Trasformazioni e relazioni umane

Nella metà dell’Ottocento, Baudelaire si lamentava che Parigi stesse cambiando più rapidamente del cuore umano.

Le città, per loro natura, subiscono diversi sconvolgimenti, nei loro aspetti fisici, nelle loro attività economiche e nelle forme di vita che esse accolgono. Inoltre, quando Baudelaire scriveva di Parigi, al mondo c’erano poche città di quelle dimensioni e solo una minima parte contava un milione di abitanti. Oggi ci sono più di 500 agglomerati urbani con una popolazione superiore al milione di abitanti. Non solo in Europa e in Nord America, ma in ogni continente e in modo particolare in Asia, dove la rivoluzione urbana è avanzata in modo vertiginoso negli ultimi decenni.

Fino a mezzo secolo fa, le economie delle maggiori città erano basate in larga misura sulla manifatture. Persino le capitali commerciali di quel periodo, come Londra e New York, erano anche importanti città manifatturiere.

La produzione manifatturiera è ormai un motore minore dello sviluppo urbano su larga scala. Nuovi settori dinamici – come la finanza, i servizi alle imprese, la produzione ad alta intensità tecnologica, le industrie creative come la moda e il cinema – rappresentano oggi i motori della crescita urbana.

Questi settori dipendono in larga misura da diverse forme cognitive e culturali del capitale umano e dalle nuove tecnologie digitali.

Le città manifatturiere della metà del Novecento erano caratterizzate da una divisione del lavoro identificabile dalla distinzione tra operai e impiegati. Questa divisione era riflessa in modo imperfetto, ma tangibile, in una divisione spaziale dei quartieri urbani.

La new economy, soppiantando progressivamente la manifattura nelle principali città mondiali, ha anche fatto emergere una nuova divisione del lavoro e una nuova geografia sociale dello spazio urbano.

Questo nuovo assetto vede da un lato lavoratori cognitivi e culturali altamente qualificati e dall’altro lavoratori dei servizi con bassi salari. Quest’ultimi in particolare si concentrano in un vasto sottoproletariato che vive nelle baraccopoli, in particolare nel Sud del mondo. Essi sono sottopagati e rappresentano una nuova classe servile, nel senso che il loro lavoro è principalmente quello di fornire servizi, come la pulizia della casa, la cucina e così via, che permettano ai lavoratori privilegiati di mantenere i loro stili di vita. La loro marginalità sociale è accentuata dal fatto che la maggioranza di loro sono immigrati provenienti dalle periferie del capitalismo globale.

Questi cambiamenti sociali ed economici sono rispecchiati nella struttura fisica delle società contemporanee. Ne è un esempio la trasformazione nell’architettura nei distretti finanziari e imprenditoriali del centro: spuntano in ogni angolo nuovi palazzi delle grandi imprese globali, che hanno l’estetica ricercata del monumento e puntano alla massima visibilità.

Un altro esempio è la riduzione progressiva dei quartieri poveri nelle aree centrali della città, dove i processi di “gentrificazione” hanno portato a una sostituzione degli abitanti, permettendo ai nuovi lavoratori di trasferirsi nel cuore della città, vicini alle opportunità professionali migliori. Nello stesso tempo, le famiglie povere sono sempre più spesso rilegate nelle aree decentrate della città e in quartieri deteriorati, in cui è possibile trovare case a prezzi economici.

Aleggia sopra questi cambiamenti un divario sociale sempre più profondo, che separa la metà più ricca e quella più povera della società urbana in due nazioni distinte, ricordando la famosa espressione usata da Disraeli della metà del 1800 in Inghilterra.

Questa divisione non è collegata all’idea del 99% contro l’1%, ma a una condizione sociale che vede i lavoratori cognitivi altamente qualificati da un lato e una classe servile impoverita dall’altro. L’effetto più evidente dello sviluppo di questo modello è il notevole contrasto fra il fascino e la stravaganza delle componenti più opulente e lo squallore di quelle più povere.

Eppure le città sono comunità di persone che vivono insieme, che sono dipendenti l’una dall’altra, che hanno gli stessi diritti allo spazio pubblico urbano. Come molti urbanisti hanno mostrato, l’economia della città è profondamente determinata dalle interdipendenze reciproche fra persone, imprese e lavoratori, rapporti che hanno l’effetto latente di creare produttività e innovazione.

Per usare un termine che sta diventando di uso comune, la città funziona in un modo importante come un bene comune, cioè una risorsa che appartiene alla comunità tutta.

Persino il valore monetario del suolo urbano è costruito socialmente. Il paradosso delle città contemporanee è il contrasto stridente fra la privatizzazione dei suoi benefici e l’arena urbana come risorsa pubblica.

Il recupero delle più immediate forme di coesione sociale, insieme al piacere e alla sicurezza della comunità, sono quindi importanti desiderata se si vuole pensare a una riforma della città che punti a modalità più significative e gratificanti di coesistenza urbana. Allo stesso tempo, l’accrescimento del vantaggio competitivo dell’economia urbana necessita di misure che si concentrino sulle capacità innovative e produttive che derivano dall’ordine collettivo della città.

È necessario dunque un radicale cambiamento politico, se si vuole far cambiare la traiettoria problematica che le città hanno intrapreso e stabilire un buon corso che permetta almeno un certo livello di prosperità, vivibilità e convivialità per tutti.

Allen J. Scott, Distinguished Research Professor, University of California – Los Angeles.


Consigli di lettura

Per approfondire i contenuti dell’articolo, leggi l’ebook La città eterogenea scritto da coverRobert Beauregard e pubblicato per Utopie, collana digitale di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

La città è qualcosa di più della somma delle persone che la compongono, si costituisce infatti di un insieme di variabili molto ampio, forme sociali diverse ed eterogenee. Oltre alle componenti principali, che sono le persone, troviamo tecnologie – dai siti web alle infrastrutture –, oggetti inanimati – artefatti umani della vita quotidiana o per le funzioni di produzione – e i vari elementi che definiamo naturali: aria, acqua, animali, insetti, piante, ecc. Anche le forme sociali create dagli uomini per raggiungere i propri obiettivi – governi, associazioni di vicinato, famiglie – sono elementi costituenti la realtà…

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Approfondimenti

Clicca sull’icona in basso e guarda il dialogo tra Susan Fainstein (Harvard Graduate School of Design) e Allen J. Scott (University of California, Los Angeles):

“There are so many great problems of course, but I want to do an X-ray of some fundamental dynamics of urbanization that generate these problems and we must try to formulate policy responses…”

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Per approfondire le tematiche affrontate da Allen J. Scott, visita la nuova sezione multimediale dedicata al Terzo Colloquio Internazionale di Laboratorio Expo. Raggiungi Il Diario del Terzo Colloquio cliccando QUI.


Allen Scott – Biografia

Allen Scott è Professore Emerito di Public Policy and Geography presso l’Università della California. Negli ultimi anni la sua ricerca è stata incentrata su industrializzazione, urbanizzazione e sviluppo regionale. Più di recente si è concentrato sulle origini e lo sviluppo dell’industria ad alta tecnologia nella California del Sud e sulle difficoltà politiche messe in rilievo dalla recente crisi del settore industriale aerospaziale nel periodo post Guerra Fredda.

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