Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Per chiunque tenga alla parola libertà, il 18 agosto ha un nome: Khaled al-Asaad, l’archeologo, custode di Palmira, torturato, ucciso, decapitato e “mostrato al mondo” nella violazione del suo corpo, due anni fa.

Khaled al-Asaad, è stato ucciso perché la libertà che voleva difendere e affermare è la cultura come bene comune.

Palmira è come  Pompei ma è anche molto di più Pompei. E’ un sito archeologico di indubbio valore artistico, è un bene comune dell’umanità , ma è anche un crocevia della storia umana. Palmira, dunque,  è almeno due cose.

La prima. Palmira come testimonianza di “Storia bene comune”. La conservazione, la valorizzazione di ciò che caratterizza una civiltà è patrimonio non solo di un luogo ma di tutta l’umanità. In questo senso Palmira è come Pompei.

Per questo è giusto che in seguito alla morte violenta, allo strazio che il corpo di Khaled al-Asaad ha subito il 18 agosto 2015 sia nata l’iniziativa dei “Caschi blu della cultura” come conseguenza degli impegni assunti dall’Unesco in occasione della 38 Conferenza (Parigi, novembre 2015) e un impegno specifico dell’Italia non solo in ambito Unesco, ma anche e soprattutto in ambito di Unione Europea.

La seconda. Palmira non è solo un bene culturale dell’umanità che il fanatismo ha tentato di violare ed è quasi riuscito a distruggere.  Palmira per la sua storia e per la sua costruzione, per la lingua che circolava nelle sue vie in antichità – l’aramaico, una lingua che non è di nessuna nazione, ma che vive dell’intreccio e della capacità di tenere insieme più lingue e fondarne una che funziona da crocevia – era la testimonianza del “meticciato”.

La città di Palmira

 

Per questo Daesch voleva distruggerla. In questo senso la distruzione non totale di Palmira e l’uccisione di Khaled al-Asaad , non sono la ripetizione di ciò che, per esempio, è avvenuto nel marzo 2001 a Bamiyan, quando i talebani afghani fanno esplodere le statue del Buddha. L’uccisione di Khaled al-Asaad ha un significato  più radicale.

Palmira non era solo un luogo degno di rispetto e Khaled al-Asaad un intellettuale operoso. Palmira è soprattutto un simbolo, come scrive lo storico Paul Veyne, che per Palmira usa il concetto di  “saggezza straniera”, termine caro a Arnaldo Momigliano e ricco di molte implicazioni. E’ importante ricordare che non esistono nella storia culture pure e che non hanno mai tradito il loro codice originario. Le culture, quelle che sopravvivono nel tempo, sono sempre il risultato e l’effetto di prestiti: danno ad altri ma soprattutto si mantengono nel tempo perché da altri ricevono.

Cultura viva significa prendere atto che ogni cultura non è mai uguale a se stessa, ma è significativamente se stessa se continuamente ripensa, modifica, assume risorse, concetti, fondamenti  che arrivano da altre parti. Una cultura è viva come conseguenza di questo processo di costante mescolamento e di ibridazione, perfino con quelle culture con cui pure è in aspro conflitto e da cui afferma non solo distanziarsi, ma anche contrapporsi contro l’assimilazione, interpretata ideologicamente come la morte di sé, come il venir meno a se stessi.

Palmira era esattamente la testimonianza e la memoria di questo processo: un luogo che nel tempo produce meticciato culturale; il segno dell’intercultura, più che della multicultura.

Per questo Daesh la voleva distruggere. E per questo noi oggi, soprattutto oggi, dobbiamo ricordare la grande lezione di universalità culturale testimoniata da Khaled al-Asaad e del suo non venire a patti col carnefice.

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