King’s College London

Il 4 Settembre 1998 è la data di fondazione della società Google, destinata di lì a qualche anno a entrare nelle case di milioni di utenti del Web e contribuire ad un radicale cambiamento nelle abitudini culturali e di consumo dell’informazione nella società. Allora, Larry Page e Sergei Brin erano solamente due dottorandi di informatica a Stanford che volevano risolvere un problema: come fare in modo che, tra le pagine del giovane World Wide Web, ogni utente possa reperire con precisione l’informazione che sta cercando?

I motori di ricerca, prima di Google, erano abbastanza disfunzionali. Molti ricorderanno AltaVista, il primo sistema di indicizzazione in grado di rintracciare centinaia di risultati rispondenti ad una o più parole chiave. Di lì a poco arrivarono Yahoo, che si affermò come il principale competitor di Altavista, ed anche motori di ricerca locali – in Italia chi ha ormai qualche anno ricorderà Libero e Virgilio, ad esempio.

Questi primi motori di ricerca avevano, però, un grande problema: detto in termini semplici, il loro sistema di indicizzazione era basato sul numero di occorrenze ottenute a partire da una determinata parola chiave. Ciò significa che non sempre questi servizi erano efficaci: il sistema di indicizzazione era spesso impreciso e, talvolta, poteva persino essere “truccato”.

Google nasce per risolvere questo problema, cosa che avviene grazie ad un’intuizione: progettare un motore di ricerca in grado di indicizzare le pagine sulla base non già del numero di occorrenze di una determinata parola-chiave, bensì del numero di collegamenti che rimandano a quella pagina sulla base di una data stringa di ricerca. Brin e Page realizzano che i link ipertestuali rappresentano una risorsa infrastrutturale del Web non ancora adeguatamente sfruttata.

A partire da questa intuizione nasce PageRank, l’algoritmo di ricerca alla base di Google, capace di aggregare ed indicizzare i collegamenti ipertestuali tra pagine web e quindi riportare come principali risultati di ricerca quelle pagine cui altre pagine rimandano più frequentemente, sulla base dei criteri inseriti. PageRank è un successo rivoluzionario, perché rende estremamente più accurata la ricerca di informazioni in Rete.

La logica alla base di PageRank è tanto semplice, quanto efficace: dal momento che un gran numero di collegamenti rimanda ad una determinata pagina sulla base di una parola chiave, questo indica che con ogni probabilità quella pagina sarà ciò che stiamo cercando. Da questa intuizione nasce un motore di ricerca accurato e preciso, nonché una “professione” digitale: il SEO (Search Engine Optimization), che lavora per migliorare il posizionamento di siti web e aziende nei risultati di ricerca di Google.

Search Engine Optimization

 

L’intuizione alla base di PageRank inoltre anticipa e, di fatto, facilita l’evoluzione 2.0 del Web in quanto PageRank rappresenta il primo algoritmo di ricerca “reputazionale” in Rete. In pochi anni, algoritmi di natura reputazionale – diversi, ma analoghi nella loro filosofia di base – consentiranno l’affermazione planetaria di piattaforme come eBay e Amazon, prima, ed Airbnb o Uber, oggi.

Il fil rouge che unisce Google a queste piattaforme è infatti la presenza di un sistema algoritmico nel quale la reputazione – delle pagine Web, attraverso i link, per Google, e degli utenti, negli altri esempi qui citati – è concepita come equivalente di valore. Questo permette agli utenti di “fidarsi” di quello che hanno di fronte – dei risultati di ricerca proposti da Google, così come di chi ci vende un oggetto su eBay, o di chi ci presta la sua casa per le vacanze tramite Airbnb. Ciò rende più facilmente navigabile, e più produttivo, l’ecosistema digitale.

Google ed il suo sistema PageRank rappresentano l’attrito da cui origina la scintilla del Web come lo conosciamo oggi. Nei diciannove anni dalla sua fondazione, Google è assurto ad attore potentissimo dell’economia digitale ben oltre essere un semplice “motore di ricerca”: possiede il più importante archivio di immagini audiovisive del presente – YouTube – ed ha istituito l’unico sistema abbastanza efficiente per generare profitto attraverso la pubblicità in Rete, grazie ad Adsense e i suoi derivati.

Più ancora che infrastrutturale o economica, però, quella di Google è stata una sorta di rivoluzione culturale. Oggi, Google è per molti il punto di partenza della giornata, insieme a Facebook, in qualche modo in maniera analoga al “caffè e giornale” di una volta. Abbiamo addirittura coniato un neologismo, googlare, che ormai identifica il “ricercare in Rete”.

Inoltre, Google ha contribuito al radicarsi dell’idea della reputazione come concezione culturale del valore in Rete – in parallelo con la diffusione dell’economia del like che regola i principali social media, come Facebook, Twitter o Instagram. Pensiamoci bene: siamo portati a premiare la vistosità dell’informazione (pochi superano la prima pagina di risultati offerti da Google, se non trovano ciò che stanno cercando), piuttosto che la sua qualità, così come è probabile che dedicheremo la nostra attenzione a contenuti e notizie “virali”, che ottengono più click, condivisioni e like, indipendentemente dal loro contenuto.

Questo ci porta a dire che, se è vero che Google ha permesso di trovare informazioni in Rete più facilmente, è anche vero che la sua affermazione ha prodotto alcuni effetti collaterali. Sarebbe bello, ad esempio, sapere di più rispetto a cosa accade alla grande quantità di dati che Google accumula ogni giorno, da anni, su ognuno di noi. Le nostre email, i nostri contatti e le nostre preferenze, le pagine che visitiamo, sono tutte archiviate da qualche parte a Mountain View, California, come un moderno sacro Graal del marketing digitale.

Google, sede di Mountain View, California

Se nei suoi primi (quasi) vent’anni di vita Google è stato in grado di raggiungere questi risultati, non ci resta che sperare che in futuro Google presti maggiore attenzione alla trasparenza dei dati che raccoglie. Questo rappresenta un aspetto rilevante per i cittadini digitali di oggi che, volenti o nolenti, si trovano ad affidare a grandi corporation private come Google una parte importante delle loro vite.

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