Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Birkbeck School of Law

#Argentina

di Alessandro Guida


È stato un fine settimana di grandi mobilitazioni in tutto il mondo questo che ci siamo lasciati alle spalle. Centinaia di migliaia di donne sono scese in piazza contro la violenza maschile e le politiche economiche e sociali che la legittimano e la sostengono. Come ha, infatti, sempre sostenuto Marta Dillon, tra le fondatrici del movimento Ni una menos, sorto in Argentina nel 2015, la violenza di genere non interessa solo le relazioni interpersonali, ma “coinvolge la politica, l’economia e tutta la società”.

Proprio in Argentina, poco più di tre mesi fa, il Senato rigettava il progetto di legge approvato nel giugno dalla Camera dei Deputati, che avrebbe dovuto contemplare una sostanziale legalizzazione dell’aborto, prevedendo la possibilità di ricorrere alla pratica in questione fino alla quattordicesima settimana dal concepimento. Nel paese latinoamericano, pertanto, la materia continua ad essere regolata fondamentalmente da una legge del 1921, che, partendo dal presupposto che l’esistenza della persona inizia al momento del concepimento, considera l’aborto un reato, punibile con la condanna fino a quattro anni di carcere, eccetto che nei casi di avvenuta violenza sessuale e quando sia chiaramente a rischio la salute o la vita della donna.

La battaglia condotta dalle numerose attiviste che, in particolar modo a partire dal 2005, hanno portato avanti campagne di mobilitazione e di sensibilizzazione come, ad esempio, quella per il “Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito”, alle quali si sono aggiunte, nel corso del tempo, organizzazioni studentesche e movimenti territoriali di vario tipo, si è infranta contro il muro eretto da una seconda camera conservatrice, a maggioranza maschile, evidentemente sensibile al richiamo delle sirene cattoliche e agli appelli del presidente Mauricio Macri, fin da subito schieratosi dalla parte del fronte anti-legalizzazione.

L’aborto seguita ad essere materia regolata dal codice penale e non, per l’appunto, un diritto. E questo, con tutti i rischi in termini di sicurezza per la salute e la vita stessa delle donne. In Argentina, infatti, gli aborti clandestini (fra i 370 .000 e i 520.000 ogni anno) rappresentano la prima causa di morte materna, soprattutto fra le donne che versano in maggiore stato di indigenza, mentre bambine e adolescenti fra i 10 e 14 anni sono costrette a dare alla luce, ogni anno, approssimativamente 3000 bambini frutto di gravidanze indesiderate. Drammi, questi, che non riguardano, quindi, tanto le donne appartenenti agli strati più elevati della società, che possono ricorrere a cliniche private o recarsi all’estero, ma soprattutto i settori meno abbienti, che versano in condizioni di miseria e di marginalità. E, come spesso accade in questi casi, i numeri sono probabilmente sottostimati. Non a caso, l’organizzazione Mujeres de la Matria Latinoamericana (MuMaLá) ha annunciato la creazione di un registro dei decessi di donne in Argentina a causa degli aborti clandestini.


2018, Argentina. Manifestazione del movimento Ni una menos


È evidente come quello dell’aborto sia un tema tutt’altro che agevole in un paese fondamentalmente conservatore, governato dal 2015 dalla destra neoliberista, e dove, con l’assunzione della carica di pontefice da parte di Bergoglio, nel 2013, la Chiesa cattolica ha ripreso ad esercitare un’influenza notevole sul piano, non solo sociale e culturale – favorendo, ad esempio, la diffusione della percezione della donna nel suo ruolo di “riproduttrice” e di madre –, ma anche politico. Non è un caso, quindi, se persino durante la presidenza di Cristina Fernández de Kirchner (2007-2015), quello dell’aborto abbia rappresentato un vero e proprio argomento tabù. E questo, nonostante il fatto che, a partire, soprattutto dal 2010, siano state realizzate alcune delle riforme più avanzate in tema di diritti civili dell’intera regione. L’Argentina è stata, infatti, il primo paese latinoamericano ad approvare il matrimonio fra persone dello stesso sesso, fra i primi a permettere le adozioni da parte di coppie omosessuali, a dotarsi di una legge di identità di genere, a garantire a chiunque l’accesso gratuito a tecniche di fecondazione assistita. Eppure, Cristina – che, peraltro, è stata fra coloro i quali hanno votato a favore della legge di legalizzazione dell’aborto – durante il suo mandato non ha mai permesso che venisse aperta una discussione sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza. Ed è evidente come il ruolo della Chiesa cattolica e delle varie comunità evangeliche presenti nel paese sia stato decisivo anche nel bloccare il tentativo di riforma di quest’anno, in particolare a partire dal voto della Camera di giugno, quando tutto faceva pensare che i “fazzoletti verdi” avrebbero finalmente portato a casa questa vittoria. Dopo il no del Senato di agosto, invece, è facile supporre che la questione non potrà più essere messa sul tavolo della discussione parlamentare prima del 2020, considerato che il 2019 sarà anno di elezioni presidenziali e parlamentari.

Nonostante ciò, la lotta della “marea verde” non si arresta. Il paese rioplatense è indubbiamente fra quelli maggiormente attivi sul piano delle mobilitazioni per i diritti della donna. Non è un caso se è da qui che, come detto, ha preso le mosse il fenomeno di Ni Una Menos, che, a partire dal 2015, ha trovato diffusione non solo in diversi altri paesi dell’area, a cominciare dal vicino Cile, ma ha assunto una portata che non è esagerato definire globale. Un movimento che, partendo dalla necessità di dire basta ai femminicidi – nel 2017, in Argentina, sono state oltre 290 le donne uccise per il solo fatto di essere donne, trend rimasto sostanzialmente invariato nel corso del 2018, dove i dati parlano di cifre superiori a 5 donne ammazzate ogni settimana – ha fin da subito inserito la questione della violenza contro le donne in una cornice più ampia, legandola ai temi della diseguaglianza economica e sociale, dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, ad esempio.

Ci sono pochi dubbi rispetto al fatto che l’America Latina rappresenti ancora una regione profondamente machista. L’avvento alla guida di alcuni paesi chiave dell’area di donne come Michelle Bachelet, la stessa Fernández e Dilma Roussef, ha fatto pensare che il trend si stesse finalmente invertendo. Non è andata così. Anzi, l’assassinio dell’attivista brasiliana Marielle Franco, nel marzo di quest’anno, ha confermato, fra le varie cose, l’estrema difficoltà che ancora incontrano le donne nel fare politica a tutti i livelli. Eppure, come dimostrano proprio il caso brasiliano e quello argentino, il principale fronte di resistenza alla deriva (neo)conservatrice in atto sembra essere rappresentato proprio dal variegato mondo femminile.

Alessandro Guida

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#Brasile

di Carolina Amadeo


Se da una parte l’avanzata conservatrice culminata nell’elezione a presidente di Jair Bolsonaro minaccia ancor di più la vita delle donne in Brasile, d’altra parte ha contribuito a rendere ancor più evidente la capacità della donna brasiliana di resistere. Il fatto che le donne si organizzino politicamente per avanzare richieste e fermare le minacce ai diritti già acquisiti non è certo una novità, ma negli ultimi anni si è assistito in Brasile a un grande aumento della visibilità della lotta femminista, come rappresentato dalle manifestazioni #elenão contro Jair Bolsonaro.

Un momento significativo in questo processo di aumento della visibilità fu, nel 2015, la cosiddetta Primavera Femminista brasiliana. Questa ebbe origine nella mobilitazione contro il progetto di legge 5069/2013 dell’allora Presidente della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha – uno dei protagonisti dell’impeachment alla Presidente Dilma Rousseff e al momento in carcere per corruzione – che prevedeva il restringimento del diritto all’aborto previsto dalla legge (già comunque limitato a casi di stupro o rischio per la vita della madre). Le donne scesero in strada per protestare contro questa e altre minacce e il discorso femminista si diffuse nel Paese.

Molte campagne presero piede quell’anno, come effetto delle proteste. Tra queste, l’hashtag #meuprimeiroassédio, attraverso il quale le donne raccontavano sui social network le loro prime esperienze come vittime di molestie sessuali o l’iniziativa #agoraéquesãoelas nella quale le donne erano autrici di editoriali comunemente scritti da uomini su giornali, riviste, siti, per richiamare l’attenzione sulla necessità di dare spazio a più voci femminili. L’agenda femminista ottenne così maggior diffusione, occupando anche i media tradizionali.

I social network e la rete contribuirono a stimolare e diffondere anche il femminismo nero in Brasile. In un Paese dalle disuguaglianze sociali e razziali così violente, la intersezionalità e la dimensione di razza hanno un’importanza enorme nella lotta femminista. La lotta della “donna nera e delle periferie” è diventata centrale e la tragica esecuzione della consigliera municipale Marielle Franco ha dimostrato ancora una volta l’urgenza di questa lotta. Marielle portava nelle istituzioni la lotta di base dei movimenti e la sua voce, assieme a quella di molte altre, aveva grande eco nel Paese.



Primavera Femminista brasiliana


Sia detto per inciso che sono passati più di otto mesi e ancora non c’è stato nessun progresso significativo nell’indagine sull’omicidio: l’unica certezza che abbiamo è che hanno ucciso Marielle per spegnere la sua voce, mentre continuiamo a domandarci: “chi ha ammazzato Marielle?” e “chi è il mandante?” (slogan di campagne tuttora in corso).
La presenza di donne con posizioni femministe negli spazi di potere – ossia con incarichi nell’esecutivo e nel legislativo – è aumentata considerevolmente. Secondo la Folha de São Paulo, in queste ultime elezioni per lo meno 36 delle deputate federali elette possono essere considerate femministe – 9 in più che nell’ultima tornata elettorale. È interessante notare come molte di queste candidature sono state costruite proprio sull’agenda femminista, in particolare su battaglie come quelle per la legalizzazione dell’aborto e contro la violenza di genere.
Negli ultimi anni, inoltre, un altro aspetto che ha ottenuto grande visibilità è quello della presenza delle donne in prima linea in diversi movimenti sociali nel Paese. Questa presenza, che esiste da sempre, è adesso maggiormente riconosciuta e celebrata. Per esempio, è regola che, soprattutto a livello di base, i movimenti che organizzano la lotta per un domicilio degno per i lavoratori senzatetto – cresciuti molto in questi anni di crisi – siano guidati da donne.

La mobilizzazione femminista in Brasile è infatti molto estesa e va molto al di là di battaglie meramente identitarie. Le donne si sono guadagnate un ampio terreno di lotta, e il loro potere viene tuttora sottostimato dall’élite politica del Paese. Il movimento #elenão, emerso durante l’ultima campagna elettorale, ha mostrato più che mai come le donne siano un soggetto politico attivo, con capacità di articolazione a livello nazionale e internazionale, non limitata alle capitali, bensì presente anche nelle città dell’interno. Le manifestazioni organizzate dalle donne hanno richiamato l’attenzione in tutto il mondo, e anche se non hanno ottenuto di impedire la vittoria di Bolsonaro nelle urne, hanno mostrato la forza della resistenza femminista. A loro sostegno sono stati costituiti gruppi di appoggio che sono rimasti in vita anche dopo il risultato elettorale. La mobilitazione delle donne continua, e siamo pronte per lottare contro ciò che ci aspetta.
La lotta della donna brasiliana è estremamente radicale e ampia. Con l’avanzare di questa preoccupante variante di autoritarismo machista, razzista e neoliberista, rappresentata da Bolsonaro, le donne, principalmente “nere e delle periferie”, sono destinate a una maggiore vulnerabilità economica e sociale. Ma lo abbiamo già chiarito: lotteremo. Ci sarà resistenza.

Carolina Amadeo

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