Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Estratto dall’eBook Paesaggi d’acqua. Milano e dintorni a cura di Bianca Dendena


L’ampiamente adottata definizione di oro blu in riferimento all’acqua evidenzia come una risorsa basilare e prioritaria, bene comune dell’umanità, rappresenti, in maniera sempre più evidente e marcata, un interesse economico tale da essere paragonato a un bene di consumo e di mercato. […]

L’acqua, in quanto bene senza forma non suscettibile di proprietà esclusiva come altre cose materiali, è stata a lungo considerata, in termini di diritto, una risorsa illimitata soggetta al massimo sfruttamento.
È diventata, in anni recenti, un tema di dibattito e di rivendicazione di rilievo globale da parte di movimenti e associazioni di diversa natura che ne hanno proposto varie formulazioni normative. Ampiamente diffusa è, a questo proposito, l’idea dell’acqua come “bene comune universale”, che, in virtù di tale definizione, non può essere oggetto di un diritto patrimoniale da parte di soggetti privati votati al suo impiego commerciale con finalità di profitto. Secondo tale interpretazione, l’acqua è un dono della natura e può, quindi, essere oggetto solo di un “diritto naturale” del quale sono titolari tutti i membri dell’umanità. […]

A latere di questa visione del diritto all’acqua che la inquadra quale bene che la natura ha messo a disposizione di tutti, si delinea una posizione che ne propone una caratterizzazione di tipo sociale. Tale possibile interpretazione mutua l’approccio analitico che è stato applicato, in altra sede, al diritto alla vita. Il paradigma del diritto alla vita quale fu teorizzato alle origini della civiltà giuridica moderna – come “diritto a non essere ucciso” e cioè come immunità o “libertà negativa” – ha subito profonde modifiche nel tempo fino ad assumere l’accezione di “diritto alla sussistenza”. In quest’ottica, contrariamente all’ideologia liberale classica per la quale la sopravvivenza è un fenomeno naturale, affidato al rapporto dell’uomo con la natura, oggi sopravvivere non è più considerato un fatto naturale, bensì un fatto sociale, affidato alle possibilità di lavoro, di consumo e di sussistenza offerte, mediate, amplificate dall’integrazione sociale. Pertanto, trasponendo tale riflessione al diritto all’acqua come diritto alla sopravvivenza, questo diventa un diritto alla solidarietà sociale, analogamente al diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, e lo colloca entro le questioni di cui deve occuparsi la collettività politica. Si tratta di un “nuovo” diritto sociale, perché nuovo è il bisogno ad esso sottostante, generato dalla crescente scarsità del bene necessario nella congiuntura attuale di una popolazione mondiale che cresce, diversifica ed incrementa i suoi bisogni alla luce di un clima che cambia ed esercita sulle risorse idriche una pressione senza precedenti.

Evoluzione del concetto di diritto sociale è, poi, l’idea del diritto all’acqua quale diritto collettivo esplorato, a partire dalla Conferenza delle Nazioni Unite a Vienna del 1993, dalle speculazioni di Will Kymlicka. Alla luce delle intuizioni del filosofo canadese, i diritti collettivi sono da intendersi come diritti soggettivi riconosciuti ai membri di un gruppo: sono diritti che il gruppo, attraverso i suoi organi e i suoi rappresentanti, può esercitare a nome di tutti i suoi membri all’interno di un determinato ordinamento giuridico, sia questo nazionale o internazionale. Questo comporta l’inquadramento dell’accesso alla risorsa acqua in altri termini che lo vedono associato strettamente alla comunità che ne fa uso. […]

Ogni comunità, infatti, oltre il limite minimo coincidente con la stretta sopravvivenza, ha esigenze molto diverse da far valere in forme rivendicative o conflittuali. Come sottolineato in diverse occasioni da Vandana Shiva, presso molte comunità sociali il diritto all’acqua assurge a tutti gli effetti a diritto d’identità di un gruppo che va ben oltre la condizione della sua mera sopravvivenza. La negazione del diritto all’acqua, così come ad altre risorse, e l’erosione della governance sociale su quelle che ne garantiscono non solo il sussistere, ma anche l’espletamento di una serie di funzioni sociali e culturali, ledono l’identità culturale di un gruppo, di una collettività: di una comunanza. […]

Se il rapporto sociale con l’acqua e con le risorse a essa strettamente associate, prima fra tutte il cibo, è rispettato, valorizzato e protetto nelle sue forme descrittive della comunanza, il diritto all’acqua assume l’importante valenza simbolica di diritto comunitario e non semplicemente dei singoli membri del gruppo la cui rilevanza, quindi, si esprime nel momento in cui esercitano i propri diritti scambievoli. […]

Di questa meraviglia, oggi, siamo chiamati a custodire la memoria e a fare tesoro attraverso una lettura attenta delle testimonianze storiche e l’interpretazione dei paesaggi agrari e urbani, storicamente e intimamente connessi gli uni agli altri, così come all’ecosistema entro il quale la comunanza di cui siamo parte esercita il diritto alla sua unicità.

 

 

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