A 200 anni dalla nascita di Karl Marx (5 maggio 1818), in un periodo in cui molti pensano che il suo pensiero non parli più a noi, non è fuori luogo riproporre quelle domande inevase che sono il motore del sua ricerca, a partire da quei testi che ne hanno segnato la fortuna e che Fondazione Giangiacomo Feltrinelli conserva nel suo patrimonio in edizione rare e spesso in prima edizione.

Vogliamo invitare a una lettura rinnovata di Marx a partire da un passaggio che segna la scoperta dell’idea di feticismo della merce e il cui tema è come liberare l’economia dal pensiero che assimila gli uomini a merci fino a ridurli a cose, riassegnando invece all’economia il compito di trattarli di nuovo come persone.

È il 1844, quella che riprendiamo qui è una pagina dai manoscritti economico filosofici.

Marx non è ancora Marx, ma il suo rovello parla ancora a noi.


Il mio lavoro sarebbe libera manifestazione della vita, quindi godimento della vita. Sotto il presupposto della proprietà privata esso e alienazione della vita, infatti io lavoro per vivere, per procurarmi mezzi per vivere. II mio lavorare non è vita.

In secondo luogo: nel lavoro sarebbe perciò affermata la peculiarità della mia individualità, poiché mia vita individuale. Il lavoro sarebbe dunque proprietà vera, attiva. Ma sotto il presupposto della proprietà privata la mia individualità e alienata fino al punto in cui questa attività mi e detestabile, e un tormento e piuttosto soltanto la parvenza di un’attività, perciò anche un’attività soltanto imposta e soltanto da un accidentale bisogno esteriore, non da un necessario bisogno interiore.

Il mio lavoro può apparire nel mio oggetto solo come quel che è. Non può apparire come quel che non e per sua essenza. Quindi esso appare ancora soltanto come l’espressione oggettiva, sensibile, contemplata e perciò al di sopra di ogni dubbio, della mia perdita di me stesso e della mia impotenza.

 


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