Responsabile editoriale di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il momento della decisione nel partito politico contemporaneo è rappresentato dalla conta tra opinioni diverse. Il congresso alla fine non è che questo: la costruzione della scena in cui opinioni diverse e argomentazioni distinte si confrontano sulla base delle ragioni presentate e discusse in un lungo iter precongressuale. Lungo quel percorso si definiscono alleanze, prendono forma documenti, si strutturano opinioni. Questo soprattutto se il congresso è quello di un partito chiamato a riflettere sulla sconfitta e sulla necessità di segnare una strategia di “ripartenza” o di “nuovo inizio”.

Per questo non basta innescare un meccanismo con delle buone regole.

Il momento congressuale perché sia efficace nella storia di un partito deve mettere in moto un meccanismo tale per cui quello che definisce è una opinione con una fondatezza di analisi.

Il centro di un congresso, al netto delle mozioni, dei giochi di corridoio, delle alleanze e delle discordie, comunque della scena anche drammatica dello scontro che si consuma in pubblico, non è nella sceneggiatura o nella scenografia del luogo in cui si svolge, o delle «parti in commedia» cui dà luogo.

Un congresso riesce a marcare un prima e un dopo – prima ancora che nelle separazioni che determina, nelle scissioni o nelle dimissioni, nei rovesciamenti di fortuna dei leader politici – se il suo svolgimento avviene intorno a due nodi.

Primo nodo: mettere al centro della propria analisi di bilancio i vuoti, o le insufficienze della propria cultura, del proprio bagaglio di concetti. Ovvero se il percorso di riflessione concentra la propria attenzione sui vuoti di conoscenza della realtà che si propone di governare.

Secondo nodo: proporre politiche che partono dalle tendenze di trasformazione in atto nel reale e proponendosi di governarle, magari anche intervenendo significativamente per modificare le condizioni del processo, ma preliminarmente avendo chiaro che cosa si sta tentando di governare e in che forma le politiche che si propongono rispondono alle domande dei cittadini.

Un congresso è dunque il luogo e l’atto terminale di un processo di assunzione di responsabilità per il futuro che avviene in pubblico e che si presenta come il momento della decisione.

La presa di distanza dal passato rappresenta la fase preliminare. Nello scenario del congresso, in cui conta moltissimo il rito dello smarrimento o la dichiarazione di voler continuare (dunque la scelta di esserci oppure no), la discussione prepara l’apertura di un profilo di riflessione e di proposta. Quel momento è il primo passo di un processo che conduce verso un congresso. Ma non è ancora un congresso.

 

Nella storia della sinistra italiana e nella lunga storia che dalle origini del PCI conduce fino al Pd è accaduto molte volte. Qualche volta in forma propositiva, qualche volta mancando assolutamente l’obiettivo. Non è mai dipeso dalla dimensione della sconfitta, ma sempre dipendeva dalla volontà di prendere in carico il fallimento della diagnosi precedente e la disponibilità ad aprire un percorso di riflessione con gli occhi e la mente rivolti ai problemi del presente e del futuro prossimo. I conti con il passato non erano nel gioco semplicemente perché li si regolava prima di iniziare il percorso di riflessione.

È accaduto varie volte nel passato. Per esempio, negli anni ’20 quando è Antonio Gramsci a dover guidare il passaggio verso un nuovo partito. Quel processo che si consuma a Lione nel gennaio 1926 e che produce un lungo documento che si confronta sulle linee strutturali del processo politico ed economico dell’Italia contemporanea, nasce da una dichiarazione che Gramsci scrive nel novembre 1923 e che ha come presupposto la necessità di studiare daccapo il caso Italia. Il testo si intitola Che fare? [è leggibile qui] e ha il suo punto in questa frase: “Noi non conosciamo l’Italia. Peggio ancora: noi manchiamo degli strumenti adatti per conoscere l’Italia, così com’è realmente e quindi siamo nella quasi impossibilità di fare previsioni, di orientarci, di stabilire delle linee d’azione che abbiano una certa probabilità di essere esatte”.Tutto il laboratorio, concettuale, analitico, il setting di parole che a lungo hanno caratterizzato il Pci nasceva da questa premessa: conoscere il contesto, individuare strumenti, dati, per leggerlo.

È una premessa essenziale, ma non sufficiente. Quando venti anni dopo, a Liberazione avvenuta, si tratta di candidarsi alla guida del paese e il problema non è nella quantità di azioni esemplari che hanno permesso l’abbattimento della dittatura, ma nella diagnosi che si propongono al paese di fronte alla Ricostruzione. Solo parzialmente lo fa il congresso che si apre nel gennaio 1946, e solo superficialmente lo affronta la prima conferenza economica dell’agosto 1945. Questo in parte spiega anche la debolezza della proposta politica che esce dal confronto costituente. Lo stesso si ripete nel 1956: tutta la discussione si concentra su come staccarsi dalla propria fisionomia stalinista. La vera sfida del Paese è nelle premesse che portano verso la crescita neocapitalistica, nel governo del benessere, nel pensare la programmazione economica. La sfida politica di chi in quel momento esce dal PCI e guarda al Psi è negli obiettivi di sviluppo che il laboratorio di centro-sinistra sta per avviare.

Lo stesso fenomeno accadrà negli anni ’70 di fronte al problema della crisi energetica, ma anche alle nuove forme dell’economia che rispondono alla crisi del modello fordista e alle nuove forme di capitalismo e di modello industriale che si presentano o reclamano spazi, o alle politiche sociali che accompagnano la trasformazione del mondo del lavoro.

Ogni volta quella riflessione congressuale è stata efficace non se ribadiva un’identità, ma se assumeva le sfide della trasformazione anche facendosi carico delle domande che quelle sfide ponevano alla propria visione, alla propria cultura, al bagaglio di conoscenze e di pratiche che fondavano una proposta politica e alla necessità di ripensarle radicalmente, di guardare alle trasformazioni in atto nel sociale e provando a interrogare la propria capacità di rimettersi in gioco, mettendo in discussione il proprio ordine del discorso.

 

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