L’indagine sul ruolo degli intellettuali è apparsa sempre legata, per motivi più che ovvi, alle questioni attinenti ai rapporti tra sapere e potere, tra pensiero e azione, tra teoria e pratica, tra utopia e realtà. […]

E’ giusto affermare, come accade sempre più spesso, che l’intellettuale, generica­mente inteso, debba essere giudicato ormai un at­tore sociale senza futuro, soltanto un vestigio del passato? Mi sembra una conclusione troppo sbrigativa per essere attendibile. […]

La dinamica della storia delle idee è impensabile al di fuo­ri della storia degli intellettuali che hanno reso possibile la dinamica del mutamento e dell’innovazione. È impensabile senza ricol­legarsi a quegli intellettuali che, con il loro pensie­ro indocile, anzi spesso sovversivo, hanno contri­buito a mettere in crisi i valori fondanti dei dogmi, delle credenze, dei costrutti ideologici vigenti nelle società e culture di appartenenza.

Benché la vocazione di questi uomini sia stata, in sostanza, la stessa, ossia la vocazione a dissenti­re, a pensare diversamente, lo stendardo ideale che innalzavano non è stato sempre il medesimo. Nep­pure il bersaglio del loro dissenso. Per rendersene conto basta percorrere l’elenco delle qualifiche che, nel corso della storia, sono state loro attribui­te: cinici, stoici, eretici, mistici, gnostici, scismati­ci, millenaristi, goliardi, protestanti, melancolici, utopisti, illuministi, anarchici, socialisti.

Ma non è una forzatura accomunare in un’uni­ca famiglia uomini che esprimono correnti di pen­siero nate in contesti storici tanto differenti? Che cosa hanno in comune, per esempio, uomini come il cinico Diogene di Sinope, il mistico Suso, l’ereti­co Bruno, l’utopista Moro e il socialista Marx? La mia risposta, seppure (lo ammetto) forse non del tutto persuasiva, ha il merito di essere almeno plausibile: ciò che hanno in comune è la loro ete­rodossia. Fino a prova contraria, non vedo alcun­ché di ardito nel supporre che essi personifichino, ognuno a suo modo, una qualche forma di etero­dossia.

Rilevo un altro aspetto della questione dell’ete­rodossia. È indubbio che c’è un elemento che ac­comuna, sul piano concettuale, tutti gli eterodossi di tutte le epoche e in tutti i contesti sociali e cul­turali. Esso è facilmente intuibile ricorrendo all’e­timologia greca della parola: héteros, altro, diver­so; dóksa: opinione. In breve, gente con un’altra opinione. Il che ci fornisce una chiave interpretati­va giusta, ma ancora troppo vaga.

Cerchiamo di precisarla: per eterodossi si de­vono intendere qui tutti coloro che, in un modo o nell’altro, agiscono in contrapposizione ai dogmi, ai corpi dottrinali, ai modelli di comportamento, agli ordinamenti simbolici, e anche agli assetti di potere esistenti. Tutta gente che, come Guglielmo Lunga-Barba nella Londra del 1196, voleva “fare cose nuove” (moliri nova). Ribelli, oppugnatori, antagonisti, trasgressivi, insomma dissidenti per vocazione, e in certi casi apertamente eversivi, ri­voluzionari. La tradizione degli eterodossi è sicu­ramente la tradizione degli intellettuali.

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