di Mimmo Franzinelli
Storico
Nell’immagine,  Compagnia d’Annunzio, Collezione Nicola Gabriele, Bologna

Calendario civile: Cent’anni da Fiume, luogo di memoria del ‘900 italiano



Vi ho guardati, vi ho contati, vi ho misurati. Avete ora un solo vólto e un solo sguardo. L’ideale gioventù d’Italia non può avere se non il vostro vólto e il vostro sguardo. «Gioventù» fu la parola d’ordine della più bella battaglia ellenica, a Micale. «Gioventù» è la parola d’ordine nella più bella impresa italica, a Fiume. 

 

È il discorso pronunciato da Gabriele d’Annunzio a Fiume il 20 settembre 1920, con cui si annuncia l’istituzione di una medaglia  destinata ad essere, per tutti i legionari, indelebile «impronta di vincitori». Il primo dei tanti momenti con cui il Comandante di Fiume glorificherà la «giovinezza incorruttibile » dei suoi legionari. In effetti, sia che i suoi protagonisti  siano stati regolari “sedizionati” o volontari, l’impresa di Fiume fu un moto prevalentemente di giovani. Su circa 8.000 legionari la cui età media è stata valutata attorno ai 22 anni, spicca un nucleo di circa 700 combattenti (evidentemente volontari) di età compresa addirittura  fra i 15 e i 17 anni. Sono i fratelli minori, i «nati troppo tardi», i ragazzini che, secondo lo scrittore legionario (e poi squadrista) Marcello Gallian «[avevano] la forma dello stivale nella testa e nelle orecchie il rombo delle cannonate di una Guerra che altri aveva fatto». Cresciuti nel mito della Patria e del Poeta-soldato, quegli adolescenti  a Fiume vivono collettivamente (come «gioventù», quindi, e non solo «giovinezza») il rito di passaggio all’età adulta. Nelle parole di un volontario quindicenne di Trieste, Gastone Canziani, è la fede dei giovanissimi a rinnovare il miracolo dell’eroismo dei fratelli maggiori:

 

Ma se quei tali [gli jugoslavi, n.d.r.]azzarderanno avanzare troveranno di fronte a loro un pugno di anime ardite, sostenute tutte dalla candida fede che non vacilla, dalla fede ch’alimentò l’anime di mille piccoli e grandi eroi, caduti ignoti sulle rocciose arene, sognando un sogno beato e che meravigliose lontano ruggono ancora […] 

Gli fa eco un diciassettenne romagnolo, Renato Schinetti, repubblicano e figlio di mazziniani: «Ci sentiamo riardere in petto la fede che condusse i nostri fratelli e li guidò alla vittoria. Sentiamo di non essere più dei ragazzi, ma l’amor di patria in noi è tanto grande che ci sentiamo innalzati e ingigantiti». Le armi, nel processo di trasformazione dello status anagrafico in prerequisito partecipativo di questa nuova religione patriottica, giocano un ruolo centrale:

Nessuno, che non sia stato giovinetto a quell’epoca – rievoca l’ex legionario Carlo Otto Guglielmino – può capire il fascino grande che avevano allora le armi sugli adolescenti. Apparse per la prima volta alla loro infanzia sotto la forma di giocattoli, esse, attraverso i cinque anni di guerra, avevano acquistato via via la loro vera e dura fisionomia di strumenti di morte ma anche di avventura.

Addirittura, per citare ancora Gallian, è nell’ebbrezza del sentirsi armati (e quindi, virili) che si riassume il movente reale della fuga a Fiume:

 

Noi bambini […]scappammo a Fiume per sentirci armati come gli altri: per provare a fare la guerra anche noi, come l’avevano fatta gli altri. Questa è la verità: nessun proposito, nessuno scopo patriottico, nessuna mèta filosofica. A diciassette anni avere alla cintola un pugnale vero e nel tascapane (il tascapane, perdio) le bombe, vuol dir far festa.

Fiume, dunque, è giovane. I corpi di Fiume così come vengono consegnati alle numerosissime fonti fotografiche realizzate durante l’impresa sono, come ci suggerisce Barbara Bracco, sempre e solo giovani. La Grande Guerra aveva prodotto una mole di foto di propaganda, ma anche ritratti di anziani riservisti in uniformi sformate, di ufficiali dall’aspetto impiegatizio, di corpi marchiati dalla terribile pressione, fisica e psicologica, del conflitto. Non così nella «città di vita», dove l’obiettivo del fotografo ritrae fisici immancabilmente sani, colti in pose immancabilmente atletiche, giocose o grintose. Pochi feriti, se non all’epilogo, quasi nessun mutilato, se non i “supermutilati” come le medaglie d’oro Rossi-Passavanti e Igliori, per i quali il sacrificio del corpo, che ha lasciato intatte virilità e prestanza fisica, funge, al contrario, da moltiplicatore del valore dimostrato sul campo. Da questo punto di vista, non mancano i ritratti che anticipano (talvolta con una consonanza impressionante) i canoni iconografici del giovanilismo fascista.

A Fiume, poi, non ci sono solo giovani intellettuali richiamati dalle istanze, declinate secondo schemi retorici di ascendenza più o meno letteraria, della religione della Patria, come poteva avvenire nel «radioso maggio» del 1915, quando erano gli studenti interventisti a incarnare forse l’unica «classe nazionale» cresciuta all’interno del corpo sociale italiano. La giovinezza a Fiume è anche e soprattutto movimento, azione, sport. Quei ragazzini, in larga parte provenienti da famiglia piccolo e medio-borghesi, hanno divorato letture come «Lo sport illustrato e la guerra», da cui trapelava non solo la finzione giornalistica di una “guerra sportiva”, ma anche una concezione dello sport come propedeutica necessaria all’addestramento militare. Per quattro anni gli assi dell’aviazione avevano preso il posto, nell’idolatria di giovani e giovanissimi, degli ormai ingialliti campioni d’anteguerra; così sarà anche per d’Annunzio, i suoi legionari e i superdecorati aviatori della «Squadriglia del Carnaro», ritratti come recordsmen dell’amor patrio. Ma alla fine dell’Impresa, che aveva glorificato la giovinezza come un valore assoluto, a invecchiare non sarà, di fatto, solo il Comandante, che «la sorte aveva fatto principe della giovinezza al fine della vita», ma i legionari stessi. In una splendida pagina del «Il porto dell’amore», Giovanni Comisso piange il tramonto dell’epoca dei giochi e delle avventure, della sospensione delle regole, della violenza ostentata. Il «Natale fiumano», con i suoi scontri fratricidi, i suoi morti veri, ha cancellato la Maracaybo salgariana:

 

Avevamo combattuto per difendere la città, ma anche qualcosa d’altro, che a nessun costo si sarebbe potuto riconquistare. Ormai non eravamo più come a primavera, come nell’estate. Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti.

 

E molti di quei ragazzi, che ora sanno la vita, si metteranno – trovandolo ben presto – alla ricerca di un nuovo Capo.


Approfondimento \
Fiume 1919: la forza della parola

Leggi l’articolo di David Bidussa


 


 


Dalla biblioteca della Fondazione


Di seguito alcune immagini fotografiche tratte dal patrimonio della Fondazione dell’ingresso a Fiume di D’annunzio e di alcuni reparti del Regio Esercito e i frontespizi di alcuni volumi che raccontano il progetto visionario contenuto nella Carta del Carnaro elaborata da d’Annunzio e Alceste De Ambris.

 

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