Istituto storico Istoreco di Reggio Emilia

In queste ultime settimane, la cronaca nazionale si è concentrata su episodi che portano a riflessioni necessarie sul valore della memoria e sul nostro ruolo come istituto storico impegnato nel lavoro sul ‘900, sulla seconda guerra mondiale, sulla Shoah. Pensiamo agli attacchi alla Senatrice Segre e a tutte le infinite discussioni sulla cosiddetta commissione a lei intitolata, alle polemiche sulle cittadinanze onorarie concesse o negate alla stessa Segre. E pensiamo al rifiuto del sindaco di Predappio – non un luogo qualunque per la storia italiana, piaccia o non piaccia – di sostenere la partecipazione di due studenti ad un Viaggio della memoria ad Auschwitz, perché ritenuta “iniziativa di parte”. Pochi giorni fa, l’amministrazione comunale di Schio si è opposta alla posa di alcune Pietre d’Inciampo usando la stessa motivazione: sarebbe stata una scelta “di parte”. La Procura di Enna ha appena arrestato decine di persone accusate di voler creare un Partito Nazista Italiano.

È difficile rimanere zitti, in questo scenario. Gli istituti storici devono mantenere un doveroso distacco dalla polemica politica, si potrebbe dire, ma allo stesso tempo sono chiamati a fornire contributi alle riflessioni ed al dibattito su questi temi. È il nostro lavoro, in fondo. Leggere che un viaggio della memoria al complesso di Auschwitz-Birkenau è considerato “di parte” non può lasciare indifferenti. Lo stesso vale per la valutazione sulle Pietre d’Inciampo. Sono parole, usate forse a caso forse con intenzione precisa, che preoccupano. Preoccupano per quello che raccontano dell’oggi e ancora di più per quello che prefigurano per il domani. Dalla seconda metà del ‘900 vi sono stati dei limiti mai varcati, il giudizio sulla Shoah e su tutti gli stermini programmati e realizzati dal nazismo era uno dei principali. Oggi, qualcuno mette in discussione anche questo vincolo: raccontare la Shoah, le politiche razziali, ideologie che prevedono l’eliminazione degli “inferiori” è diventata un’attività “di parte”. Il passo successivo, quello più pericoloso, porta a riconoscere una qualche forma di legittimità per “l’altra parte”. Può essere una precisa volontà politica, può essere ignoranza storica, può essere incapacità di comprendere il valore della memoria. Può essere, è il timore, una pericolosissima miscela di questi elementi.

In questi decenni Istoreco ha lavorato con tutte le risorse disponibili per approfondire la memoria del ‘900, ed ha puntato sempre più sui Viaggi della Memoria come strumento di formazione e di condivisione, di partecipazione collettiva. I Viaggi hanno impegnato i testimoni, i luoghi come fonte di narrazione e soprattutto hanno coinvolto migliaia e migliaia di studenti di Reggio Emilia, di cittadini attivi di domani. Dall’avvio dell’esperienza ad oggi il Viaggio della Memoria Istoreco ha portato a Auschwitz, Terezin, Ravensbruck oltre 17mila studenti e le varie attività nate attorno al Viaggio hanno coinvolto moltissime altre persone, giovani, adulti, docenti, operatori, semplici cittadini. Sono numeri che ci rendono una delle principali realtà italiane, un lavoro lungo e impegnativo che ha formato e arricchito tanti addetti e che – oggi come ieri – ci rende orgogliosi. Orgogliosi e consapevoli dell’importanza di questo percorso.

E proprio questa consapevolezza impedisce oggi di restare zitti. L’ultimo mese di cronaca può portare a deprimersi, ad interrogarsi se tutti questi sforzi hanno un senso. La risposta, per merito e per fortuna, arriva rapidamente ascoltando le parole degli ex viaggiatori, di chi ha condiviso con noi le esperienze del Viaggio, delle Pietre d’Inciampo, dell’impegno della memoria. I Viaggi della Memoria hanno lasciato qualcosa in migliaia di persone, le hanno motivate, le hanno rese più consapevoli. Ancora oggi, ad anni di distanza, il Viaggio è parte di loro.

Le loro parole, i loro ricordi, i loro sorrisi sono la risposta migliore. Il Viaggio della Memoria è di tutti e per tutti. Qui non ci sono parti, tantomeno parti “equivalenti”. L’unica demarcazione è quella fra giusto e sbagliato. Non è arroganza, è consapevolezza.

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