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Nell’aprile del 2012 il settimanale “Economist” dedicava la sua copertina al tema della Terza rivoluzione industriale. L’illustrazione che apriva il numero speciale metteva in scena un signore alle prese con una tastiera collegata a un oggetto un po’ strano, una sorta di piccola fabbrica portatile capace di produrre sulla stessa linea macchine, martelli e aeroplani. Tutt’intorno un cielo azzurro popolato da uccelli che poco badano ai fumi innocui che escono dalle piccole ciminiere del computer/fabbrica. Letta in chiave economica, la copertina suggeriva l’idea di una grande rivoluzione tecnologica capace di liberare i processi produttivi dai vincoli di ripetitività che hanno segnato le logiche della produzione di massa, riconciliando  manifattura e ambiente.

Quali sono, secondo “Economist”, le cause scatenanti di questa vera e propria rivoluzione industriale, capace di mettere in discussione le logiche tipiche dei processi produttivi così come le forme di urbanizzazione e i modelli di consumo? “Economist” parla di una serie di tecnologie che in questi anni hanno sperimentato una convergenza crescente. Software sempre più intelligenti, materiali sempre più innovativi, una grande varietà di servizi accessibili in rete a costi contenuti e, soprattutto, le nuove tecniche di produzione della manifattura digitale (di cui le stampanti 3D sono l’emblema più evidente) concorrono a determinare forme di produzione e consumo radicalmente nuove.

Abbiamo già conosciuto in passato rivoluzioni sostanziali in campo economico: la prima rivoluzione industriale è cominciata in Gran Bretagna alla fine del XVIII secolo, con la meccanizzazione delle attività nel settore tessile. La seconda rivoluzione industriale si è sviluppata tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo grazie alla concomitanza di una serie di importanti scoperte scientifiche che imprenditori come John Rockefeller, Andrew Carnegie e Henry Ford – solo per fare alcuni nomi noti – hanno saputo tradurre in nuovi processi produttivi. Ora – ci segnala “Economist” – le tecnologie della manifattura digitale stanno per innescare un processo di trasformazione paragonabile a quello innescato dalla scoperta del vapore o delle potenzialità dell’energia elettrica.

Non che fino ad oggi il digitale non abbia generato trasformazioni impressionanti. I cambiamenti innescati dal computer e dalla rete sono stati immensi. Fino ad ora, tuttavia, si sono concentrati sui settori ad alta intensità di informazione come i media, il commercio e la finanza. Oggi, invece, il computer e la rete “aggrediscono” una parte delle attività economiche che era stata fino ad oggi semplicemente “accerchiata” dall’influenza del digitale: la produzione. Il digitale entra nei processi produttivi principalmente grazie alle potenzialità della manifattura additiva, mettendo in discussione alcuni dei presupposti fondativi della impresa di produzione di massa, primo fra tutti quello delle economie di scala. Le fabbriche del futuro, ci dice la copertina di “Economist”, saranno in grado di produrre un po’ di tutto, variando la dimensione e l’aspetto di prodotti complessi senza dover scontare il costo di stampi e attrezzaggi.

Rimane da capire chi siano i nuovi protagonisti di questa stagione di grande cambiamento. La Prima e la Seconda rivoluzione industriale hanno visto come protagonisti imprenditori capaci di saldare l’innovazione scientifica e tecnologica con le opportunità offerte da un mercato in forte crescita. Chi saranno i nuovi protagonisti di questa grande trasformazione appena avviata? Le grandi imprese che hanno segnato lo sviluppo dell’ultimo secolo? O una nuova generazione di imprenditori capaci di interpretare ex novo le potenzialità della tecnologia? La domanda non è di poco conto, soprattutto per chi prende in considerazione i destini dell’Italia.

Secondo Neil Gensherfeld, animatore del primo Fab Lab istituito al MIT di Boston, i protagonisti di questa nuova stagione di produzione personalizzata non saranno necessariamente le imprese così come noi oggi le conosciamo. Anzi. Secondo Gensherfeld stiamo già oggi sperimentando un “movimento di maker che stanno democratizzando l’accesso ai moderni mezzi per produrre le cose”. I maker sono fabbricatori-sperimentatori che guardano al digitale per decostruire un modo consolidato di pensare la produzione di massa (soprattutto ciò che riguarda le regole della proprietà intellettuale) e per sperimentare fattivamente modi nuovi di organizzare la manifattura e il rapporto con la domanda finale.

In Italia, il successo del movimento dei maker così come la diffusione dei Fab Lab sono stati sorprendenti. Nel nostro paese sono attivi quasi un centinaio di Fab Lab, alcuni dei quali molti attivi sui territori di riferimento: in molti casi si tratta di iniziative che fanno ancora fatica a trovare una loro sostenibilità economica ma la diffusione di questi laboratori su tutto il territorio nazionale testimonia della vivacità di un tessuto economico e sociale che ha reagito rapidamente alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Alcune di queste esperienze hanno saputo saldarsi con il contesto locale ragionando sulla complementarietà fra nuove tecnologie e bisogni delle imprese tradizionali, diventando rapidamente un punto di riferimento per gli imprenditori del territorio.

In Italia, insomma, l’incontro fra il tessuto manifatturiero di piccole e medie imprese che ha consentito al paese di imporre molto di ciò che chiamiamo Made in Italy e la cultura maker sta generando risultati interessanti. Le due culture hanno molti aspetti in comune e alcune differenze significative. Proprio dal confronto fra dimensioni del fare potrebbe emergere il profilo del nuovo artigiano protagonista della rivoluzione tecnologica alle porte.

Stefano Micelli
Univerisità Ca’ Foscari di Venezia


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