Ricercatore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

L’emergenza acqua sta in questi giorni raggiungendo il picco massimo dell’attenzione mediatica, in particolare per le conflittualità generate dalle formule di gestione nell’approvvigionamento idrico in alcune aree del Paese. Un esempio di particolare gravità ha interessato il comune di Roma (e la multi-utility Acea) con i comuni del Lago di Bracciano, che si sono visti ridurre la portata del bacino, in termini drammatici, in prossimità della stagione turistica.

Quali sembrano essere le cause? Ad una prima occhiata sicuramente la concomitanza tra fattori metereologici delle temperature (di 2.5 gradi superiori alla media) e riduzione delle precipitazioni (del 53% inferiori alla media), che a partire dal mese di marzo hanno ridotto notevolmente la portata delle fonti di approvvigionamento idrico del nostro Paese.

 

La chiusura delle fontane pubbliche “i nasoni” di Roma rappresenta le contraddizioni politiche nelle formule di gestione dei beni comuni, con evidenti criticità nelle conseguenze di queste azioni. 

 

Le criticità però non riguardano solo Roma e non solo questa stagione dell’anno. Negli anni e nei mesi scorsi in diverse regioni italiane le condizioni si sono rivelate particolarmente critiche. Nel bacino del Po, ad esempio, la lunga siccità ha portato in questi giorni il livello del fiume a scendere di un metro rispetto la profondità media stagionale. Nel Veneto, i fiumi in secca e le montagne senza nevi stanno creando forti danni alle colture agricole e al paesaggio. In Lombardia, il livello del lago di Como e  del Lago di Iseo sono rispettivamente calati al 43 e al 35 percento rispetto al loro livello abituale in questa stagione (fonte: Coldiretti).

Come possiamo interpretare questo fenomeno? Quali errori commettiamo nella gestione e perché ci troviamo a far fronte a costanti situazioni di emergenza nell’accesso alle risorse idriche?

I cambiamenti climatici ci pongono sicuramente di fronte a sfide inedite, che rimettono in discussione il modo in cui siamo abituati a gestire le infrastrutture, le formule di approvvigionamento, gli usi diversificati delle produzioni agricole.

Insieme al tema ambientale però, bisogna riconsiderare la questione ad un ambito tanto economico quanto politico che riguarda la gestione dei beni comuni nel nostro Paese. Un tema cruciale, dato il danno stimato in 14 miliardi di euro (Coldiretti) come prodotto dalle continue siccità dello scorso decennio.

Ma cerchiamo di vederci chiaro: In Italia circa il 100% della popolazione rurale e urbana ha accesso all’acqua, il 70% ad un sistema di fognatura; sistemi per la totalità pubblici, regionali o municipalizzati. Ben sette anni fa, il referendum sull’acqua come bene pubblico ha visto un grande momento di partecipazione politica dell’elettorato italiano, sia nella campagna referendaria (1.4 ML di firme su 500.000 richieste) fino alle votazioni del referendum(su 27,6 ML di votanti, il 95% contro la privatizzazione).

I risultati gestionali però, a partire da quel momento di grande passione democratica, non sono stati entusiasmanti. In molte parti d’Italia, in particolare al sud, è diventato molto difficile far fronte alle vulnerabilità di un sistema centralizzato che sembra letteralmente “far acqua da tutte le parti”. In particolare nel rapporto conflittuale tra domande per usi civili e le richieste diversificate del settore agricolo, che rendono l’accessibilità all’acqua un tema sempre più scottante. Tema che diventa ogni anno più grave, data la generale assenza di strategie e misure di promozione di investimenti nelle infrastrutture e nelle tecnologie dedicate al riciclo delle risorse e alle nuove forme di approvvigionamento.

 

Con la crisi degli ultimi mesi, molte autorità regionali hanno imposto divieto temporaneo di prelievo dell’acqua dai fiumi, con ingenti danni alle produzioni agricole.

 

Altro annoso e noto problema sono le perdite della grande rete, che costituiscono nella media nazionale ben il 32% delle risorse idriche trasportate, con percentuali che arrivano in alcune aree fino al 70%, per Roma intorno al 45% (fonte: ispra; con eccezioni, tra le altre, di Milano con il 10%;). Medie inaccettabili, specialmente se paragonate con il 20% della Francia, il 10% del Regno Unito ed il 6% della Germania.

Un problema, quello dell’approvvigionamento idrico, che nel nostro Paese invece di sollecitare nuove e più dinamiche formule di governance locale, misure di prevenzione e mitigazione, vede il ruolo attivo della Protezione Civile nel controllare e gestire l’allocazione delle risorse nelle situazioni di già inoltrata emergenza.

Dove è finita la passione democratica ed ecologista del famoso referendum? Sembra essere sommersa come il costo dell’acqua potabile, in Italia tra i più bassi d’Europa: 25 euro al mese (circa lo 0,9% della spesa media mensile di una famiglia) contro i 22 del consumo di acque minerali (altri dati sul tema sono racchiusi in questo prezioso articolo del gruppo hera).

Occorre andare oltre la retorica della gestione pubblica, proponendo nuove formule capaci di promuovere investimenti in questo prezioso bene. Investimenti che non possono essere garantiti solo dai comuni e dalle regioni (spesso indebitati e incapaci a gestire le reti) ma da formule resilienti e locali di approvvigionamento: diversificate in relazione all’uso, orientate ai principi dell’economia circolare, decentralizzate ed eco-sostenibili.

Un discorso valido per la gestione delle risorse idriche, ma applicabile agli altri servizi a rete (l’elettricità ad esempio, World Bank ci dice che sprechiamo il 6%), per cui occorre costruire capacità e liberare nuove forme di competenze, capacità e responsabilità locali che siano concorrenti alle grandi reti ed ai operatori pubblici e privati.

La Fondazione ti consiglia
pagina 34610\