Università degli Studi di Milano-Bicocca

Non c’è peggior strumento che il «buon senso» per venire a capo di una rivoluzione tecnologica. L’illusione di cavarsela pensando che un dispositivo possa essere utilizzato bene o male (qualsiasi cosa si intenda per bene o per male), convincendosi così che la nostra relazione con lo strumento si esaurisca auspicabilmente in un virtuoso dominio delle sue funzioni e delle sue potenzialità, è solo un clamoroso equivoco. È il fraintendimento di cui siamo vittime quando, per lo più inconsapevolmente, cerchiamo una rassicurazione scambiandola per una spiegazione.

A meno che, per dirla con il filosofo Georg Friedrich Meyer, non si riesca ad aggirare il «pregiudizio dell’accordo con il proprio modo di pensare». Il che, però, richiede quell’esercizio tipico del ragionamento filosofico: ovvero, l’abilità di esporre al concreto pericolo del dubbio le credenze e le consuetudini che più ci rappresentano; e, ancor di più, quel «buon senso» al quale invece tendiamo ad aggrapparci acriticamente proprio quando una novitas (in questo caso tecnologica) fa irruzione nelle nostre vite, spaesandole.

Pertanto, una riflessione plausibile sulle “macchine” (e sul commercio fisico e culturale che intratteniamo con loro), se da un lato dovrebbe impegnarsi a smascherare la matrice umana (troppo umana) di alcune ricorrenti previsioni apocalittiche; dall’altro, invece, potrebbe iniziare a interrogarsi su due pratiche decisive – esternalizzare e condividere – nel loro rispettivo ruolo di costituzione del sapere.

Esternalizzare e condividere sono infatti due fasi determinanti (ancorché non le uniche) per comprendere la natura del sapere e le modalità con cui, di volta in volta nella storia, le tecnologie hanno contribuito a dargli forma e sostanza. Rappresentano, in altre parole, un’opportunità per iniziare a «pensare con le macchine». Ma vediamo come…

Si potrebbe procedere ragionando appunto sul fatto che ogni sapere, in quanto tale, è un sapere condiviso. In che senso? Quando, per esempio, si scrive un testo – nota Bernard Stiegler nel suo Platone digitale – di fatto si sta organizzando il pensiero portandolo al di fuori di noi in forma di tracce, ossia di simboli, attraverso i quali esso si riflette, si costituisce realmente, rendendosi ripetibile e trasmissibile e divenendo perciò stesso un sapere.

Ora, se ripercorriamo a ritroso l’analisi del filosofo francese, diviene ancor più evidente che un sapere diventa tale – ovvero, si costituisce realmente, rendendosi ripetibile e trasmissibile – proprio quando un pensiero (un dato, una nozione, un concetto ecc.) viene condiviso. Ma la condivisione, a sua volta, è resa possibile ed è mediata da una tecnologia (in questo caso la scrittura) che esternalizza un qualche contenuto su dei supporti.

Pertanto, se prendiamo atto che non sussiste alcun sapere che non sia condiviso e organizzato fuori di noi, dovremmo anche intuire come la «struttura» del sapere stesso possa essere compresa e analizzata solo a partire dagli strumenti e dai dispositivi con cui, esternalizzando un pensiero, siamo riusciti, sempre e di nuovo, a condividerlo. È ragionando su questo tipo di dinamiche che David Weinberger, nel suo Too big to know già nel 2011 faceva osservare come «trasformando il medium tramite cui sviluppiamo, conserviamo e trasmettiamo il sapere, trasformiamo anche la conoscenza».

È dunque in quest’ottica che si propone di ricontestualizzare timori e problemi, come – per citarne uno di grande attualità – il sovraccarico informativo, a cui siamo esposti nel mare magnum del Web. Lo stato di crisi di un sistema consolidato di gestione e controllo di dati e informazioni andrebbe letto più come una sfida culturale e non come la morte di una verità che non sappiamo più controllare (post-truth).

L’evoluzione delle macchine ridisegna l’ontologia sociale e dunque anche i nostri stili di vita. Dentro questo contesto per molti aspetti inedito, non possiamo più permetterci di (af)fidarci ciecamente al libro, ai mass media, e tanto meno ai social. Al contrario, dobbiamo fare (di nuovo!) i conti con un’evidenza che per troppo tempo ci eravamo permessi di ignorare. Ovvero, il fatto che «il mondo è troppo grande perché lo si possa conoscere».

Un’“ignoranza”, questa, che il fisico Richard Feynman segnalava ben prima che il Web sconvolgesse le nostre esistenze. «Noi scienziati ci siamo abituati e diamo per scontato che sia perfettamente coerente non essere sicuri, che si possa vivere e non sapere. Ma non so se tutti se ne rendono conto». Il che non è certo un atteggiamento di resa. Rappresenta piuttosto la consapevolezza di dover lavorare sempre più cooperativamente, utilizzando concetti noti e dati affidabili come raffinati strumenti per orientarsi nel vasto e indistinto mondo di ciò che (ancora) non sappiamo (essere vero o affidabile).

Dalla scuola al giornalismo, dalla formazione professionale all’insegnamento universitario, saper cogliere l’importanza educativa della cultura scientifica potrebbe essere un primo passo, concreto, per accompagnare responsabilmente la progettazione di nuovi filtri – a partire dalla promozione di progetti di cittadinanza consapevole che tengano contro della natura “tecnologica” del nostro sapere.

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