Il diritto al cibo e l’accesso alla terra sono tra le tematiche che pongono domande impellenti alla nostra contemporaneità. Nel sistema globale il cibo catalizza moltissimi aspetti della vita umana che toccano aspetti produttivi, di distribuzione, nutrizionali, culturali e identitari, ma anche professionali e relativi alla proprietà. Proprio su quest’ultimo punto si aprono molteplici spunti di riflessione sugli scenari attuali e sulle possibili strade da seguire. Il possesso della terra, così attuale nei moderni fenomeni di “land rush” o “land grab”, è al centro della riflessione intellettuale di Giambattista Vasco (1733-1796) già due secoli fa. L’economista piemontese, aderente ai circoli illuministi italiani, parte dall’assunto che il rapporto esistente fra il lavoratore agricolo e il terreno debba rinsaldarsi, fuori da logiche di accaparramento di terreni volte a trasformare i contadini in “mercenari”. Sebbene non arrivi a mettere in dubbio il principio di proprietà e non supporti le idee di un esproprio agricolo a favore dei contadini, Vasco propone la divisione terriera fra i lavoratori in quelle aree del mondo di  “terre nuove”. Questa nuova affezione al terreno gioverebbe primariamente allo Stato che nell’idea di Vasco deve fungere da garante della distribuzione e regolatore dei limiti di possesso.

Ancora oggi molti lavoratori agricoli e impiegati nel comparto agroalimentare vedono la loro condizione assomigliare sempre più a quella dei “contadini mercenari” descritti dall’economista settecentesco, e ciò chiama in causa tutta la filiera di produzione perché: “sebbene quasi più non esista questa condizion d’uomini così contraria alla naturale libertà, vi sono però delle condizioni che alla schiavitù più o meno si accostano. Tale è per l’appunto quella dei coltivatori de’ terreni altrui, che sono per necessità della lor condizione posti in una troppo vile dipendenza dai padroni delle terre.” Nota Vasco, aggiungendo che “se la maggior parte degli uomini che formano il corpo di una nazione (quai sono gli agricoltori) si trovino in una grandissima dipendenza da alcuni altri pochi (quai sono generalmente i padroni delle terre) io non so come il corpo istesso della nazione possa vantar libertà.”

 

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