Queen Mary College, Londra

Qui di seguito pubblichiamo un articolo dello storico britannico Donald Sassoon, tratto dal settimanale del PCI «Rinascita» dell’11 maggio 1979, pochi giorni dopo l’elezione di Margaret Thatcher. L’articolo fa parte del percorso editoriale dedicato alla figura e alle eredità di Margaret Thatcher in occasione di quarantanni dalle elezioni del 4 maggio 1979 che avrebbero cambiato per sempre la Gran Bretagna e l’Europa 


Londra, maggio  – La vittoria della signora Thatcher è stata così netta e la sua maggioranza così larga che, quello che è forse il governo più di destra del mondo occidentale, potrebbe governare tranquillamente fino al 1984. Adopero il condizionale perché il mondo della politica non è solo un fatto di maggioranze parlamentari, ma anche di rapporti di forza e di realtà economiche e sociali. Già da ora arrivano dagli ambienti della City e del mondo degli affari consigli di moderazione. Bisogna andare piano con i tagli della spesa pubblica, con la diminuzione delle imposte dirette, con le proposte di legiferare in materia sindacale. La svolta radicale promessa dalla signora Thatcher suscita preoccupazioni perfino nel « quarto partito » quello di coloro che detengono la forza economica. Eppure se le personalità politiche hanno un peso effettivo e reale e se contribuiscono a plasmare lo sviluppo di un paese, anche se entro determinati parametri, non si può sottovalutare la forza personale di Margareth Thatcher. Essa ha non solo condotto il suo partito alla più grossa vittoria politica di questo dopoguerra, ma è riuscita ad imprimergli una omogeneità ideologica dimenticata fin dai tempi di MacMillan.

Successi indubbi — ai quali si deve aggiungere quello personale di una donna che è riuscita a imporsi in un partito fortemente maschilista — che hanno tuttavia un risvolto preoccupante. Il partito conservatore ha vinto soprattutto nelle zone prospere dell’Inghilterra meridionale e centrale. E’ riuscito ad aumentare i propri seggi in Scozia unicamente grazie al crollo dei nazionalisti. In pratica i conservatori hanno ottenuto i suffragi del terziario, dei colletti bianchi, della rendita, di quei settori industriali che sono in fase di sviluppo, e delle campagne. Le vecchie zone industriali del nord, quelle maggiormente colpite dalla crisi, non

hanno seguito la tendenza prevalente: lo spostamento dei voti nelle zone meridionali è stato del 9% verso i conservatori, mentre si riduce considerevolmente quando si passa nelle zone di declino industriale. In altre parole i conservatori hanno vinto in quelle zone del paese dove il loro messaggio liberista aveva più possibilità di presa. Non si può tuttavia ignorare il fatto che le lotte sindacali di questo inverno hanno senza dubbio contribuito notevolmente allo spostamento dei voti. I disagi causati dagli scioperi ospedalieri, delle ferrovie, dei trasporti e soprattutto dei netturbini, hanno riportato ai conservatori quei suffragi che Heath aveva perso durante la sua battaglia contro i minatori.

E’ possibile fin d’ora arrischiare una previsione dei possibili sviluppi? Il primo bilancio dello Stato dovrebbe essere presentato in Parlamento entro il mese prossimo. Ci sembra certo che l’imposta diretta verrà diminuita di due o tre penny e cioè dal 33 al 30 per cento. I montanti compensativi si potranno trovare con alcuni tagli della spesa pubblica relativamente indolori e con la vendita di azioni di alcune imprese parastatali tra le quali spicca la British Petroleum. Si smantellerà la commissione recentemente nominata dai laburisti incaricata di esaminare la « giungla distributiva » inglese e si aumenterà l’Iva. Sono ancora aperti i negoziati per il rinnovo dei contratti con quasi 4 milioni di dipendenti dello Stato e di impiegati nel settore pubblico. Ma il vero test per il governo conservatore avrà luogo in autunno quando si riprenderanno le lotte sindacali nel settore privato e soprattutto in quello automobilistico. E’ facilmente prevedibile che il tasso di inflazione aumenterà sensibilmente, non solo per l’aumento dell’Iva e di altre imposte indirette, ma anche perché non si vede come il nuovo cancelliere dello Scacchiere possa operare fagli severi della spesa pubblica nel periodo breve. C’è di più. Le previsioni economiche internazionali sono abbastanza pessimistiche. Se il mercato mondiale non si espanderà in questi prossimi mesi le esportazioni britanniche, e in modo particolare quelle automobilistiche, saranno sicuramente colpite. Non occorre essere un veggente per lanciare l’ipotesi che la British Leyland, la fabbrica d’automobili nazionalizzata dai laburisti, sarà in una doppia strettoia: da un lato si troverà di fronte a un mercato mondiale ristretto, dall’altro dovrà fare fronte a massicce rivendicazioni salariali.

Cosa farà il governo di fronte a una nuova richiesta di sussidi per la British Leyland? La sua ideologia liberista dovrebbe condurlo a negare ogni aiuto, ma la perdita della Leyland sarebbe disastrosa per l’occupazione e avrebbe grosse ripercussioni sul resto dell’economia. Heath aveva dovuto affrontare lo stesso dilemma a proposito dei cantieri navali scozzesi. Più prammatico della Thatcher, Heath decise di fare marcia indietro. Cosa faranno i nostri nuovi liberisti? Si arrenderanno alla logica dello Stato assistenziale o rimarranno indifferenti di fronte a due o tre milioni di disoccupati? E, sull’altro versante, potrà il movimento operaio britannico risollevarsi dalla bruciante sconfitta sviluppando una nuova, più articolata politica economica che abbia maggiore presa sulle masse e che sia il perno di un’autentica politica di alleanze? Questi sono senza dubbio i principali interrogativi all’inizio della « nuova era » di Margareth Thatcher.


The Economist, 1979

Scarica la fonte tratta dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 


L’Espresso, 1979
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