di John Vidal
Guardian's environment editor

cold-front

Ragioni per essere ottimisti

1. Il mondo vuole davvero un accordo forte e stavolta lo avrà

C’è una comune volontà di limitare le emissioni. I governi sono consapevoli del problema e sanno che il non fare niente non è più un’opzione né politica né morale. L’evidenza del cambiamento climatico è cresciuta dalla Conferenza di Copenaghen nel 2009, e il 2015 è già stato dichiarato come l’anno più caldo di sempre. Le persone hanno capito molto meglio che il cambiamento climatico è un pericolo serio e questo dà ai politici la legittimità per rafforzare le loro azioni. I gruppi non-governativi hanno creato un senso di fatalità riguardo la Conferenza di Parigi, spingendo sull’idea che questa è l’ultima occasione per evitare un cambiamento catastrofico e che un accordo verrà sicuramente firmato: “Ora tocca a noi”, ha detto l’inviato speciale per il clima di Obama, Todd Stern.

 2. La green economy è sostenibile anche da un punto di vista finanziario

Un nuovo accordo internazionale forte che impegni tutti i paesi a ridurre le emissioni è negli interessi economici di lungo periodo di ciascun paese. Darà il segnale alle aziende che i governi sono legalmente vincolati a ridurre le emissioni e questo, a sua volta, darà al settore privato e alle banche la sicurezza di lungo periodo di cui hanno bisogno per investire in energie rinnovabili e nella conservazione, e dovrebbe spingere i finanzieri, i tecnologi e gli altri a diminuire l’estrazione di petrolio, gas e carbone verso lo sviluppo di maggiori investimenti in energia pulita. Inoltre se dall’accordo emergeranno grandi mercati di emissioni di carbonio, come vorrebbero le grandi aziende e le Nazioni Unite, e se i paesi ricchi faranno tesoro del loro impegno di mobilizzare 100 miliardi di dollari all’anno affinché i paesi poveri si adattino ai cambiamenti climatici entro il 2020, la grande economia verde globale dovrebbe crescere velocemente, per il beneficio di tutti. Le tecnologie per l’energia rinnovabile stanno migliorando ad un ritmo più veloce di quello immaginato. Il costo dell’energia eolica e solare in molti paesi è oggi all’incirca lo stesso del carbone o del gas, cosicché il passaggio all’energia verde ed un abbassamento delle emissioni è molto più facile da giustificare al proprio elettorato. Entro venti anni, ci si aspetta che il prezzo dell’energia rinnovabile si abbasserà ulteriormente, mentre il costo dell’energia da fonti fossili diventi più alto di pari passo.

 3. Le nazioni sono pronte a impegnarsi in un vero cambiamento

I paesi hanno già dichiarato le loro intenzioni su come diminuire le emissioni. Prima dei colloqui di Parigi, più di 180 paesi che rappresentavano il 90% delle emissioni globali, hanno inviato i loro piani nazionali per tagliare le emissioni. Questa è la prima volta nei 20 anni in cui abbiamo iniziato i negoziati per il clima, in cui virtualmente tutte le nazioni del mondo si sono impegnate a essere parte della soluzione. Per confronto: il Protocollo di Kyoto del 1997 includeva gli impegni per ridurre le emissioni di 37 paesi ricchi che però, tutti insieme, non raggiungevano nemmeno il 50% delle emissioni globali. Kyoto non includeva gli Stati Uniti, che si rifiutarono di firmarlo, e la Cina, ovvero i due maggiori produttori di diossido di carbonio al mondo. Con i principali attori coinvolti, la vittoria è certa.

4. Cosa può andare storto?

Le possibilità di un successo diplomatico sono molto maggiori rispetto a quelle di Copenaghen nel 2009, che veniva indicata come la tappa finale di anni di negoziati, ma che finì in un caos diplomatico. Il testo su cui i negoziatori e i politici di 195 paesi dovranno contrattare a Parigi è più corto e più focalizzato, e molte delle maggiori criticità sono già state superate. Le posizioni dei Paesi che emettono più sostanze climalteranti – come gli Stati Uniti e la Cina – sono più vicine le une alle altre rispetto al passato, quindi dovrebbe essere più facile per i negoziatori e i politici raggiungere un compromesso. La Francia, che è il paese ospite, ha una lunga esperienza nei negoziati diplomatici e ha assicurato che molte delle decisioni potenzialmente più difficili, come ad esempio quelle riguardanti gli aspetti finanziari o i target finali, possono essere rimandate ai prossimi incontri. Ciò potrebbe portare, nella peggiore delle ipotesi, ad un accordo debole ma che potrà essere migliorato in seguito.

5. Riguarda tutti quanti

I recenti attacchi terroristici hanno spinto i 143 leader mondiali che dovranno arrivare in città per fare un attestato globale di solidarietà e fornire sufficiente forza politica per assicurare un accordo forte e duraturo. Nessun paese vorrà essere identificato come quello che ha fermato l’accordo. “Parigi sarà presto conosciuta come il posto dove i leader di tutto il mondo sono stati insieme dalla parte giusta della storia”, ha detto il presidente del World Bank Group, Jim Yong Kim.

Ragioni per temere il peggio

1. I paesi non riusciranno a raggiungere i compromessi necessari

Il Principe Carlo e più di 140 presidenti, primi ministri e capi di stato, faranno un breve e blando discorso lunedì riguardo la necessità di agire, dopodiché i negoziatori e i politici avranno pochi giorni per raggiungere un accordo diplomatico. Considerato che ci sono voluti più di 20 anni di negoziati che si sono rivelati inutili per arrivare a questo punto, non ci sono possibilità che i grandi divari tra i paesi possano essere chiusi in pochi giorni. Quindi l’unico modo in cui si potrebbe raggiungere un accordo a Parigi consiste nel fatto che Francia e Nazioni Unite, i due ospiti della conferenza, impongano un accordo alla meno peggio.  Tutti i paesi saranno sotto una forte pressione, ma alcuni comunque non vorranno imposizioni.

2. È già fallito in partenza

I tagli alle emissioni che 180 paesi hanno già dichiarato di essere pronti a effettuare entro il 2030 comporteranno un aumento della temperatura di 2,7°C, sebbene il minimo assoluto necessario a prevenire un riscaldamento catastrofico alla fine del secolo si ritiene siano 2°C. Più di 100 paesi hanno chiesto alle Nazioni Uniti di puntare ad un target globale più ambizioso, 1,5°C, e che per loro tutto ciò che non garantirà questo obiettivo sarà visto come un fallimento dei negoziati. I paesi più poveri vorranno la certezza legale che i più ricchi faranno ciò che promettono, ma i paesi ricchi vogliono solo impegni volontari. Il divario reale tra ciò che i paesi vogliono e ciò che potranno ottenere è troppo grande.

3. Chi si assumerà gli oneri?

I paesi sono ancora divisi sulle questioni principali come la riduzione delle emissioni, le questioni finanziarie e tecnologiche. Con così grandi differenze, ci vorrà uno sforzo eroico da parte dei politici per arrivare ad un qualsiasi accordo. L’ostacolo maggiore potrebbe essere rappresentato dalla richiesta ai paesi più industrializzati, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Giappone, che da un punto di vista storico hanno maggiormente contribuito alle emissioni, di tagliare molto di più rispetto ai paesi in via di sviluppo. L’India, a nome di molti paesi poveri, dichiarerà che ci deve essere una differenziazione tra paesi ricchi e poveri; ma gli Stati Uniti vogliono degli impegni che siano applicabili a tutti. Una collisione è quindi inevitabile.

4. Dove sono i soldi?

Molti degli ambiziosi piani di riduzione delle emissioni inviati alle Nazioni Unite dipendono da un investimento di 1000 miliardi di dollari per le energie rinnovabili, il settore agricolo e forestale. Questo denaro non è al momento disponibile e dipenderà dai flussi finanziari dei nuovi mercati del carbonio e altre risorse finanziarie incerte. Inoltre sono stati identificati solo 57 miliardi di dollari dei 100 miliardi promessi dai paesi ricchi ai paesi poveri per il loro adattamento al riscaldamento climatico. Poiché i paesi in via di sviluppo hanno una lunga esperienza di promesse non mantenute, non si fidano più senza garanzie finanziarie. Temono un doppio conteggio e la deviazione dei flussi di aiuti e, sebbene combatteranno duramente per ottenere investimenti economici, troveranno una resistenza granitica da parte dei paesi ricchi, che sono intenzionati ad assumersi il minor numero di impegni possibili.

5. Vogliamo un accordo, ma non ad ogni costo

C’è una volontà genuina di combattere il cambiamento climatico, ma non ad ogni costo, e molti paesi ricchi si illudono se pensano che il cambiamento climatico e la riduzione delle emissioni sia una delle maggiori priorità per tutti. Questo genere di negoziati sono andati avanti per molti anni e c’è ancora un forte sospetto sul fatto che gli Stati Uniti e altri abbiano evitato di cambiare il proprio stile di vita ma al tempo stesso abbiano fatto pressioni sui paesi poveri affinché si facessero carico dei costi. Molti paesi si sono risentiti di questa ingiustizia e vogliono determinare loro stessi il proprio percorso di sviluppo. Temono che i paesi ricchi non avranno da fare molto per ridurre le emissioni ma dovranno diminuire la propria crescita. Per loro, l’eradicazione della povertà e lo sviluppo economico sono ancora tra gli elementi più importanti per qualsiasi tipo di accordo, quindi prima di dare il proprio assenso a qualsiasi cosa vogliono delle garanzie di supporto finanziario e tecnologico. Inoltre, molti paesi produttori di petrolio, guidati dall’Arabia Saudita, vorranno un accordo debole che non svalorizzi le loro risorse naturali. Alcuni Paesi dell’America Latina come il Venezuela e la Bolivia tenderanno a enfatizzare la giustizia climatica per un accordo che obblighi i ricchi a tagliare di più rispetto ai più poveri. I negoziati sono condotti da blocchi di paesi, il consenso è necessario ed è facile far deragliare tatticamente i colloqui o rimandare le discussioni fino ad un punto in cui non può essere più negoziato un accordo forte nel tempo limitato a disposizione.

John Vidal

04/12/2015

Articolo originale apparso su “The Guardian

La Fondazione ti consiglia
pagina 13279\