Giornalista

C’è stato un tempo, invero non così lontano, in cui la carriera politica e la professione del politico portavano con sé un’aura composita di ingredienti pregiati. Erano la competenza tecnica; la capacità di relazione con gli elettori, i colleghi e le istituzioni; la passione per la cosa pubblica; la propria ambizione necessariamente sottoposta a strutture e orizzonti più ampi, che restituivano l’ego di ciascuno, per quanto ingombrante, ad una posizione subordinata. Potremmo continuare, ma per evitare l’agiografia che sempre si rischia quando si guarda al passato da un presente fragile, è forse il caso di concludere l’elenco degli ingredienti con quelli memorabilmente scolpiti da un grande protagonista della prima Repubblica, quel Rino Formica cui bastarono due parole – “sangue e merda” – per dire cos’era, cos’è l’essenza della politica.

Ovvio: la politica è la chiave del potere degli uomini, e gli uomini che comandano, che vogliono comandare o devono obbedire, spesso rivelano i loro umori più bassi, a volte li dominano, più spesso ne finiscono dominati. Del resto, la valutazione del confine tra un compromesso dignitoso e un cedimento indecoroso è sempre più generosa da parte di chi lo sottoscrive.

E però, proprio negli anni in cui Formica dava la sua famosissima definizione, fare politica era e sembrava, ancora, cercare equilibrio tra interessi di alcuni e bisogni di altri, tra rappresentanza e rappresentatività, tra pulsioni basse, magari “oscene” e bisogno di non farle deflagrare in questioni sociali. Era ragionare concretamente su quale orizzonte di senso potesse dare unità alle decisioni prese ogni giorno nei consigli comunali come nel parlamento europeo. Era così per chi faceva politica ad ogni livello, per chi alla politica si appassionava da cittadino e da militante, per chi vi si avvicinava con l’ambizione di farne una carriera, perfino per chi, riluttante, la frequentava solo nel chiuso di quella cabina col naso tappato e la fretta di uscirne.

È stato ripensando alla ricchezza e alle contraddizioni, alle ambizioni e ai fallimenti della politica, con riferimento al tempo in cui essi si dava – in modo da poterli poi pretendere – obiettivi alti e orizzonti ideali o ideologici definiti, che abbiamo immaginato gli incontro del ciclo “Il Sale sulla Coda”.

Vogliamo, con questi incontri, mettere in tensione la memoria di chi ha fatto politica fino a ieri e fino a oggi, chi si è posto obiettivi importanti ora riuscendo ora fallendo, con un presente di perenne campagna elettorale, ritmato dall’uscita dei sondaggi, in cui l’obiettivo più alto sembra sempre un consenso da inseguire e mai una realtà da cambiare.

Nello scegliere le voci e le personalità da coinvolgere, abbiamo pensato che fosse importante rappresentare sensibilità e appartenenze politiche diverse, ma anche che fossero rappresentate diverse competenze ed esperienze di governo. L’occasione di un confronto con chi ha operato ai massimi livelli come politico e policy maker, infatti, ci consentirà di attraversare la storia recente del nostro paese cercando di mettere in luce i nodi più importanti, a volte anche dolorosi, del nostro presente e del nostro futuro.

Con Claudio Martelli, il primo dei nostri ospiti, ex vicepresidente del consiglio e primo italiano a firmare una legge organica sull’immigrazione, partiremo proprio dal tema delle migrazioni che hanno ridefinito i confini tra destra e sinistra, per poi ripercorrere i nodi cruciali della fine di un’epoca, quella della Prima Repubblica, che ha aperto la strada – non solo in Italia, forse – alla crisi, che ad oggi appare irreversibile, della forma partito.

Con Giulio Tremonti guarderemo da molto vicino – dal suo interno più prossimo alla “scatola nera” – gli anni del centrodestra di governo della Seconda Repubblica, sondando anzitutto il confine sempre problematico e friabile tra stato e mercato, un confine che proprio in quegli anni sembrò a tratti rovesciarsi rispetto alle categorie classiche della politica Novecentesca.

Con Walter Veltroni ripercorreremo gli obiettivi ambiziosi che si poneva la fondazione del partito democratico, il tentativo di una sintesi innovativa sia nella forma partito che nella sostanza, a confronto con un’epoca in cui sono i partiti stessi ad essere diventati punto di caduta del malcontento sociale.

Con Rosy Bindi attraverseremo la storia e l’esperienza del cattolicesimo sociale nella politica italiana e cercheremo di far emergere in modo particolare i tratti profondi di cos’è stata una potentissima agenzia di formazione di classe dirigente che, di fatto, ancora oggi risulta egemone avendo disseminato i suoi ultimi figli in schieramenti politici tra loro contrapposti.

Con tutti e quattro i nostri ospiti, infine, useremo gli strumenti della critica e stimoleremo l’esercizio – ingrato e indispensabile – dell’autocritica. Perché chi è arrivato dopo, a cominciare da ciascuno di noi, ne apprenda i segreti: vitali per tutti.

 

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