Di seguito, un estratto dalla lettera di Antonio Gramsci inviata da Mosca al periodico Voce della gioventù di Milano, che, nel periodo della più dura repressione anticomunista sostituiva l’organo ufficiale della Federazione giovanile comunista (soppresso come gli altri giornali del partito) e che la pubblicò il 1° novembre 1923. Si tratta di un testo di grande importanza, che illumina un momento cruciale dell’evoluzione politica di Gramsci e preannuncia il carteggio per la formazione del nuovo gruppo dirigente del partito. Per un inquadramento storico, si consiglia la lettura: «Che fare?» di Gramsci del 1923, in Studi storici, a XII, n.4, ottobre-dicembre 1972.


 

Perché i partiti proletari italiani sono sempre stati deboli dal punto di vista rivoluzionario? Perché hanno fallito quando dovevano passare dalle parole all’azione? Essi non conoscevano la situazione in cui dovevano operare, essi non conoscevano il terreno in cui avrebbero dovuto dare la battaglia. Pensate: in più di trenta anni di vita, il partito socialista non ha prodotto un libro che studiasse la struttura economico-sociale dell’Italia. Non esiste un libro che studi i partiti politici italiani, i loro legami di classe, il loro significato.

Noi non conosciamo l’Italia. Peggio ancora: noi manchiamo degli strumenti adatti per conoscere l’Italia, così com’è realmente, e quindi siamo nella quasi impossibilità di fare previsioni, di orientarci, di stabilire linee di azione che abbiano una certa probabilità di essere esatte.

Basta porsi queste domande per accorgersi che noi siamo completamente ignoranti, che noi siamo disorientati. Sembra che in Italia non si sia mai pensato, mai studiato, mai ricercato.

 

Antonio Gramsci, Che fare? (1923)

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