Scuola Normale Superiore di Pisa
Ricercatrice in Comunicazione presso Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Philippe Van Parijs è Professore alla Facoltà di Scienze politiche, sociali ed economiche all’Università di Louvain (UCL), dove ha diretto la Hoover Chair of economic and social ethics fin dalla sua creazione nel 1991. Dal 2004 è Regular Visiting Professor di Filosofia alla Harvard University e ha insegnato alla KuLeuven’s Higher Institute for Philosophy. 

Negli anni Settanta ha partecipato alla creazione del “September group”, il gruppo di ricerca a cui si deve l’affermazione del “marxismo analitico”, mentre dagli anni Ottanta si è dedicato a alla questione del reddito minimo garantito ed è fondatore del Basic Income European Network. A differenza del “reddito di cittadinanza”, ora introdotto anche in Italia, Van Parijs è ed è sempre stato un convinto sostenitore del “reddito di base” perché individuale, cioè non basato sul nucleo familiare, universale e privo di obblighi, cioè non soggetto al reddito né al lavoro. 
Oltre a rispondere ad alcune domande sul tema del “reddito di base” e di “cittadinanza” e sulla flat tax, in questa intervista Van Parijs mette a fuoco uno dei temi più spinosi per le forze politiche progressiste e per un’alternativa di sinistra in Europa di fronte ai consensi verso i populismi di destra, cioè le migrazioni.
Se trasformassimo la sfida dei populismi da minaccia in opportunità?


Professor Van Parijs, che cosa intende quando parla del “dilemma più crudele per la Sinistra”, ed in particolare quella europea?

VP: Il dilemma più crudele per la sinistra nei cosiddetti Paesi ricchi è per me dato dalla contraddizione tra due obblighi morali. Da un lato, quello che sentiamo essere il nostro dovere nei confronti dei più svantaggiati nella nostra popolazione, dall’altro, quello che sentiamo di dover fare per i molti che nel mondo vorrebbero venire e condividere la nostra ricchezza, muovendosi e immigrando nei nostri Paesi. E’ impossibile al contempo essere generosi come vorremmo essere per i più deboli tra le nostre file, nella nostra popolazione, ed essere ospitali come vorremmo con le persone che vengono da fuori. Questa è un’antichissima dinamica, simile a quella che si intravide all’inizio del XVI secolo quando si iniziarono a concepire le prime forme del welfare. Già all’epoca si notano i primi dibattiti riguardanti queste dinamiche, con posizioni che cercavano di difendere schemi di assistenza mostrando come il rischio di un’accettazione incondizionata di persone indigenti da altri luoghi potesse minare la sostenibilità del sistema di protezione dei poveri già esistenti all’interno della propria popolazione.

Lì c’è il dilemma riguardante l’impossibilità di abolire la totalità della miseria. Lo stesso dilemma ritorna nel XX secolo con il Ministro francese Rocard, che introduce nel 1988 il Revenu Minimum d’Insertion, un ragionevolmente generoso schema di salario minimo generale per tutti i residenti di Francia. Rocard coniò l’espressione divenuta celebre “On ne peut pas accueillir toute la misère du monde”. Fece qualcosa di simile a quanto si è fatto recentemente in Italia, il reddito di inclusione, che è solo un aiuto generale a persone in condizione di povertà, un sistema generale di assistenza pubblica. Quindi, Rocard era consapevole che, dopo aver fatto questo era impossibile essere al contempo aprire tale opzione a chiunque nel mondo.

Riguardo alla Sinistra in Europa, non crede che essa sia smarrita in una narrative incapace di contrastare il discorso populista sovranista con una vision alternative dell’Europa?

VP: Il populismo di per sé, le sfide che pone, sono una virtù di ogni democrazia che funzioni adeguatamente, perché coloro che sono al potere in ogni Paese del mondo hanno una inevitabile tendenza a concepire le loro politiche pensando a se stessi o alle persone a loro simili. Ed ovviamente, le persone che detengono il potere e i loro amici, l’élite di una società, non sono i tipici membri di quella società. Quindi, può facilmente accadere che essi dimentichino parti consistenti di società e che ci siano persone i cui interessi, le cui preoccupazioni generali non siano presi sufficientemente in conto nelle decisioni che vengono prese dalle persone al potere. Questo ovviamente crea uno spazio al populismo, o alle persone che rivendicano come le élites abbiano dimenticato il popolo. E probabilmente con messaggi molto semplici questi sono capaci di mobilitare parti della popolazione contro le élites. La sfida del populismo è molto importante perché altrimenti le élites facilmente dimenticano parti della popolazione. Chiaramente, il trionfo di un populismo come programma semplicistico, che sia un populismo di sinistra o di destra che possa danneggiare gravemente l’economia o causare crimini contro le minoranze, sarebbe una catastrofe. Ma la sfida lanciata dal populismo in sé è una cosa positiva.

Cosa può fare la Sinistra per costruire un’alternativa?

VP: Non è una questione semplice. Per rispondere adeguatamente, per tenere in conto gli interessi e le preoccupazioni di parti della popolazione che temono di venire relegate ai margini, la sinistra deve andare contro a parti del suo elettorato che è attratto dal libero movimento e dal carattere multiculturale delle nostre città. Quelle sono precisamente una serie di caratteristiche che sono viste come un pericolo, come una minaccia dalle persone che si sentono dimenticate. Non è semplice quindi per la sinistra avere un messaggio che li renda capaci di guadagnare il voto di persone che sono attualmente tentate dalla destra o a volte anche dal populismo di estrema sinistra, mantenendo anche l’entusiasmo dei cittadini giovani e cosmopoliti. Questa è la sfida. La sinistra deve tenere in conto anche i vincoli, questi aspetti, a volte anche queste angosce o forme di panico di parti della popolazione e fare qualcosa per proteggere meglio queste persone rispetto a quanto fa attualmente. Proteggere significa renderle più sicure in termini socio-economici ma anche in termini culturale, preservando una serie di questioni della vita quotidiana alle quali si sentono fermamente attaccate. Questo può essere fatto aprendo uno spazio per il cambiamento, anche se è da tenere in considerazione la lentezza del cambiamento che riguarda queste categorie di persone. La società si sta evolvendo troppo velocemente e la popolazione si sta trasformando troppo velocemente perché queste persone siano in grado di sentirsi a proprio agio in quello che considerano il loro Paese.

Un altro tema è il dibattito attuale sulla flat tax e il reddito di cittadinanza. Quale forma di tassazione può avere un effetto positive nella riduzione della disuguaglianza anche sul mercato del lavoro?

VP: Anche una flat tax potrebbe avere un effetto, nonostante ci si debba chiedere cosa è effettivamente una flat tax. Non è di certo una tassa bassa, per definizione. E’ semmai una tassa che ha la stessa soglia, quale che sia il livello di reddito. Così si può avere una flat tax dove goni reddito è tassato all’80% ad esempio. Se si usa questa tassa a scopi redistributivi, una flat tax sarebbe molto più redistributiva di una tassa progressiva, visto che se si ha una tassa progressiva che inizia allo 0% poi al 20% e poi al 40 o addirittura 50% al suo livello più alto, questa sarebbe comunque molto meno redistributiva di una flat tax al 70-80%. Ma questo sembra molto diverso da quello che sembra essere stato proposto dalla Lega Nord, che va nell’ordine del 18% circa e che ovviamente non sarebbe sufficiente a coprire la spesa pubblica da allocare in spesa sociale che sarebbe necessaria in Italia, men che meno se essa aumenta con l’introduzione del reddito di cittadinanza al livello di 780 euro mensili, che sarebbe un livello davvero alto per un tale schema. Non credo sia concepibile alcuna compatibilità tra una flat tax così bassa ed un tale livello di reddito minimo.

Come si discosta questo dall’ipotesi originale di reddito di base universale?

VP: Il reddito di base universale andrebbe mano nella mano in maniera naturale con serie riforme della tassazione del reddito personale, che andrebbe nella direzione di una flat tax. Se si introduce un reddito di base che sia veramente universale, questo significa che esso viene pagato non solo al povero o al disoccupato ma anche a categorie di persone che lavorano. Si tratta di finanziarlo attraverso una tassazione alta o almeno quello che appare come una tassazione alta. La forma più naturale che assumerebbe sarebbe la soppressione di qualsiasi esenzione ai livelli più bassi di qualsiasi reddito. Persino il più ricco in Italia ha un livello di reddito privo di tassazione. Se si introduce il reddito di base, una modalità scontata di finanziare una buona parte di esso sarebbe pagare in tassazione il 40-45% per ogni primo euro guadagnato. Anche le persone che detengono un salario basso riceverebbero di più attraverso il reddito di base di cui disporrebbero che non dall’assenza di tale tassazione. Questa sarebbe una parte importante del finanziamento di un vero reddito di base. Allo stesso tempo, andrebbero soppressi tutti i benefits esistenti più bassi che le persone riceverebbero oggi. Se si realizzano queste due cose: una tassazione addizionale affinché alcune persone ricevano un reddito maggiore – le persone con indennità molto basse, che lavorano part-time, con lavori poco pagati – ecco, tutte queste persone avrebbero un reddito sostenibile. Con l’introduzione di un reddito universale, questa tassazione addizionale dovrebbe venire dall’alta tassazione di persone con un reddito da lavoro molto alto, da proprietà di vario tipo, e potrebbe prendere la forma di una più equa tassazione di reddito da capitale, tassa d’impresa, tassa da plusvalenza, tassa sulla ricchezza, a seconda del Paese di riferimento per tali formule.

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