25-02-2020 18:30
Luogo: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli - viale Pasubio 5 Milano

Stagione Alternativa 2019/2020

Osservatorio di ricerca: Osservatorio sulla Democrazia

Ciclo di incontri: Move on

A causa delle recenti limitazioni legate all’ordinanza del Ministero della Salute con la Regione Lombardia, l’incontro Libano, quando la piazza chiede futuro / Move On previsto per domani 25 febbraio alle 18.30 è stato annullato.
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Il ciclo d’incontri Move On. Movimenti, conflitti, bisogni


Le domande che la società pone alle istituzioni e che non vengono adeguatamente raccolte finiscono, in molti casi, per alimentare l’antipolitica. In altri casi, le vertenze che investono i territori rappresentano le risorse di comunità che si attivano per far fronte a problemi e per difendere diritti come quello della casa, della salute, del lavoro. Move On è un ciclo di talk dedicato a movimenti, conflitti e pratiche di mobilitazione che, sullo scenario internazionale, possono rappresentare punti di riferimento, esempi su cui riflettere, voci di protesta che sono state in grado di influenzare le agende pubbliche delle rispettive realtà di riferimento.

A partire dalle domande sociali inevase su diritti “acquisiti” sulla carta e costantemente insidiati nella vita concreta di tutti i giorni Move On offre un’occasione di incontro tra movimenti e pratiche italiane e internazionali e sulle possibilità di tradurre le istanze delle lotte dal basso in politiche pubbliche.

A partire dalle piazze del mondo in mobilitazione, Move On vuole contribuire a conoscere dalla viva voce dei protagonisti, proteste, rivolte, richieste e sogni che disegnano l’atlante del conflitto che inciderà sulle relazioni sociali e politiche del prossimo futuro.

Perché per costruire un’alternativa è innanzitutto necessario mobilitarsi.


Quarto appuntamento – Libano: quando la piazza chiede futuro


Il 16 ottobre 2019 poche ore dopo l’annuncio del governo di voler introdurre una tassa sulle telefonate fatte con WhatsApp, Facebook Messenger e FaceTime, cominciano piccole proteste nel centro di Beirut. Il piano del governo di imporre nuove tasse su diversi beni e servizi, tra cui il tabacco e la benzina, anima la rivolta.

Domenica 27 ottobre un’impressionante catena umana si è estesa tra Tripoli (nel nord) a Tiro (nel sud) per circa 170 km. Le dimissioni del premier Saad Hariri, il 29 ottobre, dopo 13 giorni di proteste segnano forse la fine di una fase intera della storia libanese. Resta da capire come colmare le distanze tra la partecipazione delle piazze e la rappresentanza delle istituzioni.

Il Libano oggi ha un debito che equivale al 150% del suo PIL. La guerra in Siria (2011-2019) ha causato l’allentamento degli scambi con quello che era uno dei principali partner economici libanesi ed ha provocato l’afflusso di un numero molto elevato di profughi siriani: quasi un milione secondo le stime delle Nazioni Unite. Il confine poroso con la Siria rende però difficile un calcolo preciso e Beirut stima che i profughi siano molti di più. A questi si aggiungono i 175000 profughi palestinesi e alcune migliaia di iracheni (che in parte si erano precedentemente rifugiatisi in Siria).

Molti osservatori vedono, oltre le dimensioni specifiche di contesto, nelle proteste che hanno investito negli ultimi due anni Algeria, Libano, Iraq, Giordania e Sudan una seconda “rivoluzione araba”, come sintomo di una trasformazione delle società dei paesi dell’area. Le radici socio-economiche della crisi sono evidenti anche in queste ondate. In Libano le proteste sono per la prima volta (in queste dimensioni e in tutte le principali città) interconfessionali e intergenerazionali. Rappresentano cioè qualcosa che accomuna oltre l’appartenenza confessionale che caratterizza e condiziona pesantemente le dinamiche politiche del paese. Un precedente si verificò a Beirut nel 2016 per protestare contro le condizioni igieniche della città, costretta a convivere con un livello di rifiuti per le strade intollerabile. Una situazione che mette in discussione alla radice gli equilibri politici del paese, a lungo caratterizzati dalle divisioni settarie e confessionali (principalmente tra cristiani maroniti, musulmani sunniti, musulmani sciiti).


Partecipano


Bachar el-Halabi
Ha studiato presso l’Università Americana di Beirut dove si è laureato in Scienze politiche. Ha collaborato con l’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Diritti Umani. Collabora con l’Asfari Institute for Civil Society and Citizenship di Beirut.

Eugenio Dacrema
È dottorando presso l’Università di Trento e collabora con l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Gaja Pellegrini-Bettoli
Ha lavorato per le Nazioni Unite a Gaza come addetto stampa e presso il Parlamento Europeo e la Commissione a Bruxelles. Pubblica articoli politici e sul jihadismo dal Medio Oriente per LIMES, Corriere della Sera e per EastWest. Giornalista pubblicista, si e’ occupata di reportage al fronte a Mosul in Iraq e d’interviste politiche in Libano, in Iraq, in Algeria, Israele e nel Territorio Palestinese Occupato. Ha partecipato come ospite analista da Beirut per il TGCOM24 con oltre 40 presenze dal 2016.


Prossimi appuntamenti


25 febbraio 2020
Libano: quando la piazza chiede futuro

2 marzo 2020
USA The Last Trump

21 marzo 2020
Prima la casa

6 giugno 2020
Lavori e lavoretti


Tutti gli appuntamenti del ciclo Move on


27 novembre 2019
Hong Kong Democracy – In collegamento con Joshua Wong 

4 dicembre 2019
Catalogna – Spagna, cosa sta succedendo? 

25 febbraio 2020
Libano: quando la piazza chiede futuro

5 marzo 2020
Un patto per la cura

21 marzo 2020
Prima la casa

6 giugno 2020
Lavori e lavoretti

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