La domanda che mi è stata posta: “Ha la pace un futuro?” è molto difficile. […] Sembra sottintendere che la pace di cui si vuol sapere se abbia un futuro è la pace universale, cioè la pace di tutti con tutti. È una domanda che si pone sulla stessa linea dei progetti di pace perpetua che ebbero inizio nel Settecento e di cui certamente il più celebre è quello di Kant.

Sarebbe però bene ricordare almeno due differenze. Per pace universale si intendeva allora la pace fra le potenze europee e quindi tra un numero molto limitato di stati, mentre oggi non si può non intendere l’eliminazione del rapporto di guerra fra tutti gli stati del mondo, il che complica maledettamente il problema.

In secondo luogo, nel Settecento era nata quella concezione ottimistica della storia che andò sviluppandosi nell’Ottocento e che arrivò almeno sino alla Prima guerra mondiale, secondo cui l’umanità procedeva inesorabilmente verso una società libera, giusta e pacifica. Alla famosa domanda se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio, Kant rispondeva di sì. E così risposero nel secolo scorso Hegel e Marx, Comte e Spencer, marxisti, positivisti, idealisti e materialisti. È un problema di cui io stesso mi sono occupato più volte, chiamando “passiva” questa forma di pacifismo, perché si ritene va che la pace venisse da sè per la forza delle cose. Oggi, invece, ci troviamo di fronte alla necessità, se vogliamo la pace, di costruirla. […]

Ma la pace è necessaria: non ho bisogno di spendere molte parole per questo. Oggi l’aumento della potenza distruggitrice delle armi è tale che la guerra potrebbe avere conseguenze mortali per tutta l’umanità. Inutile riportare dati che sono stati esposti mille volte e di cui so­no pieni i libri sull’argomento, tanto da riempire una biblioteca. cover alessandro colombo

Ma la pace è impossibile. Perché la pace è impossibile? Perché mancano, almeno fino ad ora, tutte le condizioni che potrebbero renderla possibile. Parlo di “condizioni” perché chi vuole vestirsi non dei paludamenti sacerdotali del profeta ma unicamente del camice da laboratorio, può rispondere alla domanda solo in forma di ipotesi. […]

La pace è possibile solo fra due soggetti che non si considerino rispettivamente nemici. Il nemico è colui verso il quale vale il principio “mors tua, vita mea”. Il nemico è colui verso il quale non è possibile altra so­luzione del conflitto che la vittoria. Sino a che dura il rapporto nemico-nemico, la pace è soltanto una tregua. O Atene o Sparta, o Roma o Cartagine. […]

Possiamo dire oggi, allo stato attuale dei rapporti tra le due grandi potenze (ndr. Stati Uniti e Unione Sovietica) che i loro rapporti non siano di nemico a nemico? Non sono ancora oggi i due sistemi politici ed economici che essi rappresentano, reciprocamente rappresentati come incompatibili? Ho sentito con le mie orecchie, in un convegno per la pace a cui partecipavano rappresentanti di diversi paesi, un autorevole rappresentante degli Stati Uniti dire che la massima più saggia della diplomazia e della strate­gia americane è ancora “si vis pacem para bellum”. […]

È riemerso il vecchio sistema dell’equilibrio: il sistema in cui la pace è garan­tita esclusivamente dalla paura reciproca. I rapporti fra le  grandi potenze oggi si svolgono tuttora en­tro un sistema di equilibrio, più o meno come si svol­sero per secoli i rapporti fra le potenze europee. Se un tempo il rapporto fra i soggetti reali del sistema in­ternazionale veniva definito equilibrio delle potenze, oggi viene definito equilibrio del terrore, dove ciò che è cambiato è soltanto la potenza delle armi che ha aumentato, ma non mutato, la ragione dell’equilibrio che è pur sempre il timore reciproco, caratteristico, secondo l’ipotesi hobbesiana, dello stato di natura.

Con questa conseguenza: ciò che oggi caratterizza l’ordine internazionale è che il sistema tradizionale dell’equilibrio è sopravvissuto, o continua a sopravvivere, al fianco o addirittura al di sopra del nuovo sistema avviato con la istituzione delle Nazioni Unite, il cui scopo era proprio quello di mettere la parola “fine” al sistema dell’equilibrio. Il contrasto fra i due sistemi paralleli, e fra loro incompatibili, può essere chiarito attraverso la distinzione ben nota ai giuristi fra legittimità ed effettività. Il nuovo, cioè il sistema delle Nazioni Unite, è legittimo in base al consenso tacito o espresso della maggior parte dei membri del­la comunità internazionale, ma ha scarsa efficacia. Il vecchio, cioè il sistema dell’equilibrio, continua ad essere effettivo pur avendo perduto, rispetto alla lettera e allo spirito dello statuto delle Nazioni Unite, qualsiasi legittimità.

Concludo: quale dei due sistemi sia destinato a pre­valere è imprevedibile. La previsione a questo punto si trasforma, se si vuol rispondere assertoriamente alla domanda che mi è stata posta, in profezia. Ho detto che la previsione si fonda esclusivamente sul collegamento fra una condizione, o una serie di condizioni, ed alcune conseguenze. Ho messo in evidenza quali di queste condizioni possono essere considerate realizzate e quali no. L’esperienza storica comunque insegna che sino a che prevarrà il si­stema dell’equilibrio, la pace sarà, come è sempre stata, una tregua fra due guerre. Ma, da un lato, l’esperienza storica non è costrittiva o necessitante, dall’altro, non è escluso che il processo di democratizzazione del sistema internazionale vinca la sfida.

La storia umana è ambigua, e dà risposte diverse secondo chi la interpreta.

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