo occidentale a detrimento della classe media, da mettere in questione la tenuta stessa delle liberaldemocrazie.

Tale globalizzazione, attraverso lo spostamento delle sedi del conflitto dall’entità statuale all’altrove, la caratteristica atomizzazione sociale e la riduzione dell’effettualità delle carte costituzionali liberal-social-democratiche, ha riportato indietro le lancette della storia. La sua fine è stata smentita dal rientro sulla scena proprio delle moltitudini e finanche delle barricate: le prime, più simili a quelle ottocentesche nella mancanza di identità di popolo e di classe, ma irrequiete e suscettibili alla narrazione nazionale; le seconde tutte immateriali, costruire in rete, sulla suggestione del “99%” e nel linguaggio populistico moderno del “noi” contro “loro”, mai così vago nei riferimenti e al contempo così efficace.

 


 

1 citato in M.M.A. Boden, “First Red Clausewitz: Friedrich Engels And Early Socialist Military Theory”, 2014.

2  B. Anderson, “Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism”, Verso, London 1983, trad. it. Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 2009

3 M. Isnenghi, “L’italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri”, Il Mulino, 2004.

4 C. Cattaneo, “Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra”, in “Opere di Giandomenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari” a cura di Ernesto Sestan, Napoli, Ricciardi, 1957, p.869

5 22 marzo 1848 https://blanqui.kingston.ac.uk/texts/to-the-democratic-clubs-of-paris-22-march-1848/

6 B. Constant, “De la Liberté des Anciens comparée à celle des Modernes”, 1819.

7 F. Fukuyama, The Future of History. Can Liberal Democracy Survive the Decline of the Middle Class?, Foreign Affairs, January/February issue, 2012.

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