Ricercatrice dell'area "Globalizzazione e sostenibilità" presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

La COP 24 di Katowice è stato l’appuntamento in cui, nel 2018, i Paesi sottoscrittori del Protocollo di Kyoto si sono ritrovati per aggiornare le politiche ambientali globali derivanti dall’Accordo sul Clima di Parigi, in modo da avanzare verso l’attivazione di un sistema di policy globali in materia di Cambiamento Climatico. All’avvio di ogni COP, le aspettative dei vari attori coinvolti – governi, società civile, scienziati, lobbisti, accademici, imprese – si posizionano su diversi livelli di soddisfazione politico-diplomatica che, alla fine del convegno, vengono confrontati con i reali accordi sottoscritti tra Paesi, analizzati con puntuali disamine su ciò che poteva ottenersi e ciò su cui vi è stata una reale convergenza. Non ha fatto eccezione l’appuntamento polacco, che – come tutti i precedenti e, forse, i successivi – viene descritto usando il condizionale passato, tempo verbale tipico di una “grammatica dell’insoddisfazione ambientalista”, che merita di essere approfondita.

A livello globale, l’obiettivo principale della COP24 era di condividere i risultati dell’ultimo Rapporto sul Clima IPCC, commissionato dalla COP21, che si è occupato di analizzare scientificamente l’andamento del clima e di produrre modelli sulla sua evoluzione. Conseguentemente, si sarebbe dovuto definire un percorso, comune a tutti gli Stati, per diminuire le emissioni di gas serra, avanzare con lo stanziamento di fondi per 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi in via di sviluppo a contrastare i cambiamenti climatici, tenere monitorata costantemente la situazione ambientale di ciascun Paese e, riconoscendo l’esito del Rapporto IPCC, impegnarsi a mantenere l’aumento di temperatura sotto i 2 gradi, sforzandosi però di rimanere sotto 1,5 gradi. Quanto basta per aprire i lavori di una conferenza internazionale cui spetta l’onere – forse l’onore – di salvare il pianeta per i nostri figli e, dato l’allungamento della vita media su scala globale, anche per noi.

Le premesse per dubitare dei risultati del Summit sono apparse evidenti nel momento in cui lo Stato ospitante il Convegno – la Polonia – ha affermato di non voler abbandonare lo sfruttamento delle proprie fonti fossili carbonifere situate nella Slesia, da cui ottiene l’80% dell’energia. Un avvio che non ha certo stimolato la condivisione di politiche ambiziose e innovative che, in effetti, hanno subito diverse battute d’arresto, corrispondenti a: un’interpretazione politica, al ribasso, del dato scientifico (i): USA, Arabia Saudita, Russia e Kuwait hanno fatto pressione per ridimensionare l’accettazione politica del report scientifico dell’IPCC, in particolare della parte su “Research and systematic observation”, premendo affinché il Rapporto fosse “noted” anziché “welcome”, così da indicare una generica consapevolezza dei contenuti, al posto del riconoscimento e della condivisione delle sue conclusioni di policy; responsabilità condivise… fino a un certo punto (ii): nonostante a Katowice sia emerso il superamento della differenziazione per obblighi (la cosiddetta biforcazione) tra gli impegni presi da Paesi più e meno Sviluppati, il trasferimento di 100 miliardi di dollari dai paesi ricchi a quelli poveri, eredità della COP 15 di Copenaghen 2019, non è stato stanziato per intero, contribuendo a rendere ancora più confusa la dialettica tra economie differenti che – poste di fronte ad un comune rischio – si considerano ancora diversamente interessabili. A dimostrazione di ciò, il rifiuto di Ankara di definirsi “Paese Sviluppato”, perché ciò le impedirebbe di accedere ad una serie di aiuti finanziari destinati a Paesi Poveri, e la nascita della High Ambition Coalition, un’alleanza di stati virtuosi che si è impegnata a migliorare le proprie politiche climatiche prima del 2020: una buona notizia, che però rinnova l’idea di una “serie A” formata da Paesi più responsabili e di una “serie B” di Paesi più attendisti o marcatamente contrari all’attuazione dell’Accordo sul Clima di Parigi; veti sul mercato mondiale delle emissioni di CO2 (iv): a seguito dell’opposizione Brasiliana alle trattative sul mercato mondiale delle emissioni di CO2, che prevede di scambiarsi permessi di inquinamento il cui valore trasferirebbe risorse economiche dai grandi inquinatori ai Paesi più virtuosi, inclusi quelli meno Sviluppati. Le numerose divergenze tecniche sulla contabilizzazione della CO2 immessa in atmosfera hanno generato la paralisi politica e la posticipazione del tema ad una successiva COP, facendo intravedere marcati cambi di rotta politica da parte di Stati che nel prossimo futuro si posizioneranno tra gli inquinatori; problematiche di accountability (v): nonostante l’adozione del Katowice Climate Package, ossia il “Libro delle Regole” in cui definire un sistema condiviso di trasparenza, in vigore dal 2024, su come e quando si dichiarano, misurano e riportano gli sforzi di riduzione delle emissioni di CO2, permangono enormi problemi di operatività concreta frutto del mancato riconoscimento delle conclusioni del Report dell’IPCC. Se da un lato quindi, il documento di 100 pagine è stato approvato, dall’altro, l’elevata tecnicità della materia ha determinato l’aggiunta di un ulteriore giorno di negoziazione per evitare il fallimento del Summit e la posticipazione di un anno del momento in cui le regole di azione comune saranno approvate, all’interno di un meccanismo di enforcement chiaro, condiviso ed efficace.

In conclusione, ciò che emerge da Katowice è la mancata comprensione che le policy ambientali globali devono ripensarsi per rispondere non più a delle urgenze ma a delle vere emergenze globali: bisogna fare in fretta, bisogna scegliere e bisogna contenere i danni frutto di un’eredità politica che amava uscire dalle arene internazionali dicendosi arrivederci, quando molto presto potrebbe dirsi addio.

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