Il lavoro flessibile

 

Il capitalismo è un sistema intrinsecamente flessibile, che possiamo figurarci come una corrente che fluisce laddove la corsa all’ottimizzazione delle risorse e all’aumento del profitto trova meno resistenza. E il lavoro, in quanto merce che ha il suo costo e il suo valore, non sfugge a questa logica: come spiega Enzo Mingione nell’introduzione alla pubblicazione L’Italia che Lavora. Persone, flessibilità, prospettive, il capitalismo richiede un mercato del lavoro flessibile internamente (capace di ristrutturarsi in base alla trasformazione delle filiere di produzione) ed esternamente (agile nell’abbandonare i filoni in esaurimento per occupare aree in espansione). 

Questa flessibilità “genetica” del capitalismo non si è però espressa sempre allo stesso modo. Ha conosciuto nella storia fasi e declinazioni di volta in volta diverse, così come ha man mano sollecitato forme diverse di opposizione e arginamento – dai movimenti politici alle organizzazioni sindacali, alla nascita del welfare – nel tentativo di mitigare i costi sociali del fenomeno.

Riconoscere la flessibilità come elemento storico – e guardare allo scenario attuale come all’ultimo anello di una lunga catena – è sicuramente un dato importante, anche sotto il profilo giuslavoristico. Ma è chiaro che se oggi – e da almeno vent’anni – la flessibilità è uno dei temi al centro del dibattito sul lavoro, significa che siamo in una fase in cui questo elemento presenta dei tratti peculiari, dovuti a trasformazioni strutturali che hanno impresso a quell’aspetto una fisionomia almeno in parte nuova. E una forza d’urto sull’immaginario collettivo tale da farne, quasi, il paradigma del lavoro contemporaneo.

E allora è interessante provare a “smontare” la flessibilità nei diversi aspetti in cui si declina e seguirne alcune linee di sviluppo nel tempo. Per capire perché oggi il tema è tanto più dirompente di ieri.

 

Strumenti e competenze

A metà del XVIII secolo, la prima rivoluzione industriale ha inaugurato una fase intensissima di sviluppo tecnologico, con un aggiornamento relativamente rapido degli strumenti che era necessario saper padroneggiare e dunque una riprogrammazione abbastanza frequente, rispetto al passato, delle competenze utili per accedere a un mercato del lavoro in espansione. Come ha osservato David S. Landes nel suo classico Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche e sviluppo industriale nell’Europa occidentale dal 1750 ai giorni nostri (1969), gli albori dell’industrializzazione sono stati caratterizzati dall’innescarsi di un circolo virtuoso di innovazione e aumento della produzione che ha richiesto ai lavoratori di mettersi in fretta al passo, favorendo, nel contempo, lo sviluppo di una comune cultura del lavoro che ha a sua volta favorito – come notava Edward P. Thompson in The Making of the English Working class (1963) – la costruzione di un’identità di “classe” («L’esperienza di classe è determinata, in larga misura, dei rapporti di produzione nel cui ambito gli uomini sono nati o vengono in volontariamente a trovarsi. La coscienza di classe è il modo in cui queste esperienze sono vissute riplasmate in termini culturali: incarnatesi dunque in tradizioni in sistemi di valori, idee, istituti caratteristici»).  Il confronto con i ritmi lenti ed epocali del lavoro pre-moderno è impari, ma si tratta ancora di trasformazioni piuttosto graduali, che consentono per lo più la maturazione di un’anzianità di mestiere e con essa la possibilità di instaurare una tradizione professionale, che certo poteva essere innovata, ma che manteneva un nucleo forte di spendibilità sul mercato del lavoro nel passaggio da una generazione all’altra.

L’aumento vertiginoso del ritmo delle trasformazioni tecnologiche, che ha avuto un impatto direttamente proporzionale sul mutamento della società nel suo complesso, ha messo profondamente in crisi questo modello, spezzando la continuità generazionale, imponendo al lavoratore un aggiornamento costante. Oggi il lavoratore deve essere smart: avere una grande forza di adattamento e sapersi adeguare con intelligenza a un contesto produttivo in continua, rapida evoluzione.

 

Tempi e stagioni

 

 

La rivoluzione industriale ha cambiato profondamente il tempo del lavoro. Il mondo della fabbrica ha mandato in frantumi secolari cicli di stagionalità lavorativa, modificando completamente la percezione stessa del tempo, misurabile in minuti, ore, turni.

Eppure, specie nei distretti manifatturieri periferici, dove la campagna dà da vivere ancora a molte persone, un certo grado di integrazione tra le attività legate ai campi e il lavoro di fabbrica sussiste a lungo. Nelle famiglie allargate, soprattutto le donne entrano ed escono dalle fabbriche, alternando fasi di vita contadina a fasi di lavoro operaio.

Inoltre, la disponibilità a lavorare anche la notte, nei giorni di festa, quando serve, fa parte delle nostre economie da decenni: la produzione non riposa e i bisogni delle nostre società complesse e sempre attive hanno sovvertito ormai da tempo la scansione biologica e naturale delle stagioni e del ciclo luce-buio.

Oggi, tuttavia, siamo di fronte a un panorama ancora diverso. Specie nel terziario, dove la nuova flessibilità impatta al massimo, il tempo del lavoro e per il lavoro è sempre più disgregato e senz’argini: se il luogo del lavoro è – anche – la rete e noi siamo sempre connessi, è sempre tempo per pensare al lavoro e macinare lavoro. E la gig economy, insinuandosi tra le pieghe delle tante attività “accessorie” – ricreative, culturali, di cura domestica – della nostra vita, induce a trasformare in tempo produttivo anche il tempo libero o semi-libero.

 

Luoghi e geografie

 

 

Allo stesso modo, i luoghi del lavoro sono oggi decostruiti dalla smaterializzazione di molte attività oggi svolte in ambiente digitale. Il fatto che ci sia un luogo di lavoro non è più scontato per i milioni di lavoratori che lo smart work insegue ovunque.

 

Intervista a Enrico Bassi sui luoghi del lavoro

Anche nell’industria, i grandi capannoni brulicanti di operai sono per lo più – almeno nel “primo mondo” – un’immagine del passato. Non fa più parte del nostro quotidiano assistere alla scena delle grandi fabbriche che si svuotano alla fine del turno, con le maestranze che sciamano dallo stabilimento tutte insieme. Razionalizzazione produttiva, specializzazione delle mansioni, automazione – che ha ribaltato la proporzione tra macchine e uomini in grado di manovrarle – hanno reso la fabbrica un luogo molto diverso da ciò che è stato per più di un secolo, dalla fine dell’Ottocento in poi.

 

 

Non solo lo spazio del lavoro, ma la geografia della vita lavorativa oggi è “flessibile” in un senso nuovo. Tutte le rivoluzioni industriali e in generale le varie tappe del processo di integrazione globale, sono state scandite da fermenti migratori: dalla campagna alla città, dalle periferie al cuore del mondo industrializzato. Questi fenomeni fanno ancora parte – in maniera spesso drammatica – del nostro

presente, costringendo le persone a percorsi di sradicamento e riadattamento non dissimili da quelli delle grandi migrazioni d’inizio Novecento. Almeno dalla metà del secolo scorso, tuttavia, a questa mobilità che costringe ad attraversare oceani e continenti per cambiare vita, si è aggiunto un nuovo modello di flessibilità geografica: un’umanità in transito vive sugli aerei, rincorrendo i siti produttivi di industrie in fase di inquieta delocalizzazione; oppure cambia frequentemente città, da un angolo all’altro del globo, inseguendo opportunità di lavoro forse adeguate e gratificanti, ma sempre precarie. E il prezzo è l’impossibilità di stabilire delle reti sociali concrete, di costruirsi una comunità di affetti; il rischio è di cadere in meccanismi di autosfruttamento, dilatando enormemente l’investimento emotivo e di tempo nel proprio lavoro.

 

Identità

 

Come notava Richard Sennett ormai una ventina di anni fa (L’uomo flessibile, 1998), la disgregazione dei quadri tradizionali della vita lavorativa ha indotto una vera e propria trasformazione antropologica del lavoratore contemporaneo. Senza entrare nei dettagli di quell’analisi, vale la pena di spendere qualche parola – in chiusura – sulla natura di quella trasformazione in termini di identità.

 

 

Quello che Sennett chiama il “carattere” è in effetti ciò che potremmo anche definire “identità sociale”: la possibilità di riconoscersi come parte di un gruppo, di una comunità, un aspetto nel quale il ruolo produttivo, il lavoro che si svolge, è cruciale, e non soltanto nell’età dell’industria. La flessibilità contemporanea ha messo in crisi questa relazione ancestrale tra lavoro e comunità, rendendo sempre più difficile la percezione concreta della filiera produttiva in cui si è inseriti. Minando la certezza di “saper fare” un mestiere e di potersi riconoscere tra pari. Spezzando i cicli collettivi di lavoro e di riposo. Svuotando i luoghi in cui il lavoro è vita condivisa per anni. In definitiva, inducendo ognuno di noi a fare i conti con un significato di “lavoro” privo di molte delle coordinate che storicamente hanno connotato questa esperienza.

È questa profonda spaccatura antropologica, generata principalmente dall’impatto che le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione stanno avendo sulla nostra vita non solo lavorativa, a fare della flessibilità contemporanea un panorama nuovo, con nuovi problemi che sollecitano la ricerca di nuove risposte.

 

 

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