Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Parigi, Sabato 19 giugno 1937. È il giorno dei funerali di Carlo e Nello Rosselli. Quella scena, nonché la scenografia, ma anche la sceneggiatura (come testimonia l’album fotografico dei funerali che qui riproduciamo), esprimono almeno due cose.

La prima: l’occasione in cui gli antifascisti possono darsi pubblicamente appuntamento per omaggiare un proprio morto caduto “per mano nemica”. Dal 1924, dai funerali di Giacomo Matteotti, non accadeva. Il funerale, ogni volta era stato un rito “clandestino” e “sotto sorveglianza” del tiranno e della sua polizia. La polizia del tiranno è comunque lì ma non può far altro che assistere. Non detiene il possesso del campo, né può impedire alcunché.

La seconda: il funerale pubblico di un “morto per le proprie idee”, è la possibilità di esercitare il diritto di parola della sua parte trasformando il lutto in occasione di lotta. Il rito del dolore diventa la testimonianza del guerriero che “non viene a patti”.

Riconsideriamo la scena concreta di quei funerali almeno come ce la consegnano la cronaca e le fotografie, in particolare si veda il testo di Chiara Colombini sui funerali in questo volume.

 

 

Cominciamo dalla cronaca. Centocinquantamila persone, gli interventi di: Alberto Cianca per l’antifascismo italiano; di Garcia Oliver a nome dei miliziani che in Spagna combattono per la libertà, di Chaligné, deputato del partito radicale; Georges Cogniot, deputato del Pcf; di Alexandre Bracke deputato socialista; di Emile Khan, in nome di Victor Basch, presidente della lega dei Diritti del’Uomo. In apertura, nella sala delle conferenze della “Maison des Syndicats”, l’esecuzione della Settima sinfonia di Beethoven, una composizione che comunica vitalismo.

 

 

Le fotografie. La più simbolica, credo, è quella in cui Aldo Garosci, cammina da solo esibendo i simboli di quella lotta e del perché di quella morte: il casco e la tuta da miliziano di combattente volontario in Spagna.

Aldo Garosci, storico, politico e antifascista italiano, cammina da solo esibendo i simboli di quella lotta e del perché di quella morte: il casco e la tuta da miliziano di combattente volontario in Spagna.

 

Lo stile e il messaggio è rendere omaggio all’idea. L’idea è quella dell’azione diretta, non della parola. Scelta non casuale collegata al testo che “Giustizia e Libertà” pubblica nel numero che stampa il 18 giugno 1937 (il giorno prima dei funerali e che è distribuito ai funerali) e che contiene, tra gli altri un testo inedito: il discorso che Carlo Rosselli aveva tenuto il 10 febbraio 1937 ad Argenteuil, nella banlieu Nord Ovest di Parigi, ai volontari in partenza per la Spagna, proposto col titolo Perché andammo in Spagna. Il nocciolo politico di quel testo è nelle righe di esordio, laddove Rosselli enuncia che cosa voglia dire combattere per la libertà.

 

Dopo lunghi anni di esilio – dice Carlo Rosselli in quell’occasione – io confesso che fu solo quando varcai le frontiere della Spagna, quando mi iscrissi nelle milizie popolari e rivestii la tuta, divisa simbolica del lavoro armato e imbracciai un fucile, che mi sentii ridiventare uomo libero, nella pienezza della mia dignità. All’estero siamo sempre e sempre saremo dei minorati, degli esuli. In Spagna no. In Spagna ci sentiamo pari, fratelli. Dopo essere stati obbligati tanti anni a chiedere, magari solo il sacrosanto diritto al lavoro e ala residenza, in Spagna abbiamo la gioia di dare.

 

 

La decisione di combattere include alcuni aspetti che è opportuno considerare.

Il primo dato riguarda l’elemento della militanza. Si combattere in relazione a un’idea di riscatto che si ha e si vuol comunicare.

Il secondo dato, che discende direttamente da questo, rinvia al tema della scelta.

La scelta di voler andare in guerra, in una guerra che non riguarda il proprio territorio, ma che si svolge in terra straniera, a un primo livello dice che ci sono battaglie che si condividono e a cui si aderisce perché sentite come proprie. La categoria su cui lavorano è quella della solidarietà. Ma quella scelta non testimonia solo di questo sentimento (anche se, certamente, conta).

Il combattentismo in casa d’altri, sin dalla fine del Settecento testimonia di una idea di libertà. Così è per Lafayette che va a combattere in America dalla parte con i rivoluzionari contro l’Inghilterra. Così è per Santorre di Santarosa a che va in Grecia e lì muore nel 1825, perché quella guerra per la libertà è anche la sua ed è quella che non può combattere in Italia.

Da quel momento ogni volta che è in gioco la libertà da conquistare e rompere il giogo dell’oppressione, andare a combattere in casa d’altri (il combattentismo civile) Non è un omaggio agli altri, ma un modo per confermare che la battaglia per la libertà riguarda chiunque, ovunque.

Quel sentimento che inizia a prendere corpo nell’Europa della Restaurazione con l’idealizzazione dell’eroe civile che si trasforma in eroe nazionale, dell’uomo non destinato alle armi o alla gloria, ma che sente che la sua battaglia per la libertà non si limita a quella che può combattere a casa propria. Nella condizione dell’impossibilità di combatterla in alcuni momenti storici, allora la sua scelta è di non perdere l’opportunità laddove essa si presenti perché convinto che per quella via anche la battaglia a casa sua, può diventare possibile.

È un’esperienza che attraversa molti processi e battaglia per l’indipendenza nel corso dell’Ottocento, compreso il Risorgimento italiano (per tutti certamente la Repubblica Romana).

Talvolta si va in guerra in un altro paese per ritrovare il senso di una guerra che si è precedentemente perduta (è ciò che accade ai garibaldini italiani che vanno in Francia a combattere nel 1870 contro la Prussia o che nel 1897 vanno a Creta a combattere per l’indipendenza dell’isola contro i turchi).

È l’esperienza che nel corso del Novecento si riapre con la guerra civile spagnola.

Si va in Spagna tra il 1936 e il 1939 non in nome di un ideale nazionale da difendere, ma di un’idea di libertà da affermare. Le parole di Carlo Rosselli alludono a questo.

Ma non solo. Quel discorso, importante per chi lo pronuncia, e per chi il 10 febbraio lo ha ascoltato, lo diventa anche, mesi dopo, per chi lo legge nel giorno in cui viene pubblicato.

La scelta di includerlo sul settimanale “Giustizia e Libertà” del 18 giugno 1937, il numero pubblicato e distribuito nel giorno dei funerali di Carlo e Nello Rosselli, indica che, contrariamente a quanto pretendeva Mussolini, i morti raccontano la storia, e continuano a raccontarla anche da morti. In ogni caso la loro morte non li mette a tacere, come invece si proponevano i loro assassini.

Giustizia e Libertà, 18 giugno 1937, N.25

Questo è, probabilmente, il motivo principale che spiega la scelta, allora, da parte di “Giustizia e Libertà” di includere quel testo nel numero che rende omaggio al “Capo” come si intitola l’editoriale che scrive Garosci e che apre quel numero.

Tuttavia siccome rileggere i testi non serve solo a ricostruisce la scena ma ha un valore anche per chi, in altra condizione e situazione oggi, ritorna su quel testo, e su quell’operazione editoriale, allora è anche opportuno sottolineare un secondo motivo. Leggere quel testo è importante anche per noi, ora.

La scelta della battaglia per la libertà e di quella morte dice anche un’altra cosa che, probabilmente, non era necessario precisare nel 1937, ma che è essenziale e imprescindibile per noi dichiarare oggi, proprio per evitare utilizzazioni strumentali e demagogiche Ovvero il fatto che si debba distinguere.

È possibile che qualcuno assimili le Brigate di Spagna alle Brigate di Siria. Allora non è inutile sottolineare dove sta il punto di frattura e dove quel passaggio è falso.

La battaglia per la propria libertà passa anche per la scelta di aderire alle battaglie degli altri se il nemico è il tiranno, se quella battaglia per la libertà ha come fondamento il riconoscimento dell’idea di eguaglianza, di pari dignità, ovvero se fondata su un principio universalistico.

Diversamente, si aderisce a un progetto di dominio sugli altri spesso arrogandosi il diritto di decidere della loro morte e dichiarando di possedere il momento del loro fine vita, magari ricorrendo strumentalmente alla retorica di una battaglia per la libertà.

È una retorica falsa. Al centro di quel gesto, che include spesso anche il sacrificio di sé, presiede l’istanza di onnipotenza, di dominio del corpo degli altri, e di totale amministrazione del proprio. Al di là della retorica, la scelta di andare a combattere in casa d’altri – per come avviene, per i gesti che compie, per la modalità di uccisione del nemico, spesso, per il “ritorno a casa” trasformandosi in “uomo-bomba” – dice essenzialmente due cose: colpire ovunque e colpire chiunque.

 

Parigi, Sabato 19 giugno 1937. Il giorno dei funerali di Carlo e Nello Rosselli. Centocinquantamila persone

Quel percorso, in tutti i suoi diversi stadi, è la dichiarazione di qualcuno che si candida a superuomo. Di qualcuno che interpreta quel gesto come obliterazione di ingresso nella sfera del potere. Non ci parla di riscatto, ma di dominio del corpo, della vita e della morte degli altri. Qualcosa che appartiene al rituale delle religioni politiche della morte più che narrarci la incerta e disperata lotta di emancipazione dei «dannati della terra».

Guarda l’album fotografico:

La photogallery propone un breve percorso che ha origine dalle immagini familiari di Amelia Rosselli e dei figli. Dal patrimonio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli una selezione di foto dall’album dei funerali, conservato nel fondo Angelo Tasca, e le copertine di alcuni opuscoli della Guerra civile di Spagna che alludono all’intervento dei volontari della brigate internazionali a fianco della repubblica.

 

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