Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Leggi il secondo articolo del percorso “Chi decide della politica?” di Rosa Fioravante 


La fortuna non muta sententia dove non si muta l’ordine
(Machiavelli)

“Per fare l’albero / ci vuole il seme / per fare il seme / ci vuole il frutto” così, la filastrocca che tutti conoscono di Gianni Rodari, e così si potrebbe cantilenare per i processi politici: per fare il Congresso ci vuole qualcosa che divida e di cui discutere su opzioni differenti a confronto, ma per dividersi in un partito serve qualcosa che unisca e per trovare qualcosa che unisca serve un dibattito profondo.
Ciò che unisce dovrebbero essere i valori di fondo, contenuti nello Statuto fondativo, e i processi democratici interni (variamente intesi), sui quali chi partecipa alla vita del Partito concorda esplicitamente o implicitamente tramite l’adesione. Nel Novecento, quando l’adesione ad un partito avveniva in virtù di riconoscimento identitario (adesione alla visione del mondo comunista, cristiana, socialista, liberale ecc.) o per motivi di rappresentanza di interessi (organizzazione operaia sindacale o dei piccoli imprenditori, ad esempio) si partecipava ai congressi come un momento di passaggio e amministrazione della vita interna di soggetti politici ai quali l’adesione avveniva per appartenenza e dal congresso non veniva radicalmente messa in discussione o modificata. Con l’aumento della volatilità elettorale, dell’asimmetria fra partiti e rappresentanza di interessi e con l’avvento della spoliticizzazione tipiche dello scenario contemporaneo, l’adesione ai partiti e ai soggetti politici si basa sempre di più su processi di “convincimento” inerenti singole questioni o ipotesi programmatiche, il Congresso ha assunto una valenza non solo interna ma anche di aumento o diminuzione dell’attenzione di attivisti e opinione pubblica rispetto ad una certa forza politica. Il Congresso, infatti, dovrebbe essere il momento attraverso il quale, ad ogni livello dal locale al nazionale, si discute e si decide il corpo dirigente che meglio può impersonare la linea scelta, oltre che, appunto, la linea stessa. Proprio come è ormai nota la dinamica di polarizzazione dell’elettorato occidentale, così più il Congresso offre opzioni alternative fra cui scegliere autenticamente (sebbene interne ad un orizzonte valoriale e di regole condiviso) più esso è meritevole di attenzione da parte sia degli iscritti che dei simpatizzanti. Poiché il cambio di leadership e direzione, al fine del quale si apre il passaggio congressuale, di solito avviene dopo un rovescio elettorale, l’entusiasmo o l’apatia che accompagnano tale passaggio diventano un sentore cruciale per capire se il soggetto politico tornerà o meno a guadagnare consenso.
Il livello di scontro congressuale può ovviamente variare a seconda delle vicende storiche che lo incrociano. Sono noti i casi di congressi che hanno messo in campo discussioni persino sugli stessi valori di fondo costitutivi del partito, che nel tempo possono variare e anche di molto. In questo senso, un riferimento importante è la vicenda che ha portato – solo per considerare l’ambito socialdemocratico europeo – al congresso di Bad Godesberg, nell’autunno del 1959. All’epoca, l’SPD tedesca decise di eliminare i riferimenti al marxismo e di prendere esplicitamente le distanze da qualunque simpatia per l’URSS e i paesi sovietici. Ancora più clamorosa della vicenda di B.G., è quella che ha coinvolto il Labour Party in Gran Bretagna: se, infatti, l’SPD nel ’64 scriveva nel Programma che “la proprietà collettiva è una forma legittima di pubblico controllo a cui nessuno Stato moderno rinuncia. Essa serve a preservare la libertà dallo strapotere delle grandi concentrazioni economiche”, nel 1995 Tony Blair fa eliminare dal documento fondamentale del Labour Party, la celebre Clausola IV, la quale, scritta dall’economista socialista Sidney Webb e adottata nel 1918, a proposito dei fini e degli obiettivi del partito, recitava: “To secure for the workers by hand or by brain the full fruits of their industry and the most equitable distribution thereof that may be possible upon the basis of the common ownership of the means of production, distribution and exchange, and the best obtainable system of popular administration and control of each industry or service”.
Quando non vi sono grandi scelte di opzioni strategiche in conflitto, spesso il Congresso ha rappresentato un’escamotage per rilanciare la visibilità del partito presso l’opinione pubblica e per infondere nuova linfa emozionale presso aderenti e simpatizzanti. Un episodio noto alle cronache nostrane è quello che ha riguardato il Partito Socialista Italiano: nel 1978 Craxi chiude il Congresso socialista lanciando il simbolo del garofano e “svecchiando” l’immagine del partito, e – qualche anno prima della spettacolarizzazione alla quale l’elettorato italiano sarebbe stato abituato durante la “seconda repubblica” –, il PSI si dota di una eclettica scenografia congressuale, suggerita dall’architetto Panseca, al XLV Congresso tenutosi nell’89 presso l’Ansaldo Breda di Milano, dove una piramide triangolare alta otto metri tutta composta di led proiettava immagini e volti del consesso, quasi a simboleggiare troneggiando la filosofia profonda della “Milano da bere” che tanto aveva contribuito a “modernizzare” il partito in quella che fu contemporaneamente la sua fase di ascesa a Palazzo Chigi e di subitaneo declino. Il tentativo di portare i congressi “fuori dalle sezioni” e di caratterizzarli con una tensione mediatica più rilevante del confronto contenutistico e tattico interno, è lo stesso che si ritrova, in forma estrema, nello Statuto fondativo del Partito Democratico italiano, datato 2007, dove si legge al Capo I, Articolo 3 che si: “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali” così sostituendo alla figura del militante-iscritto (che torna solo in articoli successivi) quella dell’elettore; questa manifesta scelta di “demansionamento” decisionale dell’iscritto si ritrova anche nel Capo II, Articolo3 laddove si indica l’automatica coincidenza del Segretario del Partito con il Candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In molti hanno discusso, con pareri positivi o negativi, questo processo di verticalizzazione, personalizzazione e disintermediazione della scelta congressuale – che può assumere nel caso del PD la forma delle primarie ma anche in altri contesti l’utilizzo di altri meccanismi quali le scelte “referendarie” online –, tuttavia questa non è stata una tendenza solo italiana, bensì una più generale e diffusa scelta di fondo dei partiti della famiglia socialdemocratica europea di privilegiare l’esposizione governativa e istituzionale rispetto al legame con la tradizionale base sociale novecentesca.

 


XVII Congresso nazionale del Partito Socialista


 

D’altro canto, con l’avvento di new media e social media e attraverso il processo di disintermediazione tipico della politica moderna, i congressi sono passati dall’essere il principale momento di democrazia interna e determinazione delle scelte fondamentali della vita politica di un soggetto organizzato all’essere solo uno dei possibili canali di discussione e decisione che lo riguardano, spesso nemmeno il principale. Tuttavia, quando essi pongono in essere visioni contrastanti e possibilità alternative di indirizzo politico, i congressi rappresentano arene se possibile anche più importanti di quanto non fossero nel secolo scorso quando, come già rievocato, l’adesione avveniva per motivazioni identitarie profonde e non solo per interesse alla piattaforma delineata, alle personalità proposte o alle policies propagandate. È il caso, per rimanere nell’ambito degli esempi già citati, del congresso straordinario dell’SPD nel Gennaio 2018 quando il tema caldo era la decisione su se entrare o meno in una nuova riedizione della “Grosse Koalition” con la CDU di Angela Merkel, dopo che il partito aveva totalizzato il minimo storico dal 1949 nelle urne alle elezioni politiche. In quella occasione i giovani del partito (Jusos in der SPD) capitanati da Kevin Kühnert hanno lanciato una grande campagna contro l’ingresso nella coalizione, contribuendo a rinnovare il dibattito interno e l’immagine del partito nei confronti dell’opinione pubblica, contribuendo a far emergere un dinamismo che sarebbe stato difficile immaginare dopo una debacle di quelle dimensioni. Un altro caso eclatante di congresso che ha cambiato radicalmente le sorti di un soggetto politico è stato quello che ha portato nel 2015 Jeremy Corbyn alla segreteria del Labour Party UK, in aperta discontinuità con la gestione blairiana. L’allora outsider è riuscito a mobilitare una grande quantità di ex elettori e di nuovi elettori del Labour convincendoli a prendere per la prima volta la tessera o a rinnovarla dopo molti anni, arrivando nel 2017 a raddoppiare i membri rispetto al 2014 e accrescendo in un anno e mezzo di opposizione del 10% i consensi elettorali. Nella parabola del Labour, la discontinuità con la precedente gestione è tale che il ministro ombra dell’economia John Mc Donnell, ha ricordato nel suo discorso alla Conferenza Programmatica del partito nel 2018, che la Clausola IV originaria, un secolo dopo la sua adozione, è “più attuale che mai” perché “the greater the mess we inherit, the more radical we have to be” . Maggiore lo scontro fra visioni del mondo, maggiore la partecipazione.

 

Manifesto tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


Nel generale contesto della post-democrazia, dove è sempre più diffusa e importante la consapevolezza che le istituzioni politiche soffrano di una consistente perdita di potere in favore dei centri economici, sovranazionali e non elettivi, i congressi divengono dunque momenti di attenzione popolare quando la posta in palio è il reale potere di decidere e di incidere sugli indirizzi politici del corpo collettivo. Cioè quando sono prefigurazioni della effettuale possibilità di decidere non solo del partito ma del Paese qualora il soggetto politico dovesse vincere le elezioni e governare o amministrare. Precondizione per l’attivazione di questo “meccanismo virtuoso” è che la discussione congressuale, apertamente e palesemente, non sia finalizzata solo all’elezione di cariche direttive in quanto tali ma all’indicazione di personalità e piattaforme rivendicative che incarnino idee e modalità di decisione condivise, che abbiano una forte coerenza interna e che facciano riferimento a opzioni politiche discontinue o che insistono su temi percepiti come fondamentali per modificare la vita quotidiana di attivisti e simpatizzanti del partito. Se, infatti, il Congresso riesce a mobilitare, oltre alla propria base, nuovi referenti sociali e a politicizzare alcune delle vertenze già presenti nella società, esso rappresenta una sorta di “trampolino di lancio” dell’offensiva elettorale in vista delle urne; quando invece diviene un passaggio percepito o adottato dalle dirigenze come un momento di mera “conta” e di spartizione di un bacino pre-esistente, esso diviene per lo più un passaggio formale dedicato alla galvanizzazione degli iscritti e con scarso appeal per l’opinione pubblica più vasta.
Chiaramente, proprio in virtù della congiuntura post-democratica, è pressoché impossibile ragionare del nesso fra partecipazione e congressi dei partiti politici senza vagliare attentamente il merito delle idee e delle proposte avanzate all’interno delle arene congressuali. Tuttavia, sembra possibile osservare negli ultimi anni una sorta di “profezia auto-avverante”: quando si crede nel potere delle persone di organizzarsi democraticamente per cambiare le cose e si offre un’arena credibile attraverso cui farlo, i cittadini usano questa possibilità. Di più, spesso il dibattito aspro salva i partiti da se stessi: durante la campagna di opposizione interna, a Kevin Kühnert il Financial Times ha chiesto dove si vedesse fra dieci anni e il giovane in lotta con l’establishment ha risposto “nell’SPD”.


Approfondimenti


Scarica le fonti tratte da due riviste conservate nel patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: Mondo operaio (1978, 1989),  New statesman (1995)


Per scaricare Mondo operaio (1978 )
clicca qui


 

Per scaricare Mondo operaio (1989)
clicca qui


Per scaricare New statesman (1995)
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