Ricercatore

Si propone qui un estratto dell’introduzione di Jacopo Perazzoli alla pubblicazione Forza di governo radicale. La social democrazia e i sessant’anni del programma di Bad Godesberg (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli).1


Dal 13 al 15 novembre 1959, l’allora città termale di Bad Godesberg, oggi un distretto urbano dell’ex capitale della Germania Ovest, fu teatro di un congresso straordinario della Socialdemocrazia tedesca (Spd), nel corso del quale venne approvato una nuova piattaforma programmatica (Grundsatzprogramm) che sostituiva il programma di Heidelberg del 1925. Un programma che avrebbe fatto epoca, lasciando ampie tracce nel dibattito politico del Novecento.

Quali gli elementi di novità del documento della Spd? Quali le ragioni alla base della svolta programmatica? Quali i passaggi principali per poterlo deliberare nel 1959? E ancora: come venne recepito nel breve e nel medio periodo?

Per rispondere alla prima domanda e affrontare tutti gli altri interrogativi, è il caso anzitutto di sottolineare un elemento di discontinuità tra il programma di Heidelberg e quello di Bad Godesberg. Mentre dal documento del ’25 emergeva con chiarezza l’intenzione di voler realizzare la società socialista muovendo da una profonda critica al capitalismo, prevedendone una soppressione per realizzare la tanto agognata società socialista,2 il documento di Bad Godesberg abbracciava una prospettiva differente. Infatti, oltre a mettere in discussione il legame tra socialismo e marxismo, il programma superava il nesso tra socialismo e socializzazione. Ciò significava che non solo il pensiero di Karl Marx, vero e proprio tratto distintivo dell’ideologia socialista fin dagli albori, non era più considerato quale fonte di ispirazione teorica, ma anche che la dottrina socialista non prevedeva più il mutamento del regime di proprietà.

A ragione, nel lemma su Bad Godesberg dell’Enciclopedia della sinistra europea nel 20° secolo, Leonardo Rapone ha scritto che la peculiarità del programma stava “nel suo carattere di summa, di sistemazione complessiva degli elementi che avevano concorso a determinare una nuova identità socialdemocratica sul piano internazionale”.3 In effetti, il programma del 1959 si inseriva in una vasta operazione di rivisitazione ideologica e programmatica che la socialdemocrazia europea aveva avviato di fatto fin dalla conclusione della Seconda guerra mondiale: sull’onda della comparsa della Guerra fredda, che rendeva necessaria una revisione ideologica della dottrina per distanziarsi anche teoricamente dall’Unione Sovietica,4 fu per prima l’Internazionale socialista, ufficialmente ricostituita a Francoforte sul Meno nel luglio 1951, ad adottare un’apposita carta dai toni e dagli obiettivi revisionisti.5 Anche il Labour Party inglese, benché la proposta di abolire la quarta clausola dello statuto relativa alla collettivizzazione dei mezzi di produzione non avesse avuto alcun seguito formale, si schierò a favore di una prospettiva che puntava a riformare il sistema inglese in profondità, accettandone però il perimetro generale.6

Per la socialdemocrazia europea, una fortissima motivazione nell’opera di revisionismo teorico provenne da un fatto molto semplice. Malgrado nel 1946 Léon Blum avesse dichiarato che, una volta sparito il pericolo nazista, sarebbe definitivamente giunta “l’ora del socialismo”,7 la storia delle elezioni politiche nei principali Paesi dell’Europa occidentale è una storia di insuccessi per la socialdemocrazia europea: fatta eccezione per il Labour che guidò la Gran Bretagna dal 1945 al 1951,8 gli altri partiti socialisti non riuscirono a scalfire i conservatori di varia tendenza e natura dalla guida dei rispettivi Paesi. Non facendo eccezione, la Spd fu dunque spinta ragionare sul proprio orientamento programmatico dalle sconfitte cui andò incontro nelle elezioni federali del 1949, 1953 e 1957.9

(…) Al netto delle modalità con cui venne accolto sul finire degli anni Cinquanta, modalità ovviamente da ricondurre alle specifiche posizioni dei protagonisti immersi nel dibattito politico dell’epoca, il programma di Bad Godesberg fu destinato a fare epoca, a rappresentare una svolta significativa sul piano teorico e programmatico che fu ancora più impattante perché attuata dal partito marxista per eccellenza della socialdemocrazia europea, la Spd. A conferma del carattere da vero e proprio turning-point nella lunga vicenda socialdemocratica, se ci si sofferma al solo scenario politico italiano, il testo del 1959 è stato più volte citato dai dirigenti della sinistra nostra, così come dai commentatori, ogniqualvolta che il tal partito fosse giunto ad una svolta programmatica, politica e teorica anche soltanto lontanamente paragonabile a quanto fatto dalla Spd nel 1959.10

Come confermato dal saggio di Gian Enrico Rusconi posto a conclusione di questo volume, nel 1979, cioè a vent’anni dalla sua approvazione, il manifesto di Bad Godesberg rappresentava probabilmente un termine di paragone con cui il Pci, all’epoca impegnato nella non semplice operazione di darsi una nuova prassi politica nel quadro della collaborazione governativa, mai del tutto formalizzata, con la Dc, si sarebbe dovuto giocoforza rapportare e a cui, per certi versi, avrebbe dovuto anche fare riferimento.

In verità, nella stessa Spd il programma del 1959 avrebbe avuto un’influenza ben superiore rispetto al periodo in cui fu formulato. Quando attorno alla metà degli anni Settanta, anche alla luce delle prime difficoltà economiche che iniziavano ad affacciarsi in Germania Ovest così come nel continente europeo,11 il dibattito sul progetto e sull’identità socialdemocratica non partì affatto da posizioni di rifiuto del testo di Bad Godesberg, bensì dall’intenzione di adeguarne l’apparato concettuale e programmatico che fosse capace di mettere in campo una politica di sinistra non più basata sulla concezione lineare del progresso, come invece si riteneva negli anni Cinquanta.12 In questo senso, è centrale il saggio di Hans-Jochen Vogel, che della Spd avrebbe poi ricoperto anche la carica di presidente tra il 1987 ed il 1991, che pone in piena continuità la riflessione di Bad Godesberg con Orientierungsrahmen, il documento che avrebbe preceduto il nuovo programma fondamentale che la Spd avrebbe approvato nel 1989.

Perché, ancora oggi,13 Bad Godesberg viene considerato un passaggio cui rifarsi quando a sinistra ci si deve immaginare una nuova prassi programmatica? Vi sono due elementi che, probabilmente, lo rendono ancora attuale: da un lato, la capacità di leggere il presente e di proporre una politica che sia effettivamente capace, grazie alla superiorità della politica, di gestire l’economia, imbrigliare il capitalismo in uno schema di regole così da limitarne gli effetti più nefasti, evitando così le ricadute sui ceti sociali più deboli; dall’altro, pur nel quadro di una minore radicalità sul piano della terminologia adottata, la capacità di non rinunciare affatto ad immaginare un futuro diverso che non  coincida con la sola conservazione, o al massimo miglioramento di piccolo cabotaggio, dello status quo. In questo senso, Bad Godesberg non è per nulla equiparabile alla “terza via” tanto in voga negli anni Novanta del Novecento. Per questo, Bad Godesberg raffigura ancora oggi un modello che la socialdemocrazia europea, nella per nulla semplice operazione di rigenerarsi idealmente e programmaticamente, dovrebbe guardare.


 

1 I documenti riprodotti nel presente volume sono mantenuti nella formattazione originale.

2 D. Dowe, K. Klotzbach, Programmatische Dokumente der deutschen Sozialdemokratie, Dietz, Bonn, 2004, p. 195.

3 L. Rapone, Bad Godesberg, in A. Agosti (sotto la direzione di), Enciclopedia della sinistra europea nel 20. secolo, Editori Riuniti, Roma, 2000, p. 765.

4 Cfr. M. Mazower, Le ombre dell’Europa: democrazie e totalitarismi nel 20. secolo, Garzanti, Milano, 2005, p. 287.

5 Cfr. T. Imlay, The Practice of Socialist Internationalism: European Socialists and International Politics, 1914-1960, Oxford University Press, Oxford, 2018.

6 Cfr. I. Favretto, Alle radici della svolta autonomista: Psi e Labour Party, due vicende parallele, 1956-1970, Carocci, Roma, 2003.

7 L. Blum, L’ora del socialismo. Discorso pronunziato al 37° Congresso nazionale del Partito socialista francese, Casa Editrice “Critica Sociale”, Milano, 1946, p. 16.

8 Cfr. K. O. Morgan, Labour in Power: 1945-1951, Clarendon, Oxford, 1984.

9 Cfr. D. Sassoon, Cento anni di socialismo: la sinistra nell’Europa occidentale del 20. secolo, Editori Riuniti, Roma, 1996.

10 Cfr., per esempio, A. Spiri, La svolta socialista. Il PSI e la leadership di Craxi dal Midas a Palermo (1976-1981), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012.

11 Cfr., su tutti, N. Ferguson, C. S. Maier, E. Manela, D. J. Sargent (a cura di), The Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Harvard University Press, Cambridge (MA), 2011.

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