Politecnico di Milano

Quando pensiamo alla giustizia sociale, cosa immaginiamo? Molto probabilmente una falce incrociata su un martello, una bandiera rossa, una giovane donna scapigliata e scalza che marcia con uomini seminudi, in una nuvola di polvere, un sole che sorge, forse Ecce Bombo. Nessuno di noi pensa alle parole di Ziggy Stardust in Major Tom, “From the Sky the Earth is blue and there’s nothing I can do”.

Questo accade per un motivo, non per un difetto di immaginazione. Se rileggiamo il materiale divulgativo prodotto dai soggetti che hanno costruito i Poli Industriali in aree agricole (Irene Guida, L’acciaio tra gli ulivi, 2012), operando trasformazioni che hanno visto l’erosione di suolo fertile a favore di grandi infrastrutture produttive, ci accorgiamo che le aree coltivabili erano considerate un ostacolo al benessere collettivo. Se queste trasformazioni siano state un successo o una perdita, dipende ovviamente da chi ha guadagnato e da chi ha perso. Ma come facciamo a dire se siano state giuste?
Mentre i tecnici dimostravano la necessità di grandi infrastrutture di trasporto per spostare masse di lavoratori, – con proiezioni demografiche in crescita, in parallelo con gli indicatori di produzione economica dell’indotto generato, – le agenzie di comunicazione interne alle aziende ingaggiavano scrittori, fotografi e illustratori, per descrivere le condizioni di privazione cui era sottoposta la popolazione legata alla terra, alla piccola pesca, alle imprese commerciali e artigianali, alla distribuzione locale. Queste masse contadine erano viste come primitive, legate a riti ancestrali, limitate nella capacità di interpretare il proprio tempo, insomma schiavi da liberare, con la forza prometeica dell’industria. Viste oggi, queste immagini suonano stridenti, anche solo per una cartolina turistica. Per non parlare del fumo delle ciminiere come il sol dell’avvenire.

 


Da Italsider: Acciaio tra gli Ulivi, Italsider 1961. Disegni di Flavio Costantini

Perché ancora una volta la nostra immaginazione non concorda con la propaganda e con simboli che hanno condizionato il periodo di espansione economica fra i più lunghi che abbiamo vissuto? Perché è cambiato un paradigma culturale.
Il pensiero geopolitico a cavallo delle due guerre mondiali si era nutrito di territorializzazione, della retorica spazio/popolazione, – ovvero a ogni popolo sovrano il proprio governo e territorio, il proprio destino e origine, ontologicamente iscritti nell’essenza dello spazio/popolazione, – di cui il paradigma contemporaneo della sicurezza è il sicuro erede (Andrea Cavalletti, La città biopolitica, 2005). Carl Schmitt e la retorica della nazione come insieme di una terra e di un popolo, l’ossessione dei confini, hanno nutrito sogni di purezza e di selezione per la contesa di uno spazio vitale. Rompere questa ossessione voleva dire dimostrare che la terra era grande per tutti, le sue risorse approssimabili a una grandezza infinita, che la tecnologia, prima servita per distruggere, poteva essere usata dopo, con la stessa efficacia, per ricostruire. Desacralizzare la relazione fra spazio e popolazione è stato come disinnescare una mina per farla brillare. La minaccia della modernità diventava una promessa. Era il tempo di John Maynard Keynes, dell’uguaglianza garantita dalla redistribuzione della ricchezza all’interno di Stati-nazione, grazie a meccanismi di ridistribuzione fra cittadini con diritti uguali. L’idea di giustizia era aristotelica, basata sulla cittadinanza e sull’uguaglianza fra cittadini, immaginati come soggetti razionali (John Rawls, Una teoria della giustizia, tr. it. 2008). L’intervento dello Stato serviva a regolare e favorire lo sviluppo di imprese, ridistribuendo il surplus; la ricostruzione post-bellica era il sogno finalmente realizzato dell’utilitarismo, dopo la crisi del ventinove e dopo due guerre mondiali, le più distruttive che l’umanità abbia mai combattuto.

 


Da Italsider: Acciaio tra gli Ulivi, Italsider 1961. Disegni di Flavio Costantini

 

Nel frattempo la crisi petrolifera ed energetica degli anni settanta ha sorpreso, e sospeso, una macchina che sembrava destinata a un incremento progressivo e lineare, con indicatori di produzione e popolazione in crescita illimitata. Il Club di Roma nel 1972, con il primo rapporto intitolato I limiti dello sviluppo e la spinta dell’economia neoliberista, – che vede nel libero mercato, non nello Stato, l’unico agente regolatore delle possibilità e dei bisogni delle popolazioni, – ci hanno messo davanti alla terra vista dalla luna. Se la popolazione e la produzione sono in crescita illimitata, le risorse biologiche, che ne sono il supporto, sono finite (Serge Latouche, La scommessa della decrescita, 2005). Questa disparità genera un conflitto, ma anche un valore economico di mercato elevato per le risorse bio-sostanziali.
Da qui parte il racconto di Paolo Groppo che si è occupato di politiche territoriali per la FAO. La superficie della terra è una grandezza finita, misura cinquantuno miliardi di ettari.  Vuole dire circa 69 miliardi di campi di calcio. Per comprendere il suo discorso, proviamo a dare ragione ai terrapiattisti e agli ultras, immaginiamo questa superficie come un grandissimo campo di calcio (N.B. Si tratta di un artificio retorico di chi scrive. La terra non è piatta e non ha le proporzioni di un campo di calcio).

Di questo campo da calcio, una superficie maggiore della metà campo sarebbe coperta da acqua salata, mentre una uguale all’area di rigore sarebbe coltivabile.
La zona intorno al portiere sarebbe quella adatta all’uso agricolo esclusivo, la più fertile, umida e lavorabile. Quella più vicina al limite esterno sarebbe più arida; la restante, i tre quarti di questa area di rigore, avrebbe un valore medio. Se il gol è produrre cibo abbondante, le organizzazioni istituzionali sovranazionali hanno privilegiato l’attacco. Migliorando la produzione delle terre molto fertili, concentrate non a caso nelle aree ricche del pianeta, il mercato avrebbe ri-equilibrato, in modo automatico, la povertà degli altri territori. Nel nostro fantacalcio planetario, il numero dieci è la logistica, aiutata dall’intelligenza artificiale e dall’IOT (Internet Of Things) e dalla ricerca sul genoma. Una volta raggiunto l’ottimo di produzione, i gruppi industriali agricoli cercano nuove terre fertili da sfruttare dove è più semplice farlo, distruggendo foreste, come accade in Brasile.

La terra non è piatta e la vita di miliardi di persone dipende proprio dai tre quarti del terreno coltivabile più trascurato. Chi lavora queste terre vede il proprio lavoro perdere valore, mentre chi gode del surplus delle produzioni migliori, diventa sempre più ricco. Questo è un fenomeno globale.
La natura spettacolare del gioco degli alti profitti è tutta per l’attaccante, rende di più in termini di comunicazione, come succede con la spettacolarizzazione del cibo cui assistiamo. Anche l’ecosistema mediatico influenza la partita per le risorse del pianeta terra, proprio come succede per le fluttuazioni di mercato. In definitiva, l’agricoltura è uno degli spazi economici dove la finanza si territorializza, in modo violento.

Dunque, nonostante la terra non sia un campo da calcio, i prezzi seguono la stessa logica di quel gioco. Come mai? Perché i prezzi, il denaro, sono la rappresentazione di tutte le cose sotto forma di valore monetario. Un prezzo è la morte di ogni cosa, è una pura rappresentazione.
Thomas Piketty, attraverso l’analisi dei grandi database finanziari (Il Capitale nel XXI secolo 2013), ha mostrato che in seguito alla crisi petrolifera e ai processi di finanziarizzazione dei mercati, l’accumulazione di ricchezza che dipende dalle rendite è maggiore di quella che dipende dal lavoro. Significa che, per quanto bene e per quanto tempo si lavori, non si raggiungeranno mai i profitti generati dalle rendite. Per sostenere il desiderio e gli stili di vita di previsioni di crescita, in molti sono ricorsi al credito senza garanzie reali, con i risultati disastrosi della crisi finanziaria del 2008. Se nei paesi ricchi la classe media deve ridurre il consumo di beni voluttuari, per i contadini del Sud del mondo il problema è raggiungere e superare la soglia della sussistenza. Data la facilità degli spostamenti e per il desiderio di migliorare le proprie condizioni, intere popolazioni preferiscono emigrare, a ogni costo, verso le megalopoli. Nelle aree dell’Occidente ricco, le classi medie dei lavoratori si sentono minacciata dall’arrivo di queste popolazioni, l’accoglienza diventa una cessione dei propri diritti di cittadinanza e di reddito. Si tratta di una percezione distorta, ma ha un fondamento nell’immaginario dello sviluppo come bene cui tendere e nel senso di impotenza, che accomuna migranti e classe media occidentale, rispetto ai nuovi flussi di informazioni e capitali. Classi medie dei paesi ricchi e poveri del Sud del mondo hanno in comune l’esperienza dell’alienazione e della diseguaglianza.

Rifugiarsi nell’identità perduta, nel legame sacro con la terra di origine, nel falso limite di una territorialità che vale solo per chi è povero, – o per chi è così ricco da comprare anche la vita,– può ridurre l’alienazione e le diseguaglianze? Dovremmo invece pensare pratiche e diritti nuovi per soggetti mai rappresentati, per fare decrescere l’alienazione e la diseguaglianza. Se la vita in sé ha un valore di mercato, un prezzo e dunque un proprietario, come si fa a vivere insieme, a essere amici, a non ridurre la vita a merce di scambio? Come si fa a pensare all’accesso uguale di risorse finite, che si trovano dentro confini che appartengono a qualcuno, senza danneggiare chi legittimamente ne è il proprietario, ma senza privare di sostrato vitale intere popolazioni? Se saremo bravi a oscillare fra questi due poli, fra l’efficienza economica e il diritto di accesso, uguale per tutti, alle risorse bio-sostanziali, riusciremo a fare amicizia con il pianeta e anche fra noi. E non solo su Facebook.

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