Scuola Normale Superiore di Pisa

Ambivalente sin nella sua radice etimologica, il lavoro, dividendosi tra “creatività” e “sofferenza”, rappresenta una dimensione centrale delle società moderne. Strumento di realizzazione di sé, riconoscimento e trasformazione sociale, esso occupa un posto di rilievo nelle grandi narrazioni collettive, siano essi sistemi filosofici – come quelli di Hegel e Marx – prospettive sociologiche – da Durkheim ai giorni nostri – o persino nelle punte più alte della canzone popolare – si pensi al Nuovo Canzoniere Italiano e al suo repertorio di canti di contadini, mondine e operai, alla “canzone sindacale” di Gualtiero Bertelli o all’icona globale Bruce Springsteen, che al lavoro, alle sue promesse e fatalità assegna una centralità che svela i drammi e le contraddizioni del cosiddetto “sogno americano”.

Il lavoro è molto di più del mero guadagnarsi da vivere, dunque. Divide chi può vivere libero dal lavoro e chi dal lavoro dipende, chi si realizza col lavoro e chi invece deve vendere il proprio tempo e le proprie competenze per potersi garantire un’esistenza dignitosa.

M’hanno detto a 15 anni / di studiare elettrotecnica / è un diploma sicuro / un’avvenire tranquillo / con quel pezzo di carta/ non avrai mai problemi / non avrai mai padroni” canta ironicamente Bertelli nel 1967 in Vedrai com’è bello per narrare il lavoro di fabbrica salvo e poi così concludere più causticamente: “Tutto quello che hai studiato / Dentro qui non serve a niente / Non importa un accidente / cosa tu poi voglia fare / il diritto più importante / è catena di montaggio”.

Ancor più attuale appare oggi, il lavoro, in un’epoca di grandi promesse di sviluppi tecnologici. E cos’altro è la tecnologia se non uno strumento con cui l’uomo si libera dallo stato di necessità e dai lavori più gravosi e più alienanti, che lo espongono a rischi fisici o psichici. Se il lavoro è la prima dimensione con cui l’uomo, attraverso le tecniche modifica e trasforma il mondo – argomento centrale da Karl Marx a pensatori tanto diversi come Arnold Gehlen o Herbert Marcuse – l’utopia tecnologica odierna non è che la versione più sofisticata di tale antichissima tensione verso un mondo in cui l’uomo viva riconciliato con il mondo naturale e sociale.

Sappiamo tuttavia quanto tale tensione si scontri con la durezza delle strutture che il mondo reale ci presenta.

In anni di disillusione, che segnano la fine delle della centralità del movimento operaio e delle sue speranze di trasformazione in senso radicalmente egualitario della società, c’è un testo del 1980 di Bruce Springsteen, intitolato The River, che parla con un mix di poesia e realismo sociale del disincanto della vita operaia e della sua routine. Essa è vista come la condanna a un destino già segnato, non lasciando spazio a sogno alcuno: “Vengo da laggiù dalla valle / dove quando sei giovane / ti portano a fare / quello che faceva tuo padre”1.

Anni ’60, Sciopero degli operai in fabbrica. Documento tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 

Un destino caratterizzato dal dramma della fatica del lavoro che si accentua nel suo legame con l’immobilità sociale. Per dirla con il sociologo Pierre Bourdieu, con la riproduzione sociale delle strutture nelle vite degli individui, che in Springsteen assume però anche i caratteri del fatalismo. Vite che dipendono da forze astratte come “l’economia” e scontrano con il dramma dell’incertezza e della disoccupazione, nel negare progetti e sogni: “Ho avuto un lavoro in un’impresa di costruzioni / per l’impresa Johnstown / ma in seguito non c’è stato molto da fare / a causa dell’economia / Ed ora tutte le cose che sembravano così importanti / ebbene sono svanite nel nulla”)2.

Proprio nel passaggio “a causa dell’economia” (on the account of the economy), come ha avuto modo di sottolineare lo storico Alessandro Portelli nel saggio Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni, c’è l’incapacità del lavoro di trovare una centralità sociale e politica nell’epoca del potere finanziario e dell’economia globalizzata.

Sembra di risentire in versi quello che è emerso in varie voci anche da una recente inchiesta realizzata da un collettivo di ricercatori e attivisti radunatisi attorno al progetto Cantiere delle idee. Al lavoro per nuove idee a partire da un’inchiesta sulle classi popolari3 e che a Firenze lo scorso 19 Maggio ha presentato i primi risultati di un’indagine su circa 60 persone residenti nei quartieri popolari di 4 città italiane (Milano, Firenze, Roma, Cosenza). Partendo da domande sulle condizioni di vita, i bisogni reali e le percezioni sul quartiere, che privilegiavano un approccio discorsivo in profondità, le interviste si sono poi orientate anche su questioni di carattere più politico. Il lavoro, tra le persone intervistate, è emerso come il problema principale, oltre che come una necessità fondamentale che rimarca l’articolo 36 della Costituzione Italiana: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa4.

Ed è proprio dalla difficoltà a trovare lavoro, a trovarne di stabile, che garantisca una sopravvivenza libera da pensieri tribolazioni, che da Milano a Cosenza dipende la sicurezza sociale ed individuale degli individui e il loro sentirsi parte di una collettivo, in grado di realizzarsi come persona e all’interno di una comunità politica.

Dice Giulia, barista di Roma: “Il lavoro è […] il problema principale. Mi madre è stata licenziata dopo anni di lavoro in una profumeria. E a 49 anni trovare un altro lavoro è praticamente impossibile. Oggi lavora due giorni a settimana in uno studio di dentista. Mio padre fa il muratore, ha una piccola azienda con due operai. Prima c’erano tante ristrutturazioni di locali, oggi il lavoro è calato molto”.

Ecco, di nuovo, le oscillazioni dell’economia. Se esse appaiono come una forza quasi incontrollabile, questo non è tuttavia imputabile ad uno stato necessario di cose. Il carattere selvaggio e fatale delle tendenze economiche è il risultato di una politica che ritirandosi, in nome di una determinata fede ideologica nel “libero” mercato, si è condannata all’irrilevanza o alla subordinazione a poteri economici oligarchici autoreferenziali e socialmente dannosi, che hanno reso la società un deserto e di lavoratori e cittadini dei nomadi esposti alle sue intemperie.

Un deserto sociale che presenta i tratti del precariato, dell’irrilevanza sociale e politica dei lavoratori lasciati alle loro solitudini. Dice Adriana di Firenze: “Lo sai cosa mi hanno detto al lavoro? Che devo abbassare i toni perché rischio”, riecheggiando così un giovane studente di Milano: “Mia madre in ufficio è maltrattata: io le dico, sciopera! E lei mi dice che non può perché la licenziano. Io le dico: ‘Ma allora fate gruppo, non pensare solo al fatto che tu devi avere uno stipendio’. Per me è fondamentale la libertà e la dignità del singolo. I miei genitori lavorano tutto il giorno e quando arrivano a sera non hanno forze per niente. Io non voglio lavorare troppo e non avere forze per fare ciò che mi piace”.

Manifesto sulle contraddizioni del capitalismo tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

Al di là delle rispettive opportunità economico-sociali dei rispettivi contesti, è interessante notare come il lavoro, in molte interviste sia comunemente associato alla sofferenza, all’incertezza. Si lavora male e quando lo si fa non ci si libera nemmeno dal bisogno. Grazia, signora di un quartiere popolare di Milano dice che “Il lavoro c’è ma è gestito male. Sempre con questi contratti a termine, con sto ricatto del ricambio del personale. […] Eppure tanti sono malpagati”. In questo, nonostante Milano sia una realtà economicamente più dinamica rispetto ad altre aree del Paese, il suo pensiero appare condiviso anche da Carla, casalinga di Cosenza “Il lavoro è una piaga… i veri lavori sono pochi, altrimenti ti sfruttano”.

Quale che sia il livello della narrazione, il lavoro è pensato e vissuto come una dimensione che va al di là della mera sopravvivenza materiale per investire il piano del riconoscimento sociale e della partecipazione politica democratica nel suo significato sostanziale. La sua importanza e quella dei suoi diritti riveste un significato politicamente preciso di cittadinanza, comunque lo si definisca. Pensare che esso possa essere una dimensione marginale dell’economia non è stato una svista, ma uno dei tasselli di un progetto politico neoliberista con cui si è cercato di sfuggire al conflitto sociale e agli obblighi di redistribuzione sociale della ricchezza, provocando un drastico aumento delle disuguaglianze quasi privo di precedenti nelle società industriali avanzate. Se collochiamo tutto ciò nel mare aperto – rivelatosi assai burrascoso – della globalizzazione dei mercati, il piano assume una dimensione d’importanza epocale, in cui l’accumulazione della rendita finanziaria ripropone strutture sociali assai simili a quelle Ancient Régime, come mostrano le analisi comparative riguardanti la concentrazione dei grandi patrimoni nei principali Paesi Occidentali svolte dall’economista Thomas Piketty e dalla sua équipe ne Il Capitale nel XXI secolo.

Così infine, il problema del lavoro non può essere nemmeno delegato alla tecnologia, come si trattasse di chiedere al pilota automatico di scegliere la destinazione verso cui siamo diretti.

Come la democrazia non può prescindere dalla sua spinta normativa a superare la mera ingegneria istituzionale, così il lavoro non può prescindere dai sogni di realizzazione di cui si nutre. Come una società senza sogni è destinata a morire, il lavoro pur essendo fatica e sofferenza, deve essere portatore di una missione – o per dirla con Weber di una “vocazione” – quella di condurre alla redenzione di sé e degli altri. Rinunciare a tale spinta ideale, significa destinare il lavoro a svuotarsi dalla sua funzione sociale di emancipazione e ad assumere i tratti del suo rovescio, la schiavitù.

Termina così sempre la canzone di Springsteen: “E’ forse un sogno una menzogna / se non diventa vero / o è qualcosa di peggio?5.


1 “I come from down in the valley / where mister when you’re young / They bring you up to do / like your daddy done”

2 “I got a job in a working construction / for the Johnstown Company / But lately there ain’t been much work / on account of the economy / Now all the things that seemed so important /
Well mister they vanished right into the air

3 https://www.facebook.com/cantiereperidee/

4 https://www.senato.it/1025?sezione=122&articolo_numero_articolo=36

5 Is a Dream a Lie / if it doesn’t come true / Or is it something worse

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