Se vogliamo parlare di politica ai giorni nostri, dobbiamo partire dai pregiudizi che noi tutti, se non siamo politici di professione, nutriamo nei confronti della politica. Tali pregiudizi, che sono comuni a noi tutti, rappresentano a loro volta, nel senso più ampio del termine, un fattore politico: essi non derivano dalla presunzione delle persone istruite, né sono dovuti al cinismo di chi ha troppo vissuto e troppo poco compreso. Non possiamo ignorarli, dato che si agitano dentro di noi, e non possiamo sopirli attraverso il ragionamento poiché sanno fare appello a realtà incontestabili e rispecchiano fedelmente, proprio nei suoi aspetti politici, la reale situazione odierna. Eppure questi pregiudizi non sono giudizi. Essi denunciano che siamo finiti in una situazione in cui non siamo, o non siamo ancora, in grado di muoverci politicamente. Il rischio è che il politico scompaia del tutto dalla faccia della terra. Ma i pregiudizi precorrono i tempi; gettano via il bambino con l’acqua sporca, confondono con la politica ciò che alla politica porrebbe fine, e presentano quella che sarebbe una catastrofe come se fosse insita nella natura delle cose, e dunque ineluttabile.

Hannah Arendt, Che cos’ è la politica

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