Portland è una città degli Stati Uniti d’America, nello Stato dell’Oregon. Non è una media città: conta 585.000 abitanti e la sua area metropolitana arriva a contarne 2.159.720. E’ una città in cui molti vorrebbero vivere. Non è vero che solo “piccolo è bello”.

La quinoa è un seme che può aiutare a migliorare la qualità dell’alimentazione, grazie alle sue proprietà nutrizionali che la rendono un alimento versatile e idoneo anche per le persone intolleranti al glutine.

La povertà energetica è un fenomeno la cui incidenza, oggi, grazie all’implementazione di nuove tecnologie disponibili è possibile abbattere.

Luoghi, risorse e persone sono gli elementi interrelati di un articolato scenario in cui ciascuno è immerso e che ciascuno, a suo modo, plasma.

Lo stile di vita che abbiamo tenuto fino a oggi è ora un ostacolo allo sviluppo. Siamo ora di fronte alla sfida di imprimere un cambiamento sostanziale che vada ben oltre una mera questione tecnica. Una trasformazione, quella oggi quanto mai necessaria, che guardi al futuro del pianeta, che abbia caro il destino comune e condiviso, che tracci un cambiamento radicale del nostro modo di vivere: da parte di chi ha molto e da parte di chi ha meno, spesso poco.  Da parte di chi alimenta dinamiche di spreco e da parte di chi, ancora, soffre di insicurezza alimentare, povertà, impossibilità di accedere a risorse e servizi essenziali.

Due dati segnano il nostro tempo: 1) cambiare si deve, ma anche, 2) cambiare si può.

L’analisi dell’habitat di cui siamo parte, che ora abbiamo la capacità di indagare dettagliatamente, ci restituisce un quadro complesso, desunto dai dati e dalle informazioni che siamo in grado di raccogliere e interpretare, generando una mole di conoscenza senza precedenti. E si è ampliata enormemente la sfera a cui la nostra sfida di conoscenza si applica. La scala di indagine e riflessione critica si estende: c’è il locale, ma c’è anche il globale. Si apre, quindi, la scala Pianeta, per cui la sfida non si limita più all’immaginazione di quale sviluppo mettere in pratica a beneficio del singolo e della sua comunità di appartenenza.

Quella che emerge è una collettività più ampia, interconnessa e corresponsabile. Proprio su quest’ultimo elemento si innesta l’attuale legame tra il “pensare” e il “fare”.

Abbiamo gli strumenti per conoscere, intuire, ipotizzare, capire. Abbiamo, quindi, anche gli strumenti per fare crescere, maturare e diffondere questo senso di appartenenza e di cura per la casa comune al fine di renderli la traccia da seguire per una nuova etica globale. Possiamo concepire l’azione in modo sostanzialmente diverso perché sappiamo di più, e questo ampliamento di prospettiva, geografica e cognitiva, illumina una nuova pratica. Una pratica fortemente connotata di urgenza, da un lato, e capillarità, dall’altro, perché capillare è ora l’informazione, e capillare è la responsabilità del riorientare la nostra interazione con un nuovo, più grande intorno.

 

La Fondazione ti consiglia
pagina 17745\