Sociologa

Due tipi di paradigmi distinti, ma non concorrenti, sono entrati nel dibattito accademico e nel linguaggio narrativo dei policy makers a livello nazionale, europeo e talvolta più ampio (a livello OCSE, ad esempio): i paradigmi del mercati del lavoro transizionali e dell’investimento sociale.

L’approccio dei mercati del lavoro transizionali fa riferimento quasi esclusivamente al “nuovo rischio sociale” della flessibilità del mercato del lavoro, che spesso si traduce in precarietà, perdita di reddito, dequalificazione. Contro la visione neo-liberista che considera la protezione sociale un onere e una spinta al moral hazard, questo approccio discute i rischi, ma anche le possibilità offerte dalla flessibilità del mercato del lavoro come un modo per sviluppare un percorso di vita lavorativa più bilanciato, che tenga in considerazione diversi tipi di transizioni (dall’avere figli, al ritorno all’istruzione, al provvedere alle necessità familiari urgenti e così via).

Questo filone ha offerto le basi teoriche per lo sviluppo di politiche di flexicurity in paesi come la Danimarca.

L’approccio dell’investimento sociale ha invece un’ambizione più ampia, dal momento che mira a ricalibrare l’intero framework concettuale ed empirico del Welfare State, che concepisce come la promozione di politiche che investano nello sviluppo del capitale umano, compreso quello delle donne, e contribuiscano, al tempo stesso, a renderne efficiente il suo uso attraverso politiche attive del mercato del lavoro e politiche di conciliazione famiglia-lavoro.

Questo “nuovo” Welfare State è concettualizzato come radicalmente diverso da quello “tradizionale”, in quanto favorisce politiche abilitanti vs politiche di protezione; anche se nelle versioni più recenti si persegue una sorta di equilibrio tra attivazione/potenziamento e protezione.

Sia l’approccio dei mercati del lavoro transizionali che quello dell’investimento sociale toccano solo indirettamente – o comunque in modo parziale – i meccanismi che generano disuguaglianza, dal momento che consentono agli individui di avere una posizione migliore nella forza lavoro, attraverso un rafforzamento del loro capitale umano e una parziale riduzione dei vincoli, trovando un equilibrio accettabile tra lavoro e vita privata nel corso della vita.

Secondo questi approcci, lo Stato non gioca solo un ruolo redistributivo, ma anche pre-distributivo, in particolare per quanto riguarda l’istruzione e la formazione. Ciononostante, tale pre-distribuzione riguarda solo una delle dimensioni che causano disuguaglianza, cioè la disuguaglianza socialmente strutturata nella formazione del capitale umano, senza considerare tutti gli altri meccanismi che la producono. Tali meccanismi, al contrario, costituiscono il nocciolo duro di ciò che è ora noto come approccio di pre-distribuzione.

Il concetto di pre-distribuzione non è nuovo tra gli economisti. Esso ha, infatti, una lunga tradizione nella politica radicale che si focalizza sulla tradizionale preoccupazione socialdemocratica che ha ispirato il Welfare State keynesiano: come riconciliare l’efficienza produttiva con la giustizia sociale in un’economia capitalista di mercato. Ha però trovato popolarità nel dibattito pubblico solo quando R. Milliband, mutuandolo dal politologo Hacker, lo utilizzò nel suo programma politico durante la corsa – senza successo – a leader del partito laburista.  Secondo Hacker, la pre-distribuzione richiede: “Un focus sui risultati di mercato che incoraggiano una più equa distribuzione del potere economico e delle ricompense già prima che il governo riscuota tasse o trasferisca benefici.”

Il programma pre-distributivo condivide molte critiche con la tesi dei nuovi rischi sociali, dell’investimento sociale e con quella degli approcci del mercato del lavoro transizionali contro l’inadeguatezza delle disposizioni redistributive dello stato sociale.

Diversamente da queste, l’approccio pre-distributivo è esplicitamente volto a mettere in discussione la diseguale concentrazione del capitale, del benessere e del potere, promuovendo l’obiettivo di una “property-owning democracy “, in cui ogni individuo ha un interesse nel sistema capitalista in quanto cittadino.

Senza tralasciare il ruolo delle politiche redistributive, l’obiettivo delle politiche pre-distributive è quello di promuovere riforme di mercato che favoriscano una distribuzione più equa del potere economico, dei vantaggi e dei benefici, ancor prima che il governo “riscuota tasse o trasferisca benefici”. La pre-distribuzione cerca di ristrutturare l’economia di mercato, assicurando dei risultati più equi per tutti, senza sacrificare la produttività e la crescita di lungo periodo.

Piuttosto che fare interamente affidamento sulla sfera redistributiva della politica sociale, l’obiettivo della pre-distribuzione è quello di orientare il contesto strutturale del capitalismo contemporaneo:  la qualità del lavoro e la soddisfazione che genera; l’allocazione dei buoni lavori” e dei “lavori scadenti”, il framework prevalente dei diritti del lavoro e della flessibilità di mercato; l’ampiezza con cui i mercati funzionano nell’interesse pubblico, trattando equamente tutti i consumatori, incluso coloro che sono più vulnerabili.

L’obiettivo del mercato pre-distributivo, così delineato, è di eliminare le asimmetrie che favoriscono alcuni gruppi, promuovendo, al contrario, obiettivi d’interesse pubblico che riducano la necessità dell’intervento governativo ex post.

A differenza del filone dell’investimento sociale, l’approccio della pre-distribuzione riguarda non solo le pari opportunità, ma anche il contrasto alle eccessive e ingiuste disuguaglianze nei risultati.

Il suo programma è onnicomprensivo.  Similmente all’approccio del mercato del lavoro transizionale, propone l’introduzione di soglie di salario minimo, per proteggere i lavoratori più poveri e introdurre flessibilità del mercato del lavoro, favorevole sia ai lavoratori che alle imprese. Sostiene, inoltre, politiche di conciliazione lavoro-famiglia come strumento per mantenere le donne nella forza lavoro.

Analogamente al paradigma dell’investimento sociale, l’approccio pre-distributivo rimarca l’importanza dell’introduzione precoce all’istruzione e del long-life learning.

Prevede, inoltre, una qualche forma di “property-owning democracy” in cui tutti ricevono una parte della ricchezza comune.  Pertanto, in controtendenza rispetto a quanto accaduto negli ultimi decenni nella maggior parte delle democrazie capitaliste, è a favore della tassazione di successione al fine di limitare la trasmissione inter-generazionale della diseguaglianza.

Allo stesso tempo, mira a riformare i sistemi finanziari per ridurre i rischi di moral-hazard e il trasferimento dei loro costi sui contribuenti, oltre che limitare i premi di retribuzione dei dirigenti e degli amministratori delegati. Prevede di smantellare monopoli e cartelli sui mercati delle merci e dei capitali, sostenendo le start-up e la formazione di piccole e medie imprese (PMI), così come forme di partecipazione dei lavoratori al processo decisionale e alla condivisione degli utili. Propone inoltre di limitare, attraverso forme di regolamentazione nazionale e internazionale, la mobilità transnazionale del capitale.

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