La discussione aperta da David Bidussa su fascismo, antifascismo e qualunquismo, per cercare di analizzare se si possa meglio comprendere la realtà che ci circonda con richiami analogici e comparativi con il passato è un giusto tentativo di uscire dalla logica delle risposte immediate e sintetiche per provare a fare i conti con la complessità del presente (ma anche della storia). Rifarsi al fascismo, e anche al qualunquismo, costituisce certamente una scorciatoia per connotare in modo negativo, con il peso di definizioni di un passato che hanno una sostanza storica concreta e riconoscibile, una realtà presente che non si ha la capacità di discernere e di definire anche nella sua originalità e non solo nella ripetitività di elementi già prima presenti nella storia. La storia umana può essere vista in molti casi come la ripetizione continua e incessante di elementi primari che attengono alla civiltà umana e cercare o trovare questi elementi “eterni” non solo è certamente possibile – e si ritroveranno sempre – ma anche utile, al solo patto, però, di prenderne spunto per un’analisi che non può che riguardare le novità e originalità che ogni momento storico si costruisce autonomamente rispetto alle ripetizioni del passato. Si può utilmente rileggere il «fascismo eterno» di Eco e, con ancora più profitto, la «personalità autoritaria» di Adorno (che era frutto di una ricerca empirica e non solo di riflessioni teoriche come quelle, legate al suo mondo di Wilhelm Reich ed Erich Fromm: ma non ci si può fondare, però, sulle loro conclusioni pratiche, che erano rivolte agli uomini degli anni ’40 e ’50 e al contesto politico e istituzionale di quel periodo, assai diverso dal nostro. Per dirla con una battuta che spero non venga presa alla lettera (come altre che, in passato, mi hanno fatto classificare nella categoria degli «anti-antifascisti»), è utilissimo parlare di fascismo se non ci si limita a inneggiare all’antifascismo come unico e onnicomprensivo terreno di azione e alla comprensione. La differenza fondamentale, e profondissima, tra l’adesso e gli anni ‘20 o ’30, è che allora era in crisi uno stato liberale molto parzialmente democratico (in Italia) e in Germania una democrazia appena nata con ancora le stimmate di una controversa rottura/continuità col passato imperiale e di guerra; oggi è in crisi una democrazia vera e solida ormai da settant’anni, che è stata capace di superare brillantemente – cosa che non è successo ovunque, si pensi, solo in Europa, alla Grecia o ai paesi che sono arrivati alla democrazia molto più recentemente, dalla penisola iberica agli stati dell’est – sfide anche molto difficili. Capire il presente, le dinamiche che hanno portato e stanno portando sempre più paesi nel mondo a scegliere (in genere con elezioni libere) governi di centro-destra o di destra, tutti fortemente xenofobi e solcati da forme più o meno aperte e profonde di razzismo (islamofobia e antisemitismo in primis, ma non solo) diventa un compito inevitabile. Che però, mi pare, non si possa soddisfare se ci si limita a dare delle spiegazioni molto carenti del perché di queste tendenze. Tra queste spiegazioni metterei l’idea che è stata la scelta neoliberista delle socialdemocrazie e delle sinistre a favorire la vittoria della destra radicale. Non perché non ci siano stati profondi errori delle sinistre negli ultimi trent’anni (per non parlare di prima), ma perché una simile spiegazione in realtà non spiega nulla, perché riduce sotto l’etichetta di neoliberismo tutto ciò che ha che fare col capitalismo e con il mercato, dimenticando che capitalismo e mercato si sono mossi, in questi trent’anni, in modo estremamente diversificati sia globalmente sia nei singoli paesi. Non è un caso, infatti, che queste analisi si traducono sempre, alla fine, o in una riedizione un po’ edulcorata del socialfascismo e dell’equiparazione tra fascismo e socialdemocrazia o in una condanna del «tradimento» dei capi e dei partiti che avrebbero lasciata sola la povera gente (sola, spesso, con le proprie spinte corporative che in passato erano state vellicate e soddisfatte). Il fascismo era stato una novità radicale, che proponeva un’alternativa di civiltà e addirittura un «uomo nuovo», il nazionalismo populista di oggi si crogiola nell’autodefinizione di «cambiamento» e si illude di poter soddisfare il «prima noi [italiani, americani, tedeschi, catalani, fiamminghi, ecc]». Le destre attuali hanno la grande capacità di riuscire a sembrare all’opposizione anche quando sono al governo, raccogliendo con slogan e campagne ben calibrate sulla coscienza e consapevolezza, un consenso cui le loro misure non danno alcuna risposta. Questo però, ed è forse il punto centrale di ogni ragionamento complesso e serio, dipende da come sono, culturalmente e antropologicamente, gli elettori, mentre noi continuiamo a compiere le nostre analisi solo sugli eletti (e cioè sui partiti nazional-populisti). In Italia, probabilmente, c’è sempre stato uno zoccolo profondo di razzismo convinto, anche se non sempre ha avuto la possibilità e il coraggio di esprimersi; e un quaranta per cento di gente in attesa (quelli che chiamiamo qualunquisti) pronta a ondeggiare dove tira il vento. Se guardiamo ai tanti periodi della storia unitaria italiana, ad esempio, vedremo che queste percentuali, con scarsi mutamenti, hanno costituito una tendenza di lungo periodo, che non può essere rimossa pensando solo ai momenti  – per fortuna esistenti e significativi  – dove per fortuna è accaduto il contrario, rafforzando una democrazia che è ancora in piedi. Faccio un unico esempio legato all’Italia. Le nostre carenze più grandi in tema di diritti umani, come sostenuto più volte da agenzie internazionali, riguardano i migranti e le carceri. Sui migranti c’è stata e c’è ancora una mobilitazione significativa, sulle carceri si continuano a lasciare soli i radicali come se, a 255 anni di stanza da Beccaria, non ne valesse la pena (in realtà non si vuole perdere il consenso di quella grande fetta di «sinistra» che è giustizialista).

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