Università di Salerno

Siamo abituati ad un’immagine edulcorata del lavoro, pensata esclusivamente come attività intellettuale, priva di sforzo fisico, di fatica e di corporeità. Una visione ormai astratta e immateriale del lavoro. È questo il lavoro attuale? Semmai è una sua descrizione irrealistica.

In occasione di incidenti sul lavoro, ancora piuttosto frequenti, ci ricordiamo di quanto il lavoro rimanga strettamente legato al corpo. Dieci anni fa alla Thyssen Krupp la mancanza di adeguati sistemi di sicurezza ha provocato sette morti, corpi bruciati in una fabbrica, un solo superstite; il processo penale, tra le questioni giuridiche di colpa e dolo e impunità di fatto (quella dei due dirigenti tedeschi condannati dal tribunale di Torino ma liberi in Germania) non poteva non lasciare dietro di sé, oltre al dolore, tante perplessità e polemiche. Ma non c’è bisogno di tragedie, basta la quotidianità se vista nella sua materialità.

 Incendio Thyssen Krupp, 2007

Lavorare significa, tuttora e necessariamente, mettere in funzione il corpo e la mente; persino nelle forme più recenti di lavoro immateriale o della conoscenza (come viene spesso denominato nelle scienze sociali) il lavoro richiede fatica, impegno e può persino procurare problemi psicologici e fisici. Pensiamo solamente alle pressioni psicologiche e al deterioramento fisico che donne e uomini a tutti i livelli professionali possono subire: ritmi di lavoro intensi, richieste pressanti di raggiungere gli obiettivi, orari di lavoro estenuanti, estensione del lavoro in luoghi e tempi solitamente riservati alla vita privata.

Siamo abituati a pensare alla fatica e al rischio fisico in relazione al lavoro industriale, e il suo ridimensionamento negli ultimi decenni finisce per renderlo meno appariscente rispetto all’immagine contemporanea più promossa e vincente, quella del lavoro intellettuale e immateriale. Nelle fabbriche, nei cantieri edili, nelle campagne, nelle attività di trasporto delle merci: in tutti questi settori troviamo corpi che lavorano.

I sistemi di organizzazione del lavoro hanno sempre dovuto trattare la questione della fatica fisica e mentale del lavoro: come far fruttare al massimo le capacità umane? Come rendere più produttivi le donne e gli uomini al lavoro? Le condizioni ambientali e organizzative del lavoro sono sempre state centrali nello sviluppo capitalista seguendo la dinamica dei conflitti di lavoro: limitare il consumo del corpo nel lavoro manuale è un’esigenza espressa storicamente dal movimento operaio e l’ergonomia una delle risposte più avanzate da parte degli industriali, al di là della sua effettiva applicazione.

Frontespizio de L’organizzazione scientifica del lavoro di Federico Winslow Taylor
fonte digitalizzata dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
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Come detto, chi lavora soprattutto (mai solamente) con la mente non vede rompersi il legame con il corpo. Manager, tecnici, ingegneri, professionisti indipendenti o meno, devono fare i conti con la fatica fisica, le tensioni emotive, le pressioni psicologiche; tanti studi hanno messo in evidenza  quanto il mercato o il datore di lavoro pretendano in termini di tempo e energie e il burnout è solo l’esito peggiore dei processi lavorativi; indicativo è che le aziende stabiliscano piani di recupero delle vittime dello stress da lavoro, consapevoli di quanto sia concreto anche in un lavoro intellettuale e di alto profilo.

Una delle forme più moderne di economia, l’e-commerce,  propone l’illusoria immaterialità del lavoro, in parte connaturato al mezzo tecnologico. Pensiamo all’ordine online di un pasto o di un capo di abbigliamento. A quel click corrisponde un facchino in bicicletta (suona meglio rider, ma non cambia la sostanza) che mette il suo corpo a disposizione e a rischio, oppure un magazziniere di Amazon o un autotrasportatore di Bartolini o GLS. Nelle statistiche sugli infortuni sul lavoro proprio il lavoro di consegna di merce nelle aree urbane presenta un rischio crescente.

Rider di Foodora

Lo stesso mezzo tecnologico col quale si opera online, lo smartphone o il più classico computer comporta la produzione in paesi in forte sviluppo industriale all’interno di aziende che spremono i loro impiegati con turni di lavoro lunghissimi e condizioni ambientali pessime.

Proprio nel settore vittima dell’espansione dell’e-commerce, ma ancora largamente diffuso, il commercio al dettaglio, troviamo ulteriori esempi della corporeità del lavoro contemporaneo. Da una parte i già citati processi di delocalizzazione e deregolazione della produzione, dall’altra l’uso estetico dei corpi al lavoro. Dietro una semplice maglietta delle grandi catene internazionali abbiamo ancora una volta l’inferno della produzione  nei paesi in espansione economica, spesso difficilmente rintracciabile in ciò che si acquista, che nasconde condizioni di lavoro pesantissime e rischi (verrebbe da dire la certezza) di conseguenze fisiche, anche senza arrivare all’estremo della strage di Rana Plaza a Dacca (Bangladesh) nell’aprile del 2013 che fece quasi 1.200 morti e circa 2.500 persone inabili al lavoro. In una prospettiva meno immediata ma ben evidenziata dagli studi organizzativi, le giovani donne e i giovani uomini che servono la clientela nei negozi di abbigliamento (ma non solo) impiegano i loro corpi anche sul piano estetico: sono certamente forza lavoro fisico ma recitano, sempre con il corpo, una parte fondamentale nel gioco seduttivo che si esprime in particolare nel settore commerciale e nelle aree di confine di qualsiasi tipo di  organizzazione.

Insomma, tanti fattori contribuiscono a determinare le condizioni in cui si mettono al lavoro corpi e menti, ma la materialità e la fisicità del lavoro stesso rimangono centrali.

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