Responsabile scientifico del progetto AppyMeteo

Foto credits ©Sandra Lazzarini


 

La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore.
L’uomo è ciò che mangia
(Ludwig Feuerbach, Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, 1862)

 

Questa è la mappa che mostra la percentuale di persone obese nel mondo, con dati tratti dalla World Obesity Federation1 e considerando come obesa una persona il cui indice di massa corporea è superiore a 30. Sono numeri piuttosto impressionanti, in cui spiccano gli Stati Uniti, notoriamente, con più di un terzo della popolazione interessata dal problema, così come l’Europa e le aree del mondo in cui il reddito pro-capite è più elevato.

 

Obesity prevalence worldwide

 

 

 

Dall’analisi della cartina si può evincere un dato cruciale: il cibo si relaziona alla felicità in modo duplice e non lineare. È un problema, cioè, per la felicità quando le persone non hanno accesso ai beni materiali necessari a raggiungere il livello di sussistenza e una vita densa di significato. Ma è un problema per la felicità anche quando le persone hanno accesso al reddito e, anzi, c’è abbondanza di cibo.

La questione si fa ancora più intricata se si scende nel dettaglio, all’interno dei paesi più ricchi, e si disaggrega il dato sull’obesità proprio per fasce di reddito. Qui, infatti, si nota come i più abbienti (negli Stati Uniti, per esempio, stiamo parlando di persone con reddito superiore a 100 mila euro annui) siano anche quelli con le percentuali di obesità più basse. Questa correlazione pone in evidenza una questione di rilevanza cruciale, ovvero che una politica ispirata alla sola crescita del reddito rischia di non raggiungere l’obiettivo di persone più sane e con un regime alimentare sostenibile, per sé e per il consumo globale di risorse. Al contrario, una riflessione sul contesto sociale che fa da sfondo ai consumi alimentari è senz’altro necessaria.

In questo senso, risulta particolarmente indicativo un dato riportato nel World Happiness report, l’iniziativa che le Nazioni Unite portano avanti dal 2012 e che misura la felicità in 155 Paesi del mondo, monitorando anche la dinamica temporale degli indicatori. Nell’edizione 2017 del rapporto, un capitolo è dedicato proprio al caso emblematico degli Stati Uniti, in cui negli ultimi dieci anni le due componenti del reddito e della salute sono migliorate in media, ma l’indicatore della felicità si è ridotto significativamente, per effetto del peggioramento qualitativo delle reti sociali e della fiducia.

Promuovere una cultura della sostenibilità e di un uso consapevole del cibo significa, dunque, prima di tutto riconoscere l’importanza di un approccio multidimensionale e in grado di tenere separati aspetti che possono e devono essere misurati indipendentemente l’uno dall’altro.

Da un punto di vista micro, la complessità del rapporto tra cibo e felicità è ancora maggiore.

Innanzitutto, lo è scientificamente: diversi studi mostrano come dopamina e serotonina siano fortemente correlati con un mood positivo e la sensazione di essere felici.

Gli esseri umani cercano piacere e rifuggono da esperienze sgradevoli e questo comportamento affonda le radici in un lontanissimo passato, da quando, cioè, in una società costituita prevalentemente da cacciatori, cercare del cibo significava prima di tutto lottare per la sopravvivenza. La ricerca del piacere gustativo, dunque, è l’eco di un comportamento antico, nonostante oggi possa di fatto tradursi nel consumo di cibi che, consapevolmente, non fanno bene al nostro organismo e non hanno nulla a che vedere con la sussistenza.

 

Cibo e diversità

La gratificazione istantanea, retaggio dei primi ominidi che lottavano, letteralmente, per la conquista di un domani, è un pericoloso detonatore di comportamenti non salutari, nell’era dell’abbondanza.

Da un punto di vista quasi epistemologico, viene da discutere il concetto stesso di cui l’economia si serve per riferirsi alla felicità, il principio utilità di Jeremy Bentham.

Piacere e felicità non per forza sono la stessa cosa: di nuovo, torna la parola complessità a indicare, per il secondo concetto, un arcobaleno di colori più sfumati, un ombrello sotto cui, gioco forza, stanno molte più dimensioni che la semplice ricerca di una soddisfazione immediata.

Di qui il rapporto articolato tra cibo, felicità e piacere, con molti studi che legano la ricerca del gusto al consumo di cibo e all’obesità, con forti impatti anche sulla depressione e sul benessere psicologico [Minati, 2014]2.

Il fatto è che il nostro modo di rapportarci al cibo è fortemente influenzato dal contesto. E nel contesto operano spesso, e spesso prendono il sopravvento, le emozioni. Una bella metafora dello psicologo Jonathan Heidt (Università della Virginia) si basa sull’idea che il nostro cervello sia composto da più menti.

Da un lato c’è la mente razionale e pianificatrice in senso classico, quella che disegna un percorso strategico e, dividendolo in fasi, si premura di stabilire ogni azione con precisione. Questa è la Guida.

Dall’altro, però, c’è anche la mente che si muove seguendo le emozioni, per esempio quelle suscitate dai cibi definiti hyperpalatable, che attirano immediatamente la nostra golosità impedendoci di esercitare il controllo. E questo è l’Elefante.

Il rapporto tra felicità e cibo, molto spesso, si trasforma nella necessità di armonizzare proprio Guida ed Elefante, motivando quest’ultimo ma aiutando la prima a tenere le redini del nostro regime alimentare.

A complicare le cose intervengono non pochi problemi, da un punto di vista strettamente cognitivo-comportamentale, legati al modo che abbiamo di rapportarci al cibo: pensate alla dieta e alla difficoltà di seguirla con rigore.

Alcuni studi scientifici mostrano poi un altro bias, legato al fatto che la sensazione di benessere psicologico rispetto al consumo di cibo sano sia ritardata nel tempo: cioè, la percezione di felicità che deriva dal mangiare in modo sano si manifesta solo qualche giorno dopo il consumo. Chi è in grado di aspettare e di non cedere alla tentazione di uno snack che produce una sensazione di gratificazione immediata?

In questo senso l’economia comportamentale rappresenta uno strumento assai utile per promuovere una vera cultura del consumo consapevole di cibo, in particolare attraverso l’approccio di crescente peso all’interno delle istituzioni del nudge (spinta gentile). Il governo inglese, ma non solo quello, si è dotato nel 2010 di un Behavioural Insights Team (BIT3), un’unità di ricercatori indipendenti dall’azione del governo che disegnano interventi pubblici volti a migliorare il contesto in cui, come cittadini, prendiamo decisioni ogni giorno, per favorire scelte più consapevoli e felici. Ciò riguarda, tra i vari aspetti, anche il cibo, attraverso un’etichettatura dei prodotti più smart, per esempio, ma anche per mezzo del design di ambienti lavorativi o di esercizi commerciali in cui, semplicemente, si cerca di attivare comportamenti più sani, rendendo più evidenti e facilmente raggiungibili prodotti virtuosi (frutta e verdura) o nascondendo alla vista, invece, quelli più dannosi (dolci e cibi iper-calorici). Le spinte gentili si basano anche su campagne informative che sottolineino in modo più semplice e accattivante dati quali l’impatto calorico e gli effetti di determinati cibi sulla salute, attraverso messaggi capaci di catturare l’attenzione del nostro Elefante, per richiamarci alla metafora di prima, in modo da rendere più semplice, per la Guida, perseguire un obiettivo già latente, in realtà, in molti di noi: mangiare sano.

Abbiamo iniziato questo scritto parlando del rapporto non così lineare tra consumo alimentare e reddito, come non lineare è la relazione tra quest’ultimo e la felicità.

È importante il denaro per il raggiungimento della felicità?

Senz’altro. Tuttavia la questione non è tanto legata al fatto che più denaro si traduca in più felicità, quanto sul come lo spendere denaro sia correlato al benessere e alla propria soddisfazione. Gli studi di Michael Norton sono seminali, in tal senso, nel trovare evidenza empirica robusta rispetto al fatto che spendere denaro procuri più felicità non quando l’esborso è legato all’acquisto di un nuovo bene, ma quando, piuttosto, quella spesa è destinata a un’esperienza.

E in questo senso il cibo è tra le esperienze più in grado di stimolare quella socialità che aumenta significativamente la felicità delle persone.

Diversi articoli scientifici mostrano che è più felice chi mangia insieme agli altri, in virtù della natura relazionale del bene cibo. E un bene relazionale ha proprietà peculiari rispetto a un bene economico tradizionale: innanzitutto, l’utilità marginale del consumo di un bene relazionale è crescente. Più amicizia consumo, per esempio, e più ne voglio consumare.

Il rapporto tra cibo e felicità è interessante proprio per la natura duplice del mangiare come di bene materiale, da un lato, ma anche per la natura esperienziale di questo consumo.

Sei quello che mangi è un monito di grande attualità, dunque, in grado di definire non soltanto una profonda verità scientifica, ma anche un programma politico fondato sulla parola d’ordine di questi tempi: complessità.

 

 


1 https://www.worldobesity.org/

2 Minati S. (2014), Mood, food, and obesity, Frontiers in Psychology, 5:925

3 http://www.behaviouralinsights.co.uk/

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