I giornali di fabbrica affondano le loro radici nella stampa clandestina sotto il regime fascista e durante la Resistenza. Rappresentano la voce di un mondo del lavoro che, nonostante la dittatura, non smette di pensare, di occuparsi dei suoi problemi, rialza la testa a partire dal marzo del 1943 e ricomincia a parlare sforzandosi di individuare delle soluzioni nel contesto della lotta di Liberazione complice dell’aspirazione di una nuova Italia repubblicana. Il giornale di fabbrica fa parte dei fermenti che interessano il mondo operaio e sindacale, funge da organo di propaganda, strumento di formazione, di informazione, ma anche di rete, di lettura, di conoscenza e di discussione.

A partire dagli anni Cinquanta, i giornali di fabbrica si affermano come elemento di coagulo per rafforzare l’unità operaia e sindacale. Da questo momento, alle tematiche economiche si affiancano riflessioni sulla politica e sindacato e perfino articoli a scopo culturale e ricreativo. Il fenomeno si impose a tal punto che nel 1953 ricevette un riconoscimento ufficiale presso la sede dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti.

Attraverso questi periodici è possibile cogliere le aspirazioni, gli ideali dei lavoratori che si esprimevano con un linguaggio chiaro e diretto. Notizie sui cottimi, gli straordinari, i salari, gli incidenti, i rapporti coi tecnici, con gli impiegati e con la direzione rappresentano una fonte documentale su quel mondo, proveniente da quel mondo, tanto rilevante da essere paragonata ai Cahiers de doléances. Inoltre dalla lettura di questi fogli traspare una “mentalità di produttori”, di chi non si limitava a lottare per strappare condizioni di vita e di lavoro migliori ma, con le proprie proposte, poneva in qualche modo la propria candidatura alla direzione economica dell’azienda e, in prospettiva, del paese.

A metà anni Sessanta la nuova stampa operaia fiorisce in un contesto ormai rinnovato, caratterizzato da un maggior livello di partecipazione e di coinvolgimento dei lavoratori sia alla vita dell’azienda sia alla società e alla politica italiana. Anche per questo nei giornali di fabbrica degli anni Sessanta e Settanta si nota un linguaggio più diretto e immediato, forte di un ruolo nuovo e più solido degli operai dentro e oltre la fabbrica.

I bollettini dei Consigli di Fabbrica che allora iniziano a proliferare vengono prodotti a caldo, dalla lotta sul campo e testimoniano più dei bollettini sindacali d’un tempo di essere espressione diretta dell’iniziativa dei lavoratori in fabbrica. È la stessa natura del consiglio, “che è rappresentante diretto di tutti i lavoratori occupati in un’azienda che è quotidianamente e direttamente esposto ai successi e ai contraccolpi di una situazione conflittuale, che dà al suo giornale un carattere d’immediatezza nel rispecchiare, oltre che gli avvenimenti, le tendenze, le discussioni, i rapporti interni alla fabbrica”.

Emerge in questo senso l’interesse degli operai verso tutti quegli aspetti della «condizione dei lavoratori» che rendono «chiara ed evidente» la “realtà di classe”, come annuncia l’editoriale del primo numero dell’Organo del consiglio unitario dei delegati Enel della zona di Milano del maggio 1972, intitolato appunto «Realtà di Classe». Queste pagine si spingono ad affrontare altre tematiche che guardano più in generale la realtà politica o il territorio di riferimento e i suoi servizi sociali. Basta leggere l’articolo su “Scuola di classe e libri di testo” nel secondo numero di «Realtà di Classe».

Il processo di deindustrializzazione che avrebbe interessato l’Italia a partire dagli anni Settanta segna la trasformazione profonda di quell’esperienza e l’inizio delle metamorfosi del mondo del lavoro e delle forme della partecipazione dei lavoratori – alla loro azienda e anche alla vita pubblica – e anche alla vita pubblica, che avrebbe segnato la fine della centralità di questi strumenti nella fabbrica e nella politica degli anni Ottanta.

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