Anticipiamo qui un estratto dell’intervista a Virgilio Sieni raccolta nel volume Dizionario minimo del gesto – Corpo, movimento, comunità nella danza di Virgilio Sieni, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Con il sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.

 

Mattia Palma: A un certo punto della sua carriera ha iniziato a lavorare con gruppi di non professionisti. Per quale ragione?

 

Virgilio Sieni: Circa vent’anni fa mi sono accorto del vantaggio di lavorare con persone a cui mancavano i codici e le tecniche che i danzatori possiedono per formazione. Ne sono stato subito affascinato: avere a che fare con non professionisti mi permetteva di esplorare da vicino un intero atlante di inciampi, di debolezze, di fragilità, una vera e propria mappa emozionale legata al disagio di abitare il mondo. Così mi sono aperto ancora di più alla possibilità di far danzare gli altri: grazie al lavoro con i non professionisti ho capito che la strategia corretta è evitare di andare dritti all’obiettivo, per scoprire l’infinito del gesto, l’inesauribilità della danza, che è in ogni particella di movimento.

 

MP: Perché chiama i non professionisti “cittadini”?

 

VS: Non saprei come altro chiamarli. Dilettanti? Amatori? Nella dimensione di oggi l’amatore è messo in disparte, anche se la parola ha la stessa radice di “amore”. Si tratta di un problema percettivo, come quando si porta un progetto in uno spazio di periferia e non nel teatro principale di una città. Dunque uso la parola “cittadini”, per operare con loro alla fondazione di comunità del gesto che possano individuare l’aura dei luoghi, per rigenerarli. Le persone in questi luoghi si sottraggono alle abitudini per condividere tratti inediti sulla scoperta del gesto e la formalizzazione di posture in relazione al territorio: un vero e proprio ritorno alla polis.

 

MP: Come definisce la polis?

 

VS: Non è altro che un sistema di democrazia: un organismo a cui il cittadino partecipa. Ma l’aver demandato tutto alla politica ha portato a un inevitabile scollamento: oggi il cittadino non vive più la città, sempre più oppressa dal consumismo e svuotata dalle persone che non sanno più come camminare senza acquistare qualcosa. La Polis dovrebbe essere un meccanismo che permette all’uomo di leggere le tracce del passato e percorrerle con passo rinnovato.

 

MP: Insomma al centro di tutto c’è la partecipazione dei cittadini.

 

VS: La partecipazione è la linfa di ogni esperienza, che porta alla condivisione di pratiche contemporanee su linguaggi antichi, se non addirittura di carattere archeologico come la natura del gesto. Il cittadino si riconosce in questo viaggio: con sforzi e dubbi, ma con assoluta commozione e con il desiderio di esserci. Tutto questo dà un’enorme fiducia al senso del cambiamento. A dire il vero ritengo importanti anche coloro che si limitano a osservare: gente di tutte le età che si ferma a guardare un’azione coreografica, tutto ciò li incuriosisce: verificano una vicinanza attraverso una nuova abitudine.

 

MP: Cosa cercava nella danza?

 

VS: Qualcosa che si legasse al mio concetto di contemporaneo, per andare contro le regole prestabilite.

Per me la danza non deve essere teatrale né narrativa: se scimmiotta gli elementi drammaturgici della parola per raccontare una storia viene avvilita. Credo che la danza debba sorreggersi sulla sua gratuità e forza simbolica. Certo, per arrivare a un valore di questo tipo bisogna lavorare molto sul corpo, per non semplificare troppo le emozioni che si cerca di far emergere. Invece gli elementi mimici descrittivi rappresentano il peggio della danza: la danza è bella quando è astratta.

 

MP: Stava parlando della danza come astrazione: da cosa si deve astrarre?

 

VS: Il corpo si muove seguendo la sua enigmaticità: ogni elemento è legato a un labirinto interiore, come se fuoriuscisse da una tonalità emotiva profonda.

 

MP: E una volta che il gesto emerge?

 

VS: Non si può fare a meno di elaborarlo: il corpo deve essere preparato, altrimenti rischia di cadere in facili puerilità. La danza è per forza sapiente, filosofale. Non c’è niente di misterioso in essa: deve arrivare per quello che è, senza narrazioni da capire o da seguire. È solo un essere umano che si muove formalizzando dei gesti, come costellazioni che attraversano il corpo.

 

MP: In tutto questo discorso non è mai venuta fuori la parola “vita”, né la parola “morte”. È un caso?

 

VS: Il problema è che pensare alla vita è troppo emozionante. Sento che la danza ci collega a qualcosa che va oltre la vita momentanea: non esiste un qui e ora in cui siamo soli. Secondo me la vita è proprio così: un eterno a cui mancano i confini che cerchiamo di dargli, questi ottanta, novanta, cento anni. Ma la morte fa venire lo stesso le vertigini, per l’attaccamento emozionale che abbiamo con il nostro corpo. Quindi non ci resta che cercare di capirne ogni giorno qualcosa di più.

 

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