La flessibilità del lavoro in Italia e i

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Un frame tratto dal film “Tempi moderni”, con Charlie Chaplin, 1936

suoi effetti economici

Il 24 giugno 2015 l’Italia ha festeggiato un compleanno importante, ma di cui pochi si sono accorti: la flessibilità del lavoro è diventata maggiorenne. Sono passati infatti diciotto anni dal varo del “Pacchetto Treu” (legge 24 giugno 1997 n. 196) che, riconoscendo peraltro una realtà già esistente da qualche anno in Italia, ha introdotto nell’ordinamento nazionale il lavoro interinale.

Le principali riforme del mercato del lavoro italiano – dal pacchetto Treu alla “riforma Fornero” del 2012 passando per legge Biagi del 2003 – hanno introdotto tipologie contrattuali nuove, riducendo i vincoli (e i costi) imposti alle imprese nella gestione dimensionale degli organici aziendali e la limitazione in alcuni casi la tutela del posto di lavoro, ma anche, in senso generale, offrendo all’impresa la possibilità di disporre del lavoratore per mansioni diverse, per periodi di tempo determinati, secondo orari lavorativi particolari e in luoghi diversi.

Gli obiettivi economici perseguiti di volta in volta con l’aumento del livello e delle tipologie di flessibilità del lavoro hanno in genere oscillato fra l’aumento dell’occupazione e l’incremento della produttività del lavoro e quindi della crescita economica.

mario_Tuttavia il bilancio storico della flessibilità del lavoro in Italia non può essere ad oggi che giudicato negativamente. L’aumento di occupazione successivo all’introduzione di forme di lavoro temporaneo è stato transitorio – un vero e proprio effetto “luna di miele” – presto riassorbito, mentre si è innescato un processo di sostituzione di lavoro permanente e garantito con lavoro temporaneo e a garanzie (legali e di welfare) ridotte. Dal punto di vista della produttività i dati disponibili evidenziano come l’aumento della precarietà, allo stesso tempo causa ed effetto dell’aumento dell’offerta di forza lavoro meno qualificata, ha portato ad un calo della produttività del lavoro nonché ad una pressione verso il basso delle retribuzioni. Tale evoluzione è stata agevolata dal comportamento delle imprese, che dato l’aumento dell’offerta di forza lavoro a buon mercato, hanno evitato di procedere a nuovi (e rischiosi) investimenti in capitale e innovazione tecnologica, puntando invece ad una riduzione dei costi perseguita attraverso i bassi salari.

La “produzione intelligente”: unalternativa possibile?

Per chi conosce la storia dell’impresa italiana gli effetti paradossali delle riforme del mercato del lavoro non destano particolare sorpresa. Soprattutto le grandi imprese private hanno scontato nel corso del Novecento un deficit strutturale non tanto dal punto di vista dell’adozione delle nuove tecnologie, quanto dal punto di vista dell’organizzazione della produzione, ossia nella capacità di far funzionare nella maniera più efficiente possibile il binomio capitale e lavoro.

Uno degli esempi più evidenti lo troviamo ad esempio nella storia del organizzazione-scientificataylorismo “all’italiana”. Gli imprenditori italiani, posti negli anni fra le due guerre mondiali di fronte alla sfida organizzativa rappresentata dalle teorie di Frederik W. Taylor, preferirono ripiegare sull’alternativa a basso costo rappresenta dall’adozione di forme di retribuzione a cottimo, una scelta le cui conseguenze negative si sono continuate ad avvertire anche nei decenni successivi.

Da questo punto di vista, in Italia, il problema dell’occupazione – e della produttività – diventa soprattutto una questione di individuazione dei corretti incentivi da dare alle imprese per spingerle a migliorare il valore aggiunto delle produzioni e permettere al sistema produttivo nazionale di competere sulla qualità, piuttosto che intraprendere la via della moderazione salariale. Il sostegno politico e intellettuale all’aumento della flessibilità “senza se e senza ma” è stato spesso collegato alla retorica della “terziarizzazione necessaria”, dimenticando che, come evidenziato da una recente simulazione condotta dal Centro Studi di Confindustria (Scenari industriali 2011), se per assurdoil settore manifatturiero dovesse davvero sparire, se ne andrebbe più di un terzo dell’intero sistema economico: -34% il valore aggiunto, -8,2 milioni di unità di lavoro e -36% il monte salari. Inoltre, essendo le esportazioni costituite per il 78,0% da manufatti, se l’Italia non avesse beni industriali da vendere all’estero, dovrebbe rinunciare alla quasi totalità delle importazioni e non sarebbe in grado di procurarsi le materie prime, a cominciare dall’energia, il cui acquisto è finanziato proprio dal surplus negli scambi di manufatti con l’estero.

Un tessuto produttivo industriale, in profondissimo mutamento, è tuttora presente in Italia e attorno ad esso si sperimentano importanti vie di uscita dalla stagnazione. La sfida diventa allora cogliere appieno le opportunità offerte dalla “produzione intelligente”, una rivoluzione che, nelle parole dello storico Giuseppe Berta, sostituisce alle tradizionali strutture della produzione di massa “una nuova configurazione che mira a elevare la qualità sia dei prodotti sia dei processi, allo scopo di indirizzarli verso l’alta gamma dell’offerta”.

Riconoscere la funzione strategica dell’industria nel generare ricchezza non vuol dire immaginare di trovare sic et simpliciter nel settore secondario una soluzione alla questione occupazionale, ma riconoscere il volano indispensabile per l’innovazione e la crescita dei servizi qualificati. I battistrada in Italia della “produzione intelligente” sono imprese di medie dimensioni come la torinese Prima Industrie che, di fronte al declino delle grandi imprese storiche, hanno scelto di accettare la sfida dell’internazionalizzazione, e sono diventate oggi il nerbo del sistema manifatturiero nazionale.

Intervista a Gianfranco Carbonato: cosa significa “produzione intelligente”?

 

L’internazionalizzazione delle “multinazionali tascabili” italiane è stata perseguita dedicando aliquote consistenti del fatturato alla Ricerca&Sviluppo, ma l’investimento tecnologico è stato accompagnato anche da una profonda riorganizzazione delle attività produttive e della cultura d’impresa. Il cambiamento organizzativo si è rivelato, infatti, indispensabile per il miglioramento della qualità, l’aumento della variabilità delle produzioni e la riduzione dei difetti.

Ciò ha richiesto e richiede inevitabilmente un sempre maggiore coinvolgimento dei dipendenti nei processi produttivi. Ai lavoratori si attribuiscono più ampie responsabilità, si richiede una maggiore comprensione dei processi e una più estesa capacità di intervento: i lavoratori devono saper gestire la variabilità elevata che caratterizza i nuovi processi produttivi che mirano a raggiungere le nicchie di mercato piuttosto che la produzione di massa. Di qui la necessità di investimenti formativi e l’avvio di percorsi di apprendimento continuo caratterizzati da un interscambio continuo e reciproco: i lavoratori sono infatti considerati portatori di conoscenze importanti che le imprese puntano a fare emergere e codificare in modo tale da rendere trasferibili e collettive.

Intervista ad Adriano Gallea: organizzazione e formazione del capitale umano. Il caso Prima Industrie

Produzione intelligente e politiche pubbliche

parlamento_europeoÈ inoltre necessario riflettere nuovamente sul ruolo dello Stato. In particolare, come sottolineato dall’economista Mariana Mazzucato s’impone un ripensamento del paradigma economico mainstream che accetta come dato ineludibile l’idea che la crescita economica sia un processo alimentato esclusivamente dalla dinamica dei fattori di produzione e dal progresso tecnologico. Di qui l’idea che compito dei governi sia esclusivamente il perseguimento dell’equilibrio di bilancio e l’introduzione delle cosiddette “riforme strutturali” del mercato del lavoro e dei beni. La sfida della “produzione intelligente” richiede invece che il soggetto pubblico entri in gioco nei percorsi d’innovazione, essendo per il finanziamento di progetti particolarmente innovativi e rischiosi e fondamentale nell’attività di coordinamento tra attori territoriali diversi: PMI e grandi imprese, associazioni dei produttori, università e centri di ricerca.

 

 

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