Da manager a venture capitalist ad attivista. Il libro di Ellen Pao restituisce uno dei significati più autentici del concetto di “testimonianza”. La testimonianza di come le frontiere più avanzate dello sviluppo tecnologico-industriale possano continuare a registrare l’incidenza di barriere all’inclusione sociale nell’articolazione degli ordinari processi legati alle relazioni di lavoro.  Nuovi strumenti e nuove possibilità ma che si scontrano con vecchi e già noti problemi.  L’esperienza di Ellen Pao nasce proprio nel contesto dove tali contraddizioni hanno potuto dipanarsi al massimo, quello della Silicon Valley, patria globale dell’innovazione per antonomasia. Il processo Pao vs. Kleiner-Perkins, momento dal quale ha origine questa testimonianza, ricevette grande copertura mediatica proprio per il carattere quasi inaspettato della vicenda. Come era possibile che un luogo così all’avanguardia potesse connotarsi in negativo per un caso di discriminazione di genere?

Di qui la “guerra di Ellen” e la sua ricerca prioritaria di non dare per scontato la sopravvivenza di determinate barriera, pur in contesti di elevato sviluppo tecnologico e industriale. Tale esperienza oggi trova applicazione concreta nel programma Project Include, che incorpora e promuove l’inclusione di tutte le diversità del mondo dell’hi-tech.

Si offre di seguito un breve estratto dal prologo del libro che parte proprio dalla vicenda processuale che più ha segnato la storia di Ellen Pao. 

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Il mio ex capo – uno dei leader venerati del campo, e considerato per molti versi uno dei buoni – una volta tenne un discorso di fronte alla National Venture Capitai Association in cui descrisse il suo fondatore ideale di aziende tecnologiche come ”un bianco, maschio, un nerd che ha abbandonato Harvard o Stanford, e che non ha uno straccio di vita sociale”.

Ho una laurea in ingegneria elettronica a Princeton e una in legge ed economia a Harvard. Ho ricoperto ruoli di alto potere e lavorato duro ogni giorno della mia vita. Sono stati davvero pochi gli ostacoli che ho reputato insormontabili. Eppure, mi sono ritrovata a considerare la comunità dei capitalisti di ventura  della  Silicon  Valley   come impenetrabile e discriminatoria.

Quando il mio caso raggiunse la fase processuale, fu piuttosto doloroso vedere i miei ex colleghi che si accanivano nel lamentarsi di me durante le loro testimonianze in aula e con la stampa. Sono stata ripetutamente insultata, minacciata e denigrar da sconosciuti su varie piattaforme social online. Dopo aver lasciato la Kleiner, divenni amministratrice delegata di Reddit. Lì presi la decisione esecutiva di eliminare dalla piattaforma online fotografie di nudi non autorizzate, compresi i contenuti classificabili  come  revenge porn e  di  aperta  molestia. Come risultato, ho ricevuto minacce di stupro e di morte, e appellativi come ”la persona più odiata su internet” o ”la reietta della Silicon Valley”. Riassumendo: il mio crimine è stato quello di far rimuovere fotografie, rubate e pubblicate per vendetta, di nudi di persone famose o comuni.

Ripensare ai quei giorni e scrivere del mio processo ha riaperto una ferita, una ferita che non ho mai percepito come del tutto guarita. Nel raccontare la mia storia in questo libro so bene che mi sto esponendo a nuovi attacchi. Molto probabilmente, a riapparire saranno i molestatori da tastiera sui social, con i loro insulti e le loro minacce. Ma non importa, tanti hanno passato esperienze peggiori della mia, e non tutti dispongono delle risorse economiche, delle conoscenze legali e della rete di sostegno per rischiare anche un solo giorno di processo. Alcuni di noi perdono, altri vincono. Ciò che rimane importante è raccontare le nostre storie e batterci, gli uni per gli altri.

In questi anni, l’ascolto di tanti racconti così simili ai miei mi ha fatto sentire meno sola. Per le donne non bianche, specialmente le afroamericane e quelle di origine sudamericana, costituire un’eccezione nell’omogeneità del mondo tech ha comportato una serie di ingiustizie su molteplici livelli: minori opportunità, stipendi più bassi, minore visibilità frequente mancanza di rispetto, e  ostacoli maggiori da cui difendersi.

Eppure lo fanno, e mi hanno convinto eh il problema è enorme. Quando sentiamo di essere state tagliate fuori dal club ristretto sul luogo di lavoro a causa del genere sessuale a cui apparteniamo, o del colore della nostra pelle, o per qualche altra differenza, spesso è perché lo siamo davvero. Le dimostrazioni di empatia e di solidarietà che ho vissuto fin da quando ho intentato quella causa mi hanno trasformato in un’attivista impegnata  nel tradurre  in realtà le nostre aspirazioni.      ‘

Di certo ci troviamo in una situazione migliore rispetto alla generazione dei nostri nonni: godiamo di maggiori protezioni legali e siamo maggiormente rappresentate. Oggigiorno il pregiudizio è spesso più sottile, gli atteggiamenti più celati, le motivazioni più sfumate. L’estromissione si manifesta in forme più difficili da dimostrare, ma continua a mantenere omogenei i luoghi di lavoro. A volte le cose sono così subdole che chi avrebbe il potere di cambiarle fa fatica a vederle e ancora più fatica ad ammetterle, rendendole impossibili da risolvere nonostante tutti i racconti, i dati raccolti e le ricerche sull’argomento che dimostrano quanto il problema sia reale. Quando ero CEO di Reddit, sulla diversità e l’inclusione ho dovuto lavorare senza sosta ogni giorno per mesi, prima di riuscire a vedere qualche progresso.

Ma la situazione deve cambiare. Lo status quo è pessimo per chi tra di noi non aderisce al modello del ”maschio bianco nerd”, ed è iniquo. In più è anche deleterio per gli affari in sé: mantenerlo sta costando alle varie aziende la perdita di talenti e sta impedendo loro di essere competitive a livello internazionale. Non affrontare la questione è una scelta miope. Gli Stati Uniti sono già sulla buona strada per diventare una nazione di minoranze in meno di trent’anni, nel senso che le persone non bianche costituiranno più del 50 per cento della popolazione statunitense. Mi ci sono voluti quasi vent’anni di lavoro nel mondo tech per render mi conto dell’effettiva diffusione del problema, e per capire che non 51 risolverà da solo.



Recentemente mi sono unita ad altre sette donne per fondare Project  Include, un’organizzazione no-profit creata con l’intento di dotare la persona di condizioni eque di successo nel settore tecnologico. Abbiamo capito che c’è bisogno di ripartire, di premere il tasto “RESET”. Parlando a vari eventi in lungo e in largo per gli Stati Uniti, ho assistito di prima mano alla sete di soluzioni contro la mancanza di diversità e di inclusione sul posto di lavoro, così come alla necessità di strumenti migliori per combattere le molestie e le discriminazioni illegali e sommerse che affrontiamo in questi tempi. L’energia che si sente negli ambienti e l’entusiasmo che monta quando discutiamo di questi argomenti da parte di persone di ogni colore e provenienza, giovani e anziane, di ogni sesso e orientamento sessuale è trascinante.

Dobbiamo farcela, affinché le future generazioni di donne, di persone non bianche, di immigrati, di disabili, di persone di religioni differenti e di chiunque voglia migliorare la propria azienda, la propria comunità locale o il Paese tutto, possano riuscirci. Abbiamo bisogno di un cambiamento, così quando le nostre figlie e tutte le altre persone saranno pronte per affacciarsi sul mondo del lavorò avranno un’equa possibilità di affermarsi.

Ho una figlia alle elementari che adora la matematica e le materie scientifiche, proprio come accadeva a me alla sua età. Ha uno spiccato senso dell’umorismo e nel tempo libero disegna buffe app di videogiochi. Tutta contenta, è andata a un ciclo di giornate dedicate alla programmazione informatica, ma si è accorta presto che era tra le poche ragazzine presenti e si è sentita un po’ sola quando sono andata a prenderla il primo giorno mi ha detto: ”Mamma, me ne sto tutta sola al banco. Non c’è nessuno che faccia squadra con me e non ho nessuno con cui chiacchierare, faccio tu to per conto mio”.

”Eh sì, è così che si lavora quando si diventa grandi” le ho detto, spiegandole che quella situazione raffigurava ciò che capita davvero a chi produce software: ”Si rimane da soli”.

Poi mi sono bloccata, perché forse tra vent’anni, quando mia figlia sarà una giovane donna all’inizio della sua carriera, le discriminazioni nel mondo della tecnologia saranno un ricordo del passato, come lo sono ora la segregazione ai tavoli delle mense, o le leggi che proibivano i ma­ trimoni tra persone di diverso colore della pelle. Forse, quando sarà grande, saremo tutti migliori e lavoreremo finalmente insieme nella stessa squadra.

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