A’interno dell’indagine sui luoghi di formazione politica curata da Rosa Fioravante  (Sapere e Potere/1, Sapere e Potere/2) abbiamo chiesto ad esponenti dei partiti di massa novecenteschi come si incontravano il polo del sapere e quello della decisione politica e che funzione avessero i luoghi di formazione rispetto alla qualità della democrazia:


Valdo Spini \ Psi


Nel Psi l’attività di formazione quadri non è un continuum, ma una serie di esperienze che si sviluppano e si interrompono a seconda della linea e dell’impostazione del gruppo dirigente del momento. Per il Psi in genere attività di formazione corrisponde ad affermazione di autonomia ideologica del partito.

Non è casuale che un’attività di formazione venga intrapresa dal segretario del Psi, Lelio Basso (1947) che pur nell’unità d’azione col Pci portava un libertarismo che si richiamava a Rosa Luxemburg. Dopo molti anni di interruzione, il Psi del “nuovo corso” che si era dato nel 1978 come manifesto politico il “Progetto Socialista” approvato al Congresso di Torino del 1978, istituisce una responsabilità della Formazione Quadri e la affida a chi scrive.

Siamo nel pieno dell’asse tra gli autonomisti di Bettino Craxi e la sinistra lombardiana guidata da Claudio Signorile, e nel progetto socialista sono protagonisti i collaboratori di Antonio Giolitti, cioè Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo. Rotta la maggioranza Craxi-sinistra lombardiana questa attività non viene ripresa.

Le iniziative di formazione si rivolgevano innanzitutto a giovani quadri, in genere intellettualmente preparati, anche per costituire un quadro dirigente in grado di affrontare più modernamente le campagne elettorali (nel nostro caso quelle politiche e le prime europee a suffragio universale del 1979). Ma spesso dirigenti delle federazioni provinciali che volevano uscire dal loro guscio e farsi un’esperienza sui temi della grande politica nazionale ed europea. In genere, riguardavano i protagonisti della stesura del Progetto Socialista di Torino, che costituiva la base della nostra attività. Quindi i politici che vi avevano più direttamente partecipato, come Luigi Covatta e lo tesso Claudio Martelli, intellettuali come Amato, Ruffolo, Gino Giugni, Enzo Cheli,Francesco Forte  Alberto Spreafico, Gianfranco Pasquino, Franco Bassanini, Aldo Visalberghi, Andrea Saba, Federico Mancini, sindacalisti come Giorgio Benvenute e Mario Didò. Molto curata era la formazione sulle questioni europee con lezioni di personalità come Gerardo Mombelli, Riccardo Perissich. Ennio Di Nolfo, Bino Olivi, lo stesso Mario Zagari, Aldo Ajello.

Bisogna precisare che la progettazione e lo svolgimento veniva seguito, naturalmente su base volontaria da un team di esperti in formazione, Cesare Vaciago, Gianluigi Testa, Alfredo Giglioli, Stefano Rolando, Gian Felice Ceriani. Questi esperti ci avevano spiegato l’importanza di elementi come la residenzialità dei corsi di formazione, l’impronta seminariale, l’impostazione attiva dei seminari stessi, l’importanza cioè che tutti, nei vari seminari, prendessero la parola e si confrontassero

Nei nostri corsi di formazione quadri i percorsi per giovani erano integrati. Bisogna però tener conto peraltro che il Psi aveva una federazione giovanile (Fgs poi FGSI), spesso su di una linea politica diversa da quella del partito, che costituiva di per sé nella sua autonomia una scuola importante di formazione politica.

I percorsi di selezione della dirigenza e della classe politica possibili erano due. O quello autonomo della federazione giovanile (io stesso posso testimoniarlo come segretario della Federazione Giovanile Socialista fiorentina) o quello delle segreterie dei maggiori esponenti politici e delle loro correnti. Per me era di gran lunga preferibile il primo, almeno quello che come molti altri, ho praticato a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta.

Oggi nulla si sta sostituendo a quello sforzo di formazione, non nella stessa misura e nella stessa intensità dell’azione formativa personale. Nel 2017 si è svolta un’intensa attività di formazione quadri nel Pd, per esempio, ma l’autonomia formativa veniva di fatto sovrastata dal comizio televisivo del leader o dei leader rivolti prevalentemente e televisivamente vero l’esterno. I giovani quindi come cornice televisiva, sull’esempio un po’ berlusconiano.

L’importanza delle scuole di formazione si avverte particolarmente nella mancanza oggi di quadri capaci di attivare un vero dibattito politico interno e quindi capace di attrarre interessi e confluenze dall’esterno. Formazione significa condivisione di cultura e di conoscenze, quindi attivazione di meccanismi di partecipazione non di mero consenso. La mancanza di un dibattito politico adeguato alla drammaticità dei problemi odierni viene proprio da questa carenza.

Cfr. in genere  “I quadri del  Psi”, Quaderni del Circolo Rosselli, anno I, n.1, a cura di V. Spini e S. Mattana, Nuova Guaraldi editrice, Firenze

 

 


Pierluigi Castagnetti \ Dc


La DC disponeva, come tutti i partiti popolari, di un apparato di formazione, questo perché tutti i partiti popolari sentivano la responsabilità di educare alla democrazia. Dopo l’entrata in vigore della Carta Costituzionale si avvertiva l’esigenza di educare il popolo italiano, il quale non aveva memoria condivisa della democrazia, in quanto la democrazia liberale pre-fascista era elitaria e dunque le grandi masse erano escluse da un’educazione a questo sistema politico. C’era un grande bisogno di queste attività, che erano affidate all’ufficio propaganda SPES, un’invenzione del vicesegretario nazionale Dossetti, vice di De Gasperi. Dossetti si pone il problema dell’educazione delle masse popolari, che si fa attraverso una produzione sterminata di foglietti e strumenti divulgativi. Sono rivolti alla base “più o meno”: nel senso che sono rivolti alle masse cattoliche, che rientrano in un concetto più ampio di coloro che sono politicizzati iscritti al partito.

Dunque era formazione, educazione e propaganda: si propagandavano le battaglie del partito, anche perché i giornali avevano tirature modeste e la tv non c’era ancora. Gli strumenti di propaganda andavano dalle pubblicazioni per giovani e ragazzi – era stato coinvolto anche il vignettista Jacovitti – ma anche i filmati, che si proiettavano con furgoncini attrezzati che giravano i paesi con un tecnico operatore. Erano filmati di informazione e formazione di base, didattici, con un linguaggio curato sotto il profilo didattico. La DC si distingue tuttavia da PCI e PSI perché la formazione di base sotto il profilo ideale, culturale e morale è svolta principalmente dal mondo cattolico: sono le organizzazioni cattoliche che educano all’impegno politico. Le parrocchie facevano serate riservate ai giovani con dei professori che spiegavano cosa fosse la democrazia, la libertà, la dottrina sociale della Chiesa ecc. sotto forma quindi di attività collaterali alla DC ma organizzate autonomamente dalle associazioni. Servivano non solo a formare ma anche a selezionare il personale che si riteneva particolarmente preparato e adatto, così poteva essere poi candidato alle amministrative, tenendo conto nelle liste di giovani acculturati, diplomati, laureati ecc. che avevano evidenziato durante le serate formative qualche forma di attitudine, interesse, intelligenza politica ecc. L’attività si configurava così perché le organizzazioni ecclesiali erano collaterali alla DC, benché la DC si professasse aconfessionale tuttavia il mondo cattolico era il bacino più importante anche se non esclusivo, ma anche per un presupposto ideologico (sebbene non si possa parlare di ideologia nel caso della cultura cattolica). Il presupposto culturale era che il partito non avesse una soggettività primaria ma secondaria: la soggettività primaria era della società che è il luogo dove si formano i valori, si costruiscono e la politica deve rispettarla. Il partito non ha iniziative di formazione intorno ai valori ideali, al contrario del PCI che faceva formazione totale, ma vi è una divisione dei compiti: lo Stato viene dopo la società, come sostenne Don Luigi Sturzo che icasticamente sosteneva che lo Stato è la forma organizzativa della società, un pensiero che per i cristiani vale ancora oggi. Dunque il compito di formazione ideale, culturale e morale è assolto dalla Chiesa.

Il Partito si concentra maggiormente sulla formazione dei quadri dirigenti e in particolare degli amministratori: questi ultimi richiedono una competenza che evoca conoscenze molto specifiche, di tecnica amministrativa che deve essere padroneggiata dal personale che si candida e che deve conoscere i meccanismi di funzionamento delle realtà locali, provinciali ecc. Vi era poi una formazione ancora più raffinata per i giovani: a livello periferico, provinciale ecc. si tenevano corsi con amministratori qualificati (es. sindaci) o professionisti con varie competenze specifiche (es. finanza, urbanisti, gestori dello Stato sociale ecc.) che trasmettevano competenze al settore di riferimento.

Ad un ultimo livello si poneva la scuola di formazione dei quadri dirigenti alla Camilluccia, in una villa attrezzata sia per la residenza che con aule didattiche, dove andavano i dirigenti più bravi e dove si tenevano corsi di formazione ulteriori di circa una settimana, più leggeri di quelli che si tenevano a Frattocchie. Il direttore della Camilluccia per molti anni è stato il Dottor Giacomo Cesaro, uno dei più importanti ghost writer dei segretari della DC che veniva da Azione Cattolica, uno degli intellettuali puri. Era parte del gruppo di giovani di Azione Cattolica che vengono considerati ad un certo punto eterodossi e vengono espulsi, fra di loro c’erano anche Umberto Eco, Vattimo, Mario Rossi.

Negli ultimi decenni già nella DC le cose cambiarono. L’avvento del sistema informativo televisivo ha modificato tutti i processi di informazione e quindi di formazione e la DC se ne accorge tempestivamente: negli anni ’50, alla nascita della tv, in ogni sezione DC viene regalato un televisore che è visibile anche ai non iscritti quando la sezione è aperta. Ci si accorse subito di che mezzo formativo di opinione pubblica fosse. Oggi non è pensabile replicare nulla di quel mondo, però una formazione che consentisse di selezionare anche il personale politico, soprattutto i giovani, con strumenti adattati, attraverso delle scuole interattive in cui ci sia possibilità di parlare ma anche ascoltare da parte del partito, e così di trovare talenti e orientare dal punto di vista etico, sarebbe utile. Oggi dal punto di vista etico il personale politico non ha alcun filtro, mentre la competenza tecnica oggi indispensabile viene acquisita con altri strumenti: ci sono più laureati e competenze, ma vi è il delicato problema dell’alfabetizzazione politica delle nuove generazioni. I giovani sanno tutto dei social e delle nuove tecnologie ma non sanno niente della politica rispetto a come funzioni, a quali devono essere le condizioni per esercitare attività politica, né sanno molto di storia contemporanea, non sanno quale è stato il ruolo dei partiti che hanno fatto la Resistenza e la Carta Costituzionale. La Costituzione non si insegna nelle scuole e nelle università ma è formazione di base. C’è bisogno quindi di alfabetizzazione politica ed educazione a ragionare politicamente, che vuol dire non individualisticamente, utilizzando uno sguardo largo sul mondo; ciò che accade oggi è frutto del fatto che non lo si fa più.


Luigi Vinci \ Pci


In premessa generale: Può, forse, essere utile una collocazione delle attività di formazione operate dal PCI nel quadro più generale delle sue attività, dei suoi obiettivi, della sua cultura generale, della sua partecipazione a un movimento mondiale. La formazione, in senso proprio, cioè quella operata con specifiche iniziative, era nel PCI di pertinenza della Commissione (o Ufficio) di organizzazione: quindi, non dell’ultima delle commissioni, ma di quella di gran lunga più importante (in ogni partito comunista serio). Non a caso essa inizialmente fu retta (dal 1945 al 1948) da Luigi Longo, cioè dal numero due del partito, in quanto vicesegretario generale, poi, (dal 1948 al 1955), da Pietro Secchia, anch’egli in quegli anni in tale ruolo apicale. Successivamente diventeranno responsabili di quella commissione figure, per esempio, come quelle di Giorgio Amendola o di Giorgio Napolitano, talmente potenti, aggiungo di passata, da riuscire a contrastare efficacemente dentro alla segreteria nazionale Enrico Berlinguer.

Sin dall’inizio dell’attività legale in Italia, sostanzialmente, cioè dal 1944 nella parte dell’Italia liberata dalle forze armate statunitensi, britanniche, ecc., il PCI cominciò a disporre di quantità sempre più ampie di opuscoli (soprattutto) e testi più corposi prodotti in lingua italiana dall’Unione Sovietica (lo stesso accadeva a ogni altro paese europeo liberato dalle forze occidentali o dall’Armata Rossa).  Soprattutto si trattava di scritti o di estratti di scritti di Lenin; a volte, di Marx o di Engels. Di Stalin c’era molto poco, ma perché poco esisteva di suoi scritti. Poi, a par-tire dalla fine della guerra, il PCI comincerà a produrre materiali in proprio di questo tipo, guar-dando soprattutto alla produzione gramsciana ma anche a quella togliattiana. Usciranno parimenti scritti di Longo, di Secchia, di Curiel, di Laiolo (a Milano: di Vaia, di Pesce) riguardanti la guerra di Spagna, la Resistenza, ecc.

Giova connettere la formazione anche a strumenti di massa, o, comunque, orientati a segmenti più o meno ampi di pubblico o a sue figure sociali particolari. Anzi il quotidiano l’Unità (già clandestino) riapparve in forma legale prima della fine della guerra, nel gennaio del 1945, edito a Roma. Uso il termine “formazione” perché l’orientamento delle produzioni cartacee pubbliche del PCI non furono mai esclusivamente propagandistiche, determinate solo da polemica politica, ecc.: l’elemento didattico era sempre presente, in una forma o nell’altra. A l’Unità poi si saldarono strumenti più o meno importanti e diffusi. Tra quelli che più lo erano va collocato il settimanale Rinascita, di ottima qualità, ma anche accessibile a una quota non ridotta di militanza o di simpatizzanti.  Importante era il mensile Politica ed Economia. Lo strumento forse più impegnativo sarà il bimestrale Critica marxista, che comincerà le uscite nel 1963. Altri strumenti furono il trimestrale Calendario del popolo, di cultura generale e rispondente alle attese di cultura della massa militante. I giovani comunisti (la FGCI) disponevano di un settimanale, Nuova generazione. Esistevano parimenti strumenti locali; l’Unita disponeva di pagine locali. Esistevano strumenti, chiamiamoli così, di tendenza, come, per esempio, Paese sera a Roma o il bimestrale Nuovi argomenti. Esistevano inoltre strumenti “unitari”, partecipati sia dal PCI che dal PSI, come il setti-manale Noi donne dell’Unione donne italiane.  A ciò si aggiungeva una miriade di fogli locali di vario genere, audience e qualità.

 

La formazione in senso proprio, ma anche in senso lato era, analogamente, di moltissimi tipi. Ogni organismo, le sezioni territoriali stesse, di partito, le federazioni, ecc. si ingegnavano periodicamente in attività didattiche o seminariali di base, orientate agli iscritti, o ai loro quadri, oppure ai giovani della FGCI. I “docenti”, per così dire, erano spesso figure appartenenti a quegli organismi. A me capitò, unico studente del mio circolo giovanile, di presentare ai miei compagni (dopo essermeli letti nei giorni precedenti) il Manifesto del Partito Comunista di Marx e di Engels, Stato e rivoluzione di Lenin, La questione meridionale di Gramsci. Fortunatamente dopo la prima lezione fui accompagnato da un insegnante iscritto alla sezione di partito, onde superare i limiti assoluti delle mie esposizioni. Parimenti le assemblee di sezioni di partito o di circoli della FGCI venivano periodicamente visitate da dirigenti locali, o da intellettuali di partito, che introducevano, rispondevano a domande, fornivano e commentavano la linea, su ogni ordine di questioni essi ritenessero necessarie o su richiesta della platea.

Giova accennare a come attività analoghe venissero svolte, in concreto sodalizio con il PCI (e, fi-no al 1956, anche con il PSI) dalla CGIL.

 

I giovani soprattutto, inoltre gli operai, i braccianti, i contadini e i mezzadri poveri, costituivano l’oggetto privilegiato e di gran lunga più corposo dell’attività formativa di partito. Giova rammentare che all’inesperienza dei giovani si univa la strumentazione concettuale e linguistica molto elementare delle figure proletarie, che costituivano la stragrande maggioranza della militanza e la più attiva e disinteressata. La maggior parte degli operai non era andata oltre la scuola elementare, le componenti contadine spesso erano composte da analfabeti o semianalfabeti. Non di rado alle iniziative di formazione venivano associati brevi corsi di grammatica, aritmetica, lingua, ecc.

Accanto alle iniziative locali operavano consistenti attività, in più forme pratiche, su scala più ampia. Di ciò si occupavano le istanze, giovanili o di partito, federali (cioè, provinciali) o nazionali. Giova segnalare come buona parte delle iniziative riguardasse il contesto politico-sociale e la sua analisi critica, inoltre il contesto internazionale. In breve, si trattava di una formazione prima di tutto politica il cui fine era, accanto all’acquisizione di cognizioni, anche quella più ampia possibile della “linea” e delle analisi del partito. Momenti critici particolari, come le rivolte operaie e popolari  del 1956 in Ungheria e Polonia e la successiva tragedia ungherese, poi il conflitto politico aspro tra Unione Sovietica e Cina Popolare ai primi anni sessanta, richiesero supplementi intensi di attività orientate all’adesione a spesso scosse convinzioni nella militanza, in quella intellettuale in specie, così come all’adesione a correzioni delle posizioni tradizionali del partito, del tipo, per esempio, dell’intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti, nell’estate del 1964, a pochi giorni dalla sua scomparsa.

Operavano, infine, alcuni livelli più impegnativi della formazione, dedicati in genere al quadro locale. Il PCI disponeva di una miriade (nove, mi pare di ricordare) istituti di partito in grado di ospitare (soprattutto, per una settimana: ma potevano essere fino a un mese, oppure essere articolati lungo un intero anno, ecc.); il pubblico era composto da quadri di base, fossero essi giovani od operai o, anche, donne ecc. La scuola centrale era sita nella frazione romana delle Frattocchie; a Milano operava una Scuola centrale di partito. La materia era costituita, più che dalla contestualità politica, o dalla chiarificazione o comprensione della linea, da elementi di teoria. Venivano cioè esposti, argomentati, discussi, chiariti gli elementi di base della teoria marxista-leninista, sia nella sua forma canonica che, all’occorrenza, nella sua semi-variante togliattiana. Di Gramsci, data la difficoltà dei suoi Quaderni del carcere, c’era poco: l’analisi del dualismo socio-economico italiano, le Tesi di Lione e cioè la sua anticipazione di una “via italiana al socialismo”. In tema di politica economica erano offerti rudimenti di base, di scuola marxista ma anche, di fatto, neoclassica. Inoltre, la materia era orientata all’esposizione, alla comprensione, ecc. degli elementi base del materialismo storico, più nella sua versione tardo-engelsiana che in quella sua, troppo complessa, marxiana, così come dei caratteri politici e strutturali del capitalismo contemporaneo, tratti dall’Imperialismo di Lenin. Infine, la materia era orientata al consolidamento della comprensione dell’appartenenza del PCI a un grande movimento rivoluzionario internazionalista mondiale a guida sovietica, così come della conseguente necessità di una disciplina ferrea e di un’obbedienza assoluta alle direttive di partito. I docenti erano quadri qualificati, spesso nazionali, di partito, oppure suoi intellettuali. Qualche esempio: Luciano Barca faceva scuola di economia, Pietro Ingrao di democrazia, socialismo e loro assetti istituzionali, Giorgio Amendola o Emanuele Macaluso di questione meridionale.

I risultati: in genere, una superiore fidelizzazione dei partecipanti, una carica di entusiasmo, dato anche il fatto di incontrarsi tra compagni di realtà diverse; l’avvio anche, per non pochi, di una carriera di funzionari di partito, o, anche, sindacali. Nacquero anche non pochi fidanzamenti.

Giova aggiungere un elemento complementare molto importante della formazione (via via rimosso dal PCI stesso, sulla scia del venir meno del rapporto semi-militare e fideistico all’Unione Sovietica): il fatto della partecipazione di decine di migliaia di militanti, giovani, proletari, ecc., talora di studenti, alle scuole di partito in Unione Sovietica così come alle sue università (molto meno in Cecoslovacchia). Questi militanti erano ospitati in ostelli o complessi universitari. I programmi delle scuole di partito erano il marxismo-leninismo, il materialismo storico, l’imperialismo, il “socialismo reale”, ecc.; quelli delle università, accanto a queste materie, propri delle varie facoltà, tutte di tipo scientifico. I periodi di questa partecipazione potevano essere, i più brevi, di un anno; più facilmente, di due o, anche, di tre anni. Giova aggiungere come prima del 1945 l’emigrazione italiana in Unione Sovietica avesse largamente partecipato a scuole di formazione militare, i cui periodi era di due o tre anni, e da cui sortivano con brevetti di ufficiali anche molto elevati. Più in generale, una quantità enorme di giovani o di operai o di contadini dell’intero pianeta si formarono per decenni, politicamente e militarmente, in questo modo. Ovviamente, la progressiva separazione del PCI dall’Unione Sovietica porterà alla sospensione anche di ogni formazione di italiani in questo paese. So per certo, in ogni caso, che questa sospensione avverrà solo a metà anni sessanta.

 

In ultimo: il tardo PCI si caratterizza per un’estinzione graduale di tutto quanto in materia. L’ultimo periodo di una loro certa intensità è quello della segreteria di Luigi Longo, uomo molto legato all’Unione Sovietica (inoltre, titolare di brevetto di generale dell’Armata Rossa, ottenuto in Unione Sovietica: non a caso, quindi, in grado di gestire i volontari stranieri nella guerra civile spagnola). Enrico Berlinguer tenterà, a un certo momento, un rilancio delle scuole di partito. Con la svolta della Bolognina di tutto ciò si perderanno le tracce.

pagina 52563\