Giornalista, insegnante e ricercatore

Di seguito il secondo articolo di approfondimento sul Laboratorio di indagine sulle inquietudini e le violenze nel tempo presente di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli curato da David Bidussa.

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In una vignetta famosa che uscì dopo la guerra, si vede Mussolini su una nuvola, e un omino che gli dice: “Nessuno più si dichiara fascista”, al che Mussolini risponde: “Le posso fare una confessione? Nemmeno io ero fascista”. C’è una vulgata mediocre dell’antifascismo, che prevede che in quel prefisso anti- si sia operata una rimozione, e non un’antitesi di tipo hegeliano, un Aufhebung, un superamento, come avviene in qualunque fenomenologia dello spirito.

Oggi la questione del fascismo e dell’antifascismo riparte da qui. Dalla comprensione del fatto che non si può essere antifascisti se non si è prima fascisti. E questo non vale in modo riduttivo per quella grande comunità di uomini e donne che hanno portato l’Italia dal Ventennio alla Repubblica attraverso la lotta di liberazione, consegnandoci un interrogativo vertiginoso: come sviluppare una coscienza profondamente antifascista in un regime totalitario che limita ogni libertà di espressione, di studio, di associazione e annulla qualunque forma di dissidenza.

Ma questo ragionamento ha senso tanto di più per quelli che sono rimasti, nonostante il guastarsi dei tempi, fedeli alla religione civica dell’antifascismo. Per essere antifascisti oggi ha senso entrare nell’ordine di idee di che cosa è il fascismo oggi, dare al fascismo paradossalmente una dignità politica (rischiando, certo), di trasformarlo in un concetto dialettico, superabile appunto, opporre un’idea dinamica della storia e della filosofia della storia a un’ideologia che ha annullato questa dialettica.

Furio Jesi (in Cultura di destra e in Mito) ha parlato della cultura di destra come di una macchina mitologica che produce idee senza parole, una sorta di ideologia che crede di sostituire miti astratti a concetti che vivono dialetticamente tra loro in contesti storici e sociali. La sua analisi è riuscita a rivelare le molte maschere in cui la cultura di destra si propone: dal suprematismo al berlusconismo al leghismo. La sua ipotesi di lavoro è risultata molto più efficace di quella di Eco sul fascismo eterno, esattamente perché non andava alla ricerca degli elementi qualificanti con i quali identificare il fascismo, ma trovava proprio nella dimensione di astrazione, di eternità, di fuzzyness, di adialettica quell’unico e comprensivo elemento qualificante della cultura di destra.

Se la prospettiva di Jesi è stata valida fino alla reviviscenza fascista degli anni ottanta e novanta, oggi noi abbiamo a che fare con un fenomeno diverso: quello di un neofascismo che si pone esplicitamente come un fascismo che vuole superare il fascismo, cioè accetta e anzi ne proclama una sua storicità, mentre noi ci ostiniamo a definirlo astorico, eterno, o addirittura privo di identità.

Un grande vuoto storiografico con cui dobbiamo confrontarci sta proprio in questo: non esiste uno studio significativo, di riferimento, sul neofascismo, soprattutto dagli anni settanta a oggi; il libro importante di Claudio Vercelli da poco uscito per Edizioni del Capricorno, mettendo in fila i passaggi centrali di questa storia, mostra ancora di più l’enormità e le mancanze del campo di studi. I neofascisti per primi, dialetticamente, accettano la sconfitta, e lo fanno anzi riconoscendo la potenza del negativo, come direbbe Hegel; e provando a trasfigurarlo in un elemento vittimario. Il giornale La voce della fogna (storica fanzine dei giovani neofascisti anni settanta) fu simbolico in questo tentativo (la reazione dialettica a chi gli urlava contro “Fascisti carogne, tornate nelle fogne”), e la retorica che scaturisce da Lotta Studentesca e Terza Posizione e arriva fino a CasaPound oggi si muove in questo modo, nell’ambizione alle volte disperata, alle volte solo scaltra, di trovare uno spazio dialettico, di mimare un futuro immaginario dopo la fine della storia.

Per questa ragione ogni argomentazione che assimili il fascismo a un ideale nostalgico, a ignoranza, a un vago populismo, non coglie nel segno. Non coglie nel segno il film dell’anno scorso Sono tornato, in cui il fascismo nelle parole del duce, nelle sue citazioni, non sembra altro che quel populismo di oggi: la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa, i partiti, i sindacati, la politica in generale; il desiderio di una dittatura morbida; l’ignoranza storica; il maschilismo; la ferocia televisiva o dei social network nell’acclamare un uomo che arringa la folla e nel gettarlo nella polvere il giorno dopo. A un certo punto di Sono tornato questa equivalenza è addirittura esplicitata: “Molti teatranti hanno provato a imitarmi!”. Sarebbe molto più semplice se il fascismo odierno fosse questa pagliacciata.

Umberto Boccioni, Rissa in Galleria, 1910

 

È paradossalmente interessante invece la scena del film in cui Mussolini va a trovare i militanti di una sezione neofascista: li rimbrotta, non li capisce, li accusa di aver perduto la memoria storica. Quell’incapacità di comprensione è la mancanza di comprensione di chi oggi si avvicina al neofascismo e a tutto quello che gli gira intorno. È il pasticcio concettuale che in buona fede sposa e alimenta Michela Murgia quando scrive Istruzioni per essere fascisti, dando per buono che il fascismo sia l’esibizione di violenza di Salvini e compagnia.

Tutta questa confusione non ci serve. Occorre invece fare uno sforzo di umiltà, dando una dignità intellettuale e politica a quella che altrimenti consideriamo idee senza parole, un’accozzaglia di pseudoconcetti, o nel migliore dei casi sincretismo, retrotopia, nostalgia. C’è una serie di testi che oggi nutrono il discorso neo e post-fascista, nel sovranismo e nel populismo. Questi testi non rivendicano nessuna ortodossia, ma vogliono rovesciare dialetticamente il fascismo. Mentre buona parte dell’antifascismo – quello dell’Anpi, quello delle battaglie ideali di un giornale come Repubblica durante l’ultima campagna elettorale – combatte contro una specie di fantasma, ridicolizzando il fascismo, annullandolo, svilendolo, esibendo la propria indignazione, la propria alterità assoluta.

La debolezza dell’antifascismo attuale la possiamo rintracciare proprio in questo antifascismo a priori, in questo antifascismo nondialettico. Non può esserci conoscenza di nessuna cultura di destra, senza che ne comprendiamo e ne sentiamo gli elementi di fascino. Non ci può essere un antifascismo senza che prima riconosciamo quanto e come si sia sviluppata in noi una forma del fascismo contemporaneo: che sia l’esito adulterato di un neoliberismo inconsapevole, un maschilismo che non riusciamo a mettere in crisi, o il semplice adagiarsi al peggiore spirito dei tempi.

Perché specularmente il neofascismo/postfascismo in Italia si struttura proprio per contrasto e antitesi più che per clonazione, mimesi, o ritorno: ha bisogno di una cultura alla quale opporsi, e se non la trova si costruisce dei feticci da sbertucciare. In questo acquisisce forza, perché descrive un processo, un divenire. Il libro chiave di Alexandr Dugin, La quarta teoria politica, conserva proprio la sua forza retorica principale semplicemente dichiarando un’idea di superamento: la quarta teoria politica è quella che viene dopo il liberalismo, il comunismo e il fascismo.

Le domande migliori che possiamo farci allora non riguarderanno degli universali, che siano il fascismo, il qualunquismo, o il sovranismo, ma dei rapporti dialettici fascismo/antifascismo, fascismo/qualunquismo, sovranismo/liberalismo, etc… Se ci riposizioniamo in questa prospettiva, riconquistiamo la possibilità di superare questa cultura di destra, invece di paventarne l’avanzata.

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