Direttore di AICCON
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il movimento cooperativo si trova oggi di fronte a un bivio storico. In modo simile a quanto accaduto in altri periodi di transizione, come per esempio negli anni Settanta del secolo scorso, una serie di tensioni interne ed esterne minano la capacità del cooperativismo di fungere da effettivo modello di creazione di valore economico e sociale parallelamente ad altri modelli esistenti. In particolare, di fronte alle sfide del mercato globale, una parte del mondo cooperativo si è mossa verso strategie organizzative che hanno portato sempre più alcune cooperative ad assomigliare più a grandi corporation gestite da manager piuttosto che a organizzazioni capaci di incentivare forme di gestione partecipata. Dall’altra parte, invece, un numero crescente di piccole o medie cooperative fortemente attive a livello locale spesso fatica a tenere il passo rispetto ai meccanismi della concorrenza di mercato, soffrendo così sia la difficoltà ad accedere a fonti di finanziamento che la capacità di offrire beni e servizi innovativi dal punto di vista tecnologico e sociale.


Illustrazione, fonte: foodandtec.com


Di fronte a questi rischi, diventa sempre più pressante la necessità di ripensare alcune logiche organizzative della cooperazione, pur tuttavia senza perdere i suoi tratti identificativi più specifici. Per questo motivo, in questi ultimi anni si sono andate diffondendo sempre più riflessioni teoriche ma anche concrete sperimentazioni le quali hanno provato a indicare traiettorie di ibridazione tra il mondo della cooperazione e alcuni movimenti sociali ed economici emersi in altre sfere. In particolare, tra i più importanti filoni attualmente attivi vedono il tentativo di coniugare le logiche tipiche della cooperazione con alcune innovazioni economiche, sociali e tecnologiche introdotte da movimenti come quello dell’economia collaborativa dei commons e dell’open innovation. Il punto chiave che accomuna queste traiettorie è dato dall’idea che la cooperazione possa beneficiare di alcuni modelli di creazione di valore introdotti in altri ambiti dell’agire economico per provare a risolvere alcune sue tensioni storiche. In particolare, emerge la possibilità di ripensare la cooperazione attraverso un modello di “piattaforma” che possa consentire di aprire i confini del mutualismo su scale più ampie senza tuttavia abbandonare la propria natura eminentemente cooperativa. Più precisamente, un primo filone di ricerca e sperimentazione vede la possibilità che il mondo cooperativo possa appropriarsi di alcune logiche tipiche dell’economia della collaborazione. Quest’ultima, infatti, è nata e si è sviluppata recentemente su un terreno che, per quanto non pienamente sovrapponibile, presenta alcuni tratti comuni con quello della cooperazione.


 

Open data


Questo discorso vale particolarmente per quelle forme di collaborazione più “civiche” che vedono nello scambio tra pari la possibilità di rispondere in modo innovativo a bisogni materiali e sociali insoddisfatti. Come fa notare una ricerca curata da Unipolis, se, per un verso, il movimento cooperativo fatica a individuare meccanismi che consentano di sostenersi nel tempo e di raggiungere scale di azione più ampie, per un altro verso, l’economia della collaborazione è sempre segnata dal rischio di smarrire la sua più autentica vocazione sociale, venendo monopolizzata da modelli di business che si limitano a riprodurre il modello capitalista. Per questi motivi, non si tratta tanto di trasformare la cooperazione in collaborazione, riducendo il movimento cooperativo a forme di scambio peer to peer. Piuttosto, si tratta di usare l’economia collaborativa come un driver per rinnovare il mondo cooperativo, il quale, a sua volta, può portare con sé forme di governance e di proprietà capaci di correggere alcune fragilità del modello collaborativo. Ciò che differenzia, inoltre, questo filone da quello del “platform cooperativism” è dato dall’enfasi non tanto sulla trasformazione in senso cooperativo di piattaforme collaborative esistenti, quanto sulla capacità per il mondo cooperativo di introiettare innovazioni prese dal mondo collaborativo. Un ragionamento simile è sviluppato dal movimento dell’open cooperativism33. Questo mette in evidenza la profonda affinità che caratterizza il mondo della cooperazione e il mondo dei “commoners”, cioè di quei movimenti che si fondano sulla creazione e la riproduzione di forme di beni comuni, materiali o immateriali. Questi ultimi hanno visto una crescita esponenziale a partire dalla diffusione delle reti digitali, le quali hanno permesso la rapida condivisione su larga scala di beni immateriali sotto forma di software, video, progetti di design, corsi di apprendimento e così via. La fragilità di questi movimenti, tuttavia, è data principalmente dall’incapacità di operare pienamente all’interno del mercato, basandosi prevalentemente su forme di contribuzione volontaria.


Illustrazione,  fonte: sociopratiche.org


Inoltre, molto spesso questi beni comuni sono appropriati da organizzazioni a matrice capitalista, le quali estraggono il valore comune creato senza contribuire alla sua riproduzione. Per questi motivi, il movimento dell’open cooperativsm propone un’azione sinergica tra movimento cooperativo e movimento dei commons. Il primo, come detto, soffre dell’incapacità di muoversi su scale più ampie, mentre il secondo fatica a sostenersi economicamente e socialmente nel tempo a causa della sua estraneità al mercato. Attraverso la creazione di forme di “cooperative accumulation”, sarebbe possibile aprire la cooperazione al mondo dei commons, in particolare, dei commons digitali, consentendo di tutelare i beni comuni prodotti attraverso forme di governance e di proprietà cooperative.

L’ultimo filone di sperimentazione vede il tentativo di far dialogare il movimento cooperativo con il paradigma della open innovation.36 Quest’ultima si definisce come una forma di innovazione che non emerge

tanto all’interno dell’organizzazione quanto al suo esterno, nelle relazioni e nelle collaborazioni che questa intrattiene con l’ecosistema entro cui è inserita. Il modello dell’open innovation si è sviluppato e diffuso negli ultimi anni principalmente all’interno del mondo dell’impresa profit. Tuttavia, è evidente come sia possibile identificare profonde affinità tra il modello cooperativo e quello dell’innovazione aperta. Come una recente ricerca sottolinea, infatti, “cooperazione è innovazione aperta”, cioè al centro del meccanismo dell’open innovation si trova proprio la capacità dell’impresa di cooperare al fine di risolvere le sfide che quotidianamente si presentano ma anche di ridefinire in profondità il proprio meccanismo di creazione di valore nel medio-lungo periodo. In particolare, come detto, il mondo cooperativo tradizionale, centrato esclusivamente su forme di mutualità endogena, circoscritte al perimetro dell’organizzazione, rischia di non poter reggere alla competizione di mercato proveniente dal mondo profit. Viceversa, l’apertura dei confini della cooperazione attraverso meccanismi di open innovation può portare a trasformare la cooperativa in una piattaforma, capace di muoversi verso meccanismi di creazione di valore su scale più ampie.

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