Ricercatore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il Premio Nobel per l’economia del 2017 è stato assegnato a Richard Thaler, economista all’Università di Chicago, per il suo contributo fondamentale allo sviluppo dell’economia comportamentale.

 

Il Nobel a Thaler è il secondo, dopo quello del 2002 diviso a metà tra Kahneman e Vernon Smith (meno famoso, ma anch’egli tra i primi a testare la teoria tramite esperimenti), ad andare ad un esponente della nuova disciplina economica. Paul Krugman, macroeconomista e anch’egli vincitore del Nobel, ha esultato con un tweet alla notizia – come probabilmente molti altri nel campo.

 

 

 

 

Alla notizia, in molti forse si sono chiesti che cosa sia mai questa “economia comportamentale”. Gli articoli sul riconoscimento a Thaler hanno accennato al fatto che come l’economia comportamentale s’interessa della psicologia dietro le scelte dei consumatori.

Questo è sicuramente vero, ma è una descrizione troppo vaga e semplicistica che non rende giustizia alla materia. Si sono anche lette descrizioni inesatte: su corriere.it, per esempio, si è scritto che è “lo studio delle conseguenze dei comportamenti sull’economia” – come se ci fossero economisti che si disinteressano degli effetti delle azioni degli agenti economici.

A dirla tutta, lo stesso nome “economia comportamentale” – così come l’equivalente in inglese, “behavioural economics” – non è propriamente esplicativo: in fin dei conti, non esiste un’economia “non-comportamentale”, in cui il comportamento umano non ha un ruolo centrale. Piuttosto, è una questione di come si guarda al comportamento umano.

Nell’economia comportamentale si tratta di comprendere l’intera architettura delle scelte, ossia capirne il contesto a 360 gradi, il ruolo dei diversi sistemi di funzionamento del cervello e delle sue connessioni con l’ambiente. Ma anche il ruolo del passare del tempo e delle informazioni disponibili in merito ad una scelta, al modo in cui le comprendiamo e le diamo una certa quantità di attenzione, modificando di conseguenza l’architettura delle scelte che compiamo, ogni giorno su diversi temi.

Secondo la teoria economica classica, il nostro comportamento è razionale, sia quando prendiamo decisioni economiche in senso stretto – per esempio, cosa comprare al supermercato o dove investire i nostri risparmi – sia quando le nostre scelte non hanno esclusivamente aspetti monetari – per esempio, decidere con chi sposarsi o chi votare alle prossime elezioni. Tra parentesi, gli economisti non s’interessano solo di come usiamo direttamente il denaro; d’altronde, è difficile pensare a una decisione che non abbia alcun risvolto economico. Gli economisti tendono a dare un valore monetario a tutto, convertendo tutto in termini monetari.

Si badi bene, però: il concetto di “razionalitàin economia non corrisponde esattamente alla definizione del termine che troviamo sul dizionario (la capacità di ragionare o la qualità di essere ragionevoli). In teoria economia, essere razionale ha un significato tecnico e ben preciso: significa fare sempre la scelta migliore possibile in base alle proprie preferenze e ai costi associati a ciascun’opzione di scelta (come si dice in gergo: massimizzare l’utilità sotto un vincolo di bilancio) e, al contempo, rimanere fedeli alla propria scelta ogniqualvolta si hanno le medesime opportunità (stesse opzioni e stessi costi). Detto altrimenti, essere razionale vuol dire essere un calcolatore perfetto, in grado di valutare i pro e i contro di ogni alternativa senza commettere errori, e in più senza mai dover rivalutare contraddirsi – quindi, senza neppure cambiare idea su ciò che ci piace. Questo vale quando facciamo la spesa al supermercato e quando decidiamo come investire i nostri risparmi, ma anche quando decidiamo di intraprendere un viaggio per il nostro benessere interiore fino alle decisioni sulla salute e sugli stili di vita.

Per molto tempo, nessun economista si è posto il problema che il nostro possa non essere razionale, almeno in alcune circostanza. Per un economista classico, è così lampante che il comportamento umano sia razionale che non c’è alcun bisogno di verificarlo con esperimenti. Per questo, secondo molti, l’economia classica non è definibile come scienza. E poi, diciamolo chiaramente: il comportamento dell’homo oeconomicus si presta facilmente ad essere espresso in formule matematiche, e la matematica è – ahinoi – spesso un fine piuttosto che un mezzo in economia.

Se il modello vi lascia sgomento, si può immaginare come si sentirono gli psicologi – quelli della cosiddetta scuola “cognitivista”, che hanno poco a che fare con la psicologia clinica e gli “strizzacervelli” – quando, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, cominciarono a studiare in modo sistematico il nostro modo di prendere decisioni – economiche e non – e si trovarono a dover avere a che fare con l’homo oeconomicus, al tempo più solida e indiscusso che mai.

Tra parentesi: così come gli economisti si interessano a decisioni non meramente economiche, così gli psicologi studiano anche le scelte in cui ci sono soldi in ballo. Solo che gli psicologi non si soffermano sulle conseguenze economiche delle nostre scelte, ma sul perché facciamo certe scelte piuttosto che altre. Di fatto, quindi, è inevitabile che psicologia ed economia s’intreccino quando si parla dei comportamenti di scelta.

Molti psicologi proseguirono a fare i loro esperimenti ed elaborare le loro teorie, non curanti dei modelli irragionevoli dei colleghi economisti. Altri invece decisero di testare le fecero I più famosi furono Daniel Kahneman – che, da psicologo, vinse il Nobel per l’economia nel 2002 – e Amos Tversky – che il Nobel l’avrebbe vinto, se non si fosse spento pochi anni prima. I loro esperimenti dimostrano come non siamo perfetti calcolatori e spesso commettiamo errori di valutazione – per esempio, avendo difficoltà a integrare informazioni numeriche complesse e a stimare la probabilità di un evento. Dimostrano anche come fattori legati al contesto di scelta – per esempio, se un’opzione viene descritta come un guadagno se scelta o come una perdita se non scelta – influenzano le nostre preferenze, quando invece dovrebbero essere del tutto irrilevanti.

In un mondo che vuole riscoprire i valori della sostenibilità, delle relazioni, delle organizzazioni comunitarie e dell’economia della felicità, il premio Nobel di Thaler conferma l’economia comportamentale come una disciplina sempre più importante, sempre più lontana da una definizione di disciplina eterodossa. Quella reale, fatta da noi, esseri umani – non quella ipotetica, fatta da esseri razionali e, dunque, inumani.

Il neo-Premio Nobel a Richard Thaler è meritato. Anche se da molti nel campo non l’hanno ritenuto uno studioso modello (lo stesso Kahneman lo ha definito ‘pigro’), è stato comunque tra i primi economisti ‘eretici’, quelli che non credono alla teoria tradizionale. I suoi contributi sono diversi e ben sintetizzati nelle motivazioni del Comitato. Il più famoso è probabilmente il suo libro, insieme allo studioso di giurisprudenza Cass Sunstein, ‘Nudge’, tradotto in italiano come ‘La spinta gentile’, edito da Feltrinelli (prima edizione 2009).

L’auspicio è che a seguire da questo premio Nobel, continui ad essere riconosciuto e diffuso l’importante ruolo degli economisti hanno nel lavorare affinché possiamo migliorare le architetture delle scelte che ogni giorno compiamo. In ballo c’è in gioco non solo capire come le singole persone compiono decisioni, ma anche sulle conseguenze.

Conseguenze che paghiamo caro in ogni settore: politici che scelgono di non curarsi delle conseguenze ambientali delle attività umane, le scelte errate di consumatori che si indebitano quando non possono permettersi il debito, i manager che vendono i prodotti finanziari per un guadagno facile nel breve termine. Sono solo alcuni dei risultati di azioni non curanti delle conseguenze a lungo termine.

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