Ricercatrice in Comunicazione presso Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

They call this the land of plenty / To them I guess it’s true. But that’s to the company bosses / Not workers like me an’ you. Well, what can I do about it / To these men of power an’ might? / I tell you company bosses / I’m goin’ to fight, fight, fight.

Queste parole sono della cantautrice americana Sarah Ogan Gunning tratte dal brano I Hate the Capitalist System scritto negli anni Trenta e reinterpretato successivamente da un’altra musicista folk statunitense, molto più conosciuta, la mitica Barbara Dane.

I “ruggenti” anni Venti americani sono stati segnati tanto dalla ricchezza, dalla crescita dei consumi di massa quanto da un clima di conformismo culturale, dal rafforzamento del restrizionismo immigratorio, dalla crescita della xenofobia. Sono anche gli anni di scioperi turbolenti (dei minatori, dei tessili e dei lavoratori della seta) e di ascesa del sindacalismo rivoluzionario – con molti riflessi e corrispondenze anche in Europa – animato da grandi fette di lavoratori europei immigrati. La ricchezza degli USA era stretta nelle mani di pochi e la maggior parte dei benefici delle classi lavoratrici derivavano più da concessioni dei «company bosses» che da risultati di lotte o di conquiste sindacali.

Il duplice crollo della borsa del 24 e del 29 ottobre del 1929 avrebbe inaugurato uno scenario inedito di crisi e di recessione negli Stati Uniti e a livello mondiale e avrebbe segnato un confine: i pochi programmi assicurativi e pensionistici erogati dalle aziende statunitensi venivano interrotti, proprio nel momento di maggiore bisogno del proletariato industriale americano, i piccoli risparmi si volatilizzavano, milioni di disoccupati, di disperati e di migranti avrebbero iniziato a popolare la vecchia «land of plenty». Il conflitto sociale si riaccendeva.

Nel 1932 veniva eletto presidente il democratico Franklin Delano Roosevelt, promuoveva il New Deal e prometteva la ripresa. Una clausola del National Industrial Recovery, una delle tante misure del “nuovo corso”, e poi del National Labour Relations Act riconosceva il diritto alla sindacalizzazione e alla contrattazione collettiva. Ma nonostante le molte novità contenute nel programma di governo per arginare la crisi, l’insoddisfazione verso il New Deal erano molte e diffuse tra la popolazione. Il fermento sindacale e della working class autoctona e immigrata non si placava. Nell’immaginario comune circola forse una rappresentazione della classe operaia e lavoratrice americana nazionalista e integrata, che gode delle «briciole dell’imperialismo» (A. Portelli, Badlands, Donelli, 2015). In realtà il paesaggio delle lotte operaie e sindacali degli anni Venti e Trenta negli Stati Uniti è più sfumato e gli scioperi sono stati durissimi e numerosi: «I’m goin’ to fight, fight, fight», cantava Sarah Ogan.

Il 1934 è uno spartiacque nel conflitto di classe negli USA: ha avuto un numero di scioperi per milione di lavoratori triplicato rispetto alla fine degli anni Venti e raddoppiato rispetto ai primi due anni del nuovo decennio. Questi scioperi hanno aperto la strada al Congresso delle Organizzazioni Industriali (CIO) e alla successiva sindacalizzazione delle industrie di produzione di massa su larga scala degli Stati Uniti.

Tra questi troviamo dei protagonisti di rilievo: i camionisti del General Truck Drivers’ Strike, sciopero imponente che ha avuto luogo a Minneapolis, città bastione dell’open shop – misura che autorizzava il licenziamento in caso di sindacalizzazione – nella primavera-estate del 1934. I truckers a Minneapolis hanno dato vita a un sindacato industriale, il “Local 574”, di ispirazione trotskista contro il conformismo dell’American Federation of Labour (AFL) e l’organizzazione antisindacale Citizens Alliance. Uno dei punti di forza di questa organizzazione è stato quello di espandere la rete di sostegno, stringendo rapporti con persone comuni, disoccupati e con associazioni ausiliarie femminili. Il Bloody Friday del 20 luglio rimane una delle giornate più violente e amare dei mesi di lotte, che vide la morte di due attivisti per mano della polizia e il ferimento di più di sessanta persone durante gli scontri. I funerali delle vittime furono una manifestazione a loro volta, con la partecipazione di circa centomila persone. «I saw many artists, writers, professionals, even business men and women standing across the street, too, and I saw in their faces the same longings, the same fears» raccontava la scrittrice americana Meridel Le Sueur, partecipe e complice delle lotte dei trukers del 1934 nel suo poema I was marching.

Più che la lunga durata, tre mesi, è il luogo dello sciopero a rappresentare una novità significativa: sindacalisti e scioperanti hanno scelto la città di Minneapolis in quanto luogo strategico, centro dei flussi, di concentrazione e crocevia delle merci: era l’hub. Lo sciopero generale di Minneapolis – del quale ricordiamo la fine avvenuta tra il 21 e il 22 agosto del 1934 con alcuni margini di successo in termini di paga e di condizioni lavorative – si misurava con la struttura urbana della metropoli, con la metamorfosi del capitalismo e con le dinamiche contemporanee di distribuzione e produzione, seguiva le linee delle rotte commerciali e mirava al blocco dell’“intelligenza” della città. Rappresenta un modello di sciopero riconoscibile nella dimensione conflittuale urbana delle lotte della logistica di oggi.

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