Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Nel dibattito sviluppatosi sulle trasformazioni del lavoro, i soggetti istituzionali sono inclini a confondere la precarietà con l’instabilità contrattuale e le politiche assumono spesso che precarietà è tutto ciò che non è contratto standard full-time e a tempo indeterminato (De Simone, 2010). Ne discende che la soluzione per contenere questo fenomeno tra le giovani generazioni sia far rientrare tutti i lavoratori in questo modello – come è accaduto nei più recenti interventi in materia di diritto del lavoro (L.92/2012 “Legge Fornero”, L. 183/2014 “Jobs Act”). Spesso questa prospettiva deriva anche da un’attenzione particolare che gli studiosi hanno riservato ai giovani a più bassa qualificazione, per i quali il rischio dell’intrappolamento in carriere instabili è maggiormente evidente.

Tuttavia, anche per i lavoratori a più alta qualificazione la precarietà è una situazione diffusa e crescente, nonostante il maggior capitale umano li metta in condizione di governare la loro condizione di instabilità. In questo caso, più che il contratto, è il modo con il quale i giovani si approcciano al mondo del lavoro ad esporli ad un progressivo deterioramento delle loro condizioni. E’ illuminante una ricerca condotta tra il 2009 e il 2012 tra i giovani consulenti di management, spesso emblematicamente identificati con quella classe creativa di professionals che guida la trasformazione in senso post-industriale dell’economia. Per loro il lavoro intellettuale non è uno strumento di auto-realizzazione, quanto piuttosto un dispositivo di auto-sfruttamento. Il loro scopo è infatti quello di dimostrare nella competizione sul mercato la misura del loro valore come individui e come lavoratori, sopravvivendo alla spietata legge delle grandi corporation della consulenza “up or out”: letteralmente, o fai carriera o sei fuori. A questo sono dunque disposti a sacrificare la loro vita privata, i loro diritti, la stessa rivendicazione di un pensiero critico nei confronti del sistema neoliberale: pur in presenza di contratti stabili, essi si sentono continuamente esposti all’incertezza di non essere all’altezza della competizione.

In questo senso, la precarietà è diventata una categoria concettuale che si estende a includere alcune trasformazioni del lavoro post-industriale che esulano dalla mera instabilità di contratto: la frammentazione dei percorsi di vita, il modo in cui i tempi di lavoro e di vita sono divisi, la pervasiva e crescente insicurezza. L’agency che caratterizza i consulenti di management differenzia questi ultimi dai lavoratori precari tradizionali non tanto per una minore esposizione all’instabilità contrattuale, quanto per l’accettazione volontaria di meccanismi di auto-sfruttamento che sono la condizione necessaria per continuare a fare il mestiere che si è scelto. Essere precari non è un problema di contratto: per i giovani lavoratori della società postindustriale è una condizione di vita.

Questo articolo è tratto da una ricerca che sarà a breve pubblicata dalla rivista Recherches Sociologiques et Anthropologiques.

Lara Maestripieri
Ricercatrice del percorso La Babele dei Lavoratori del progetto Spazio Lavoro


Approfondimenti

La Babele dei Lavoratori spiegata dal professor Mauro Magatti:

Scopri QUI i ricercatori di Spazio Lavoro.


Consigli di Lettura

 P. Bourdieu, Meditazioni pascaliane, Feltrinelli 1998

L. Maestripieri, Consulenti di management. Il professionalismo organizzativo nel lavoro della conoscenza, L’Harmattan Italia – 2013

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