Università degli Studi di Milano

Chi inserisca la coppia di termini “medioevo” e “Verona” nel motore di ricerca di un grande quotidiano italiano troverebbe, nel mese di marzo del 2019, una trentina di risultati. Nessuno, però, fa riferimento al passato longobardo, comunale o scaligero di quella città: tutti invece, rimandano alle critiche mosse al convegno lì organizzato a sostegno della cosiddetta “famiglia tradizionale”. Le radici dell’uso denigratorio del termine “medioevo” sono profonde e risalgono alla stessa invenzione della definizione, durante il Rinascimento. Sorprende, però, che una serie di pregiudizi ormai vecchi di secoli conosca ancora oggi una nuova giovinezza nell’ambito del dibattito pubblico contemporaneo, rilanciati da iniziative dal dubbio spessore culturale come quella che alcuni anni fa aveva dato vita all’hashtag #italiamedievale per protestare contro il mancato riconoscimento giuridico delle coppie omossessuali.

Ma nel dibattito pubblico odierno i termini “medioevo” e “medievale” hanno qualche legame con il Medioevo reale, con quel millennio del passato europeo come lo studiano, lo conoscono e lo insegnano gli storici? La risposta è del tutto negativa. Questo uso di “medievale” è figlio di un vecchio pregiudizio illuminista e si limita a riproporre uno stereotipo privo di sostanza. Per spiegarci, prendiamo un caso esemplare. Uno dei molti atteggiamenti “medievali” attribuiti ai nostri contemporanei è il rifiuto delle vaccinazioni. Ora, è vero che nel Medioevo non ci si vaccinava, ma questo non avveniva per ignoranza o per superstizione, ma semplicemente perché i vaccini non erano ancora stati scoperti, esattamente, peraltro come nell’Atene periclea, nella Roma imperiale, nella Firenze del Cinquecento o nella Londra dei Seicento: tutti gli uomini, nelle rispettive epoche, cercavano di curarsi con quanto la scienza medica del tempo suggeriva loro, ma nessuno sosterrebbe che non vaccinarsi sia un atteggiamento “classico” o “rinascimentale”. Ancora di più, tante attitudini che vengono considerate “medievali”, non lo erano per nulla, o comunque non esclusivamente. Una per tutti: la concezione della famiglia e il rapporto con la sessualità (anche omoerotica, peraltro una categoria culturale contemporanea, all’epoca inesistente) durante il Medioevo erano molto più liberi e variegati di quanto non immaginiamo noi, che leggiamo quell’epoca attraverso il filtro – quello sì moralista e repressivo – dell’ottocentesca e  “moderna” epoca vittoriana.

Nel costante impoverimento semantico che caratterizza la lingua della nostra comunicazione pubblica, insomma,“medievale” e “medioevo” sono divenuti due termini passepartout da utilizzare nei contesti più svariati, privi di contenuto preciso e quindi destinati ad esprimere una generica denigrazione che ognuno può autonomamente riempire di contenuti conformi ai propri pregiudizi politici e culturali. con esiti talvolta insensati se non risibili. Ci risparmieremo, in questa sede, l’interminabile sequenza di aneddoti che vedono il termine “medievale” attribuito di volta in volta al tradizionalismo cattolico come alla Federcalcio, alla camorra come alla trivellazione dell’Adriatico e altro: l’elenco potrebbe proseguire per pagine e pagine in un crescendo di anacronismi e forzature.

Il problema, però, non è solo linguistico o più ampiamente culturale. Come sostengono anche altri contributi pubblicati in questa stessa sede, de-storicizzare le categorie interpretative e lessicali utilizzate nel dibattito pubblico è pericoloso, perché rende indistinto l’oggetto della polemica, lo rimodella a seconda delle necessità e in sostanza lo depotenzia. Inoltre, ostentare un disprezzo preconcetto e non motivato verso l’epoca medievale (non è questa la sede per farne una difesa d’ufficio, ricordando la conservazione della cultura classica e la sua diffusione nell’Europa orientale e settentrionale, la nascita delle Università, i capolavori letterari e altro) sottintende una pericolosa tendenza ad assolutizzare e dogmatizzare il presente: in una simile ottica, i valori e le conoscenze di cui disponiamo noi – e con “noi” si intende normalmente l’élite bianca e istruita del mondo occidentale – sono imposti come metro di misura del mondo. Bollare come “ignorante” o “primitiva” un’intera epoca e i milioni di persone che vi sono vissute in fondo è un atteggiamento discriminatorio quanto lo è avere la stessa considerazione verso altre minoranze (o maggioranze) a noi contemporanee.

Ancora peggio, definire “medievali” fatti e atteggiamenti che in realtà sono drammaticamente attuali significa negare che certi problemi siano intrinseci alla contemporaneità ed esorcizzarli come  semplici residui ereditati da un passato oscuro. Tacciare a colpi di “medievale” i comportamenti razzisti e omofobi, ad esempio, serve anche a celare che essi in realtà sono diventati sempre più gravi e feroci fra il XIX e il XX secolo, hanno caratterizzato regimi liberali, fascisti e comunisti e hanno contraddistinto molti intellettuali e personaggi di spicco, a sinistra come a destra. Insomma, si tratta di un atteggiamento catartico e autoassolutorio, che riversa le nostre contraddizioni su individui morti da centinaia di anni e incapaci di replicare, evitandoci la fatica di comprendere e affrontare le ragioni sociali e culturali di drammatiche questioni che invece affondano profondamente le loro radici nella società di oggi.

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