Che tutto cambi, perché nulla cambi
di Lara Maestripieri

Avere 44 anni e essere ancora attuale. È questa la prima riflessione che emerge dalla lettura dell’inchiesta sulla disoccupazione intellettuale che l’Espresso ha condotto nel 1973. I dati Eurostat più recenti sono implacabili: l’Italia mostra a livello comparato una preoccupante tendenza a sprecare il capitale umano delle giovani generazioni. Una tendenza di lungo periodo, come ci ricorda questo articolo. Tuttavia, se nel 1973 il problema veniva indicato nel numero troppo elevato di laureati, ora gli indicatori strategici europei ci danno una lettura diversa del fenomeno.I giovani laureati italiani sono infatti tra i meno numerosi a livello comparato (25,3% nel 2015 nella fascia di età 30-34), nonostante siano tra i più disoccupati d’Europa (12,8% nel 2015). Eppure, essere laureati è ancora un vantaggio in termini di accesso al mercato del lavoro, anche se il vantaggio della laurea è minore rispetto ad altri paesi sia in termini di ritorni salariali che in efficacia dell’inserimento lavorativo. A tre anni dalla laurea, nel 2015 solo il 53,5% dei laureati italiani lavora contro valori intorno al 90% di Germania, Regno Unito o Svezia.

Se il problema è spesso identificato nel mismatch tra domanda e offerta di lavoro, è più problematico identificare quale potrebbe essere la soluzione di policy più adatta per invertire questa tendenza. Una ricerca condotta sui dati del 2012 e recentemente pubblicata (Maestripieri e Ranci, 2017): mostra come la sovraqualificazione sia un fenomeno consistente e pervasivo fino ai 40 anni di età, sommando alla disoccupazione il problema della sottoccupazione. Un fenomeno che si spiega anche e soprattutto con le caratteristiche della domanda di lavoro.Dopo aver implementato un sistema di flexisecurity con il jobs act, sarebbe dunque opportuno operare una riflessione sui limiti del sistema produttivo italiano. La politica dovrebbe favorire un vero e proprio investimento sociale al fine di promuovere e sostenere una domanda di lavoro ad alto contenuto di conoscenza, che sia in grado di assorbire i laureati e metterne a frutto il loro capitale umano. Nello stesso tempo, le università dovrebbero iniziare a riflettere sulla propria capacità di favorire l’upskilling del sistema produttivo: un dibattito lungi dall’essere al centro delle politiche universitarie attuali, concentrate come sono sul proporre un ritorno al numero chiuso in controtendenza con le raccomandazioni europee e con le necessità dell’economia della conoscenza.

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Disoccupazione intellettuale
di Valentina Colombi

Questa inchiesta di più di quarant’anni fa parla di un’Italia che non c’è più, e insieme di un’Italia che dura a morire.

Può stupire il fatto di ritrovare, sotto mentite spoglie e senza il giudizio negativo che il lessico giornalistico contemporaneo le ha imposto, una generazione di “bamboccioni”, costretti a ciondolare tra le mura della casa di famiglia fino a oltre trent’anni, protraendo gli studi o accontentandosi di lavori e lavoretti mal pagati. Stupisce meno, invece, leggere della trita dinamica delle “due Italie”, con un Nord che tutto sommato se la cava e un Sud al traino, dove lo Stato prova a supplire alla cronica mancanza di sviluppo, “fabbricando” posti di lavoro che finiscono per porre un’ulteriore zavorra su una società già ferma.

Per il resto, l’inchiesta mette in chiaro quanto la società italiana sia cambiata in questi quarant’anni. Innanzitutto, c’è la dimensione dell’impegno. I “bamboccioni” ante-litteram sono attratti dalla politica, il lavoro per molti è «autoassicurazione», è un «paracadute» che deve consentire di sopravvivere mentre ci si occupa d’altro. E quest’altro è la politica.

E poi c’è il lavoro. Il lavoro di cui si parla è quello dell’ articolo 1 della Costituzione, quello su cui si fonda la possibilità dell’individuo di occupare il suo posto nel mondo. Si percepisce, nelle parole che intercalano lo snocciolarsi dei dati, una società in cui ancora esistono – e si vedono – le classi. Classi che esistono perché esiste il lavoro. Tutto ciò che non è lavoro in questo senso così profondamente “novecentesco” non è “flessibilità”, non è “smart work”, non è “lavoro 4.0”: è sottocupazione, è parcheggio. È marginalità sociale.

Un ultimo aspetto è molto interessante e vale la pena di essere sottolineato. È la scuola il contesto dove tutto precipita: un sistema che si autoalimenta, generando eserciti di diplomati, che in gran parte saranno laureati e che cercheranno nella scuola di sbarcare il lunario con impieghi precari e sottopagati.

L’inchiesta fotografa un circolo vizioso che probabilmente ha molto da dirci rispetto ai problemi che la scuola italiana si è trascinata per decenni, e dai quali forse solo ora, con il lento e faticoso ricambio generazionale in atto, sta lentamente riemergendo.

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Clicca qui e scarica il PDF dell’inchiesta uscita su L’Espresso nel 1973 tratta dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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