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In foto: Willy Brandt, eletto cancelliere dopo le elezioni federali del 1969 e a guida della prima coalizione social-liberale 


Il 7 ottobre 1989, in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione della DDR, Erich Honecker, il Presidente della Germania Est, dichiarò che il muro di Berlino sarebbe durato altri cinquanta o cento anni. Poco più di un mese dopo, il 9 novembre 1989, il Ministro della propaganda della DDR, Günther Schabowski, nel corso di una conferenza stampa, dichiarò che il Politburo della SED (il Partito socialista unificato che nella DDR reggeva il potere) aveva deciso che tutti i berlinesi dell’EST avrebbero potuto attraversare il confine con un appropriato permesso. Non avendo ricevuto dettagliate istruzioni sulle tempistiche, Schabowski spiegò che l’ordine entrava subito in vigore, mentre le guardie di confine non avevano ricevuto le necessarie istruzioni per concedere i permessi e regolamentare i tragitti verso Berlino Ovest. Ne derivò l’apertura dei varchi dopo ventotto anni, così da permettere ai berlinesi orientali di raggiungere la parte occidentale della città dove vennero accolti in maniera festosa. Neanche un anno dopo, il 3 ottobre 1990, la riunificazione della Germania era un processo ormai compiuto.

Se dunque, in quel caso, la storia si è fatta anche grazie ad un’incomprensione interna alla classe dirigente della DDR, è anche vero che le pulsioni per un riavvicinamento tra le due Germanie segnano, in maniera diversa, la vicenda tedesca nel quarantennio della Guerra fredda. Senza spingerci fino alla proposta di riunificazione lanciata dalla SPD nei primi anni Cinquanta, un momento importante, particolarmente significativo, è senz’altro raffigurato dall’elevazione della Ostpolitik a politica estera della Repubblica federale.

L’apertura al blocco orientale della Germania Ovest raffigurava una decisa trasformazione rispetto alla rigidità della stagione in cui il cancelliere cristiano-democratico Konrad Adenuaer, sotto il peso diretto del clima più rigido della Guerra fredda, si teneva a debita di stanza da Mosca e dunque anche da Berlino Est. A partire dagli anni Settanta, grazie anche ad un quadro internazionale maggiormente fluido, Willy Brandt, eletto cancelliere dopo le elezioni federali del 1969 e a guida della prima coalizione social-liberale (ossia un’alleanza tra SPD e FDP, i liberali tedeschi), le relazioni tra Germania federale e Germania democratica andarono stabilizzandosi: tra il marzo ed il maggio del 1970 Brandt e il suo pari-ruolo tedesco-orientale, Willi Stoph, si incontrarono per ben due volte, riuscendo inoltre ad approvare, nel giro di pochi anni, accordi significativi come, ad esempio, l’accordo sui transiti, grazie al quale la DDR riconosceva, per la prima volta, il diritto ai propri cittadini di visitare i parenti nella Repubblica federale in caso grave emergenza familiare.

Come ha scritto Giovanni Bernardini su “Il Mulino” online del 18 dicembre 2013, quegli incontri, nel corso dei quali vennero siglati accordi che prevedevano anche scambi culturali e professionali, incontri tra studenti, storici, sportivi, “nella convinzione che la conoscenza reciproca e il confronto” fossero “da sempre un eccellente antidoto allo scontro”. Furono proprio quella ricerca di dialogo, di scambio e di collaborazione a favorire un riavvicinamento tra i due popoli tedeschi, un riavvicinamento che avrebbe trovato pieno sfogo in quella che Tymothy Garton Ash definì la primavera del 1989, di cui l’apertura del Muro è certamente il momento simbolicamente più alto, ma probabilmente non l’unico.

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