Ricercatrice in Comunicazione presso Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

«La Cecoslovacchia sta vivendo giornate di intensa, anche se non ufficiale, democrazia». Con queste parole il giornalista Francesco Russo – nell’articolo Il coperchio di Breznev de “L’Espressoche qui alleghiamo – commentava lo stato di salute di quel processo di cambiamento, tentativo di liberalizzazione, di riforma e di affermazione di un “socialismo dal volto umano”, cioè la Primavera di Praga.

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Il coperchio di Breznev, L’Espresso 7.4.1968,
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


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Una nuova stagione nel paese comunista a est della “cortina di ferro” si inaugurava il 5 gennaio del 1968, giorno in cui Alexander Dubček veniva eletto Segretario Generale dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco (PCC) al posto di Novotny, da quindici anni alla guida del partito, seguito poi, nel marzo successivo, da un altro cambio di rotta significativo con l’elezione a presidente della Repubblica di Ludvìk Svoboda. Il processo di riforme cecoslovacco mirava a coniugare il socialismo con la garanzia delle libertà civili, ma, allargando lo sguardo, la Primavera di Praga è stata un laboratorio con numerosi ed eterogenei attori che avevano diversi scopi. «Il relativo ottimismo dei cecoslovacchi si comprende», scriveva ancora Francesco Russo, perché il loro «dirigenti sono gli strumenti di un’evoluzione che può trascendere le loro intenzioni».

Le similitudini con quanto stava accadendo nell’Occidente capitalistico sono molte e si trovano in particolare nell’effervescenza e nel protagonismo politico e culturale del mondo giovanile e studentesco, già attivo dal 1964 con le prime manifestazioni di piazza. Al contrario di altri paesi europei interessati dalle proteste, però, il 1968 della Cecoslovacchia riguardava un intero paese.

Sostiene lo storico Pavel Kolář (in G. Crainz, Sessantotto sequestrato, 2018) che per quanto riguarda la narrazione comune di una «creatività che sfida il potere» dal basso, questa deve essere collocata nel contesto e nella specificità della Cecoslovacchia degli anni Sessanta. Qui, infatti, sono stati gli scrittori in particolare, più che gli artisti in generale, ad aver agito politicamente attraverso il proprio status ed esercitato una influenza sociale e culturale senza precedenti, acquisita anche grazie al sostegno del governo comunista. L’agenda politica radicale del mondo dell’arte e della cultura del ’68 di Praga ha uno stretto legame con il loro lavoro, messo in opera già nel corso dell’anno precedente con l’appello per la fine della censura promossa dal Congresso degli scrittori.

Il 26 giugno Dubček aboliva ufficialmente la censura sulla stampa, che ufficiosamente non veniva più praticata da mesi e immediatamente dopo, il 27 giugno, i tre più importanti quotidiani cecoslovacchi e il settimanale letterario “Literárnì listy”, pubblicavano un manifesto dal titolo insolito: Duemila parole dedicate agli operai, agli agricoltori, agli impiegati, agli scienziati, agli artisti e a tutti gli altri. Questo manifesto avrebbe avuto un ruolo centrale nel corso degli eventi immediatamente successivi. Ludvìk Vaculìk, autore e primo tra i tanti firmatari del manifesto, denunciava apertamente la «decadenza» di molti comunisti e la trasformazione del partito comunista cecoslovacco in un «organismo di potere» che esercitava «un richiamo estremamente allettante per gli egoisti assetati di potere, i vili calcolatori e la gente dalla coscienza sporca». Metteva in luce, inoltre, l’inquietudine della gente perché il processo di democratizzazione si stava arrestando. I fatti di poche settimane dopo sarebbero state la risposta a denunce tanto coraggiose.

Un attore centrale nel rinnovamento del paese è la televisione. La televisione di Stato, guidata dal direttore Jiři Pelikán, è stata la cassa di risonanza delle proteste e delle parole d’ordine di riforma del socialismo, cogliendo immediatamente le possibilità offerte dalle maglie larghe e dall’abolizione della censura. La Primavera di Praga ha così catapultato il paese e il PCC nel secolo dei media. La politica a tutti i livelli veniva affascinata e investita dalla potenzialità del mezzo visivo.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, esattamente cinquanta anni fa, sulla capitale cecoslovacca calava l’inverno: le truppe sovietiche e gli alleati del Patto di Varsavia reprimevano duramente il fermento culturale, politico e sociale diretto dai dirigenti e dalle istituzioni nazionali e sostenuto dalla popolazione. Durante “l’inverno di Praga” caratterizzato dalla “normalizzazione”, successiva all’invasione sovietica, il PCC avrebbe messo in atto una forma di controllo e di censura quasi ossessiva dei mezzi di comunicazione, della televisione e delle istituzioni culturali, usandoli per i propri, altri, obiettivi. La lettera del 1973 di Vera Stovickova-Heroldova – ex annunciatrice televisiva, assistente museale, commentatrice radiofonica – indirizzata al Comitato Centrale del PCC e che qui pubblichiamo, illustra alcuni effetti della perdurante “normalizzazione” della cultura e dei media: il suo licenziamento da ogni ambito lavorativo e la sua impossibilità di trovare un nuovo impiego ha una pura motivazione politica, esplicitata in un caso con una «insufficiente coscienza di classe».

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Lettera Vera Stovickova-Heroldova – Praga, 20.10.1973,
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondo Pacini, Faldone 2

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Il gesto estremo di Jan Palach studente di filosofia, il suo suicidio con il fuoco avvenuto il 16 gennaio del 1969 in piazza Venceslao nel centro di Praga, aveva uno scopo preciso: la protesta per l’abolizione della censura. Per comprendere la sproporzione di un tale gesto rispetto all’obiettivo dobbiamo calarci di nuovo nel contesto. Jiři Pelikán, in una testimonianza trascritta a conservata negli archivi della Fondazione Feltrinelli, parla del ritorno di «vecchi e screditati uomini politici», della restaurazione «del potere assoluto della polizia segreta» e della diffusione di «menzogne e di calunnie contro le quali – proprio per l’esistenza della censura – nessuno poteva difendersi».

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Lettera Jiri Pelikan – L’appello di Jan Palach.
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondo Pacini, Faldone 2

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Afferma ancora lo storico Kolář che per comprendere davvero che cosa sia stata la breve parabola di Praga si deve sia guardare alle radici del riformismo post-stalinista degli anni precedenti, sia al riverbero nel continente europeo che l’esperienza cecoslovacca ha avuto dopo l’invasione sovietica dell’agosto del 1968. Per la storia dell’Europa nei decenni successivi, la Primavera di Praga e, in generale, il Sessantotto nei paesi dell’Europa orientale ha probabilmente una rilevanza maggiore rispetto al “Maggio Francese” e al ’68 in Italia.

 

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L’Espresso n. 10, 10.3.1968, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
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L’Espresso n. 34, 25.8.1968, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
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